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Il lato selvaggio è da sempre un tema che affascina sia la letteratura che il cinema, e non mancano i film che affrontano l’argomento nelle sue numerose sfaccettature. Quando si tratta di rapporto fra uomo e natura, poi, l’arte diventa quasi un elemento di cui non si può fare a meno. Negli ultimi anni le terre selvagge hanno fatto da sfondo, e al tempo stesso sono state protagoniste, del film di Sean Penn “Into the wild”, tratto dalla storia vera di Christopher McCandless alias “Alexander Supertramp”. Un capolavoro che è uscito nelle sale nel 2007 e è da non perdere (è possibile vedere il film in tv a casa con un abbonamento oppure acquistarlo online in dvd).

A cimentarsi con la natura selvaggia è ora il regista di “Dallas Buyers Club”, nel film intitolato “Wild“.
La ricerca di se stessi e del proprio vero io passa spesso dalla natura, dall’immersione totale e senza compromessi (poiché la natura stessa ne è priva) nella sua essenza. I film di questo genere, però, presentano alcuni rischi: primo fra tutti il protagonista unico, dalla cui forza interpretativa dipende la riuscita della pellicola; se il protagonista riesce a conquistare gli spettatori (come seppe fare, ad esempio, Emile Hirsch in “Into the Wild”) allora verrà apprezzato anche il film, in caso contrario la scommessa che sta alla base di pellicole di questo tipo può dirsi perduta.

In questo caso la protagonista è una donna, Cheryl Strayed (il cui volto è quello di Reese Whitherspoon), che si porta sulle spalle un passato tormentato e perciò decide di partire ed affrontare un lungo viaggio alla ricerca di se stessa, attraversando circa 300 miglia di natura selvaggia sulla costa del Pacifico. La prova dell’attrice nata a New Orleans è senz’altro buona, manca però quella scintilla che prima di lei Hirsch seppe far scoccare. Purtroppo per Vallée è inevitabile fare paragoni e accostamenti col film di Sean Penn, l’esempio più vicino e al tempo stesso più alto di cinema nelle terre incontaminate. Il regista canadese, rispetto al collega, ha scelto una narrazione più semplice e asciutta, puntando sulla forza della vicenda e tralasciando qualunque orpello.

L’altra mancanza che fa uscire sconfitto “Wild” nel confronto con l’altro film è la colonna sonora: straordinaria quella composta da Eddie Vedder per Sean Penn, che seppe sicuramente portare la pellicola ad un livello superiore, esaltando la storia e la forza del protagonista Hirsch-McCandless. Ciò su cui invece punta con decisione Vallée sono i flashback, che poco alla volta ricostruiscono il passato di Cheryl, fatto di perdizione e dolore. E alla fine risultano essere più interessanti proprio i flashback rispetto allo sviluppo della narrazione: entrare dentro la psicologia della protagonista cattura maggiormente l’attenzione, più del percorso nella natura che ha deciso di intraprendere. Le motivazioni che la spingono all’azione, forse, vengono raccontate in maniera migliore rispetto all’azione stessa.

Wild-drama

Wild-drama

Proprio grazie ai flashback è possibile apprezzare le interpretazioni degli attori secondari, tutte estremamente valide. In particolare a mettersi in evidenza è Laura Dern nei panni della madre di Cheryl, una donna solare ma allo stesso dolorosa che in poche scene conquista il centro dell’attenzione e rimane impressa nella memoria di chi guarda. Nel complesso Wild è comunque una pellicola ben riuscita, piuttosto curata a livello visivo e che non cade mai nella lentezza, difetto che spesso penalizza questo genere di film. Purtroppo, però, non riesce mai ad essere davvero coinvolgente; lo spettatore viene sì incuriosito dalla storia e la segue con interesse, ma manca quella componente in grado di andare più a fondo, sino ad emozionare chi osserva il percorso di Cheryl e ascolta la sua storia. Forse il regista non cercava una fin troppo facile empatia col pubblico, ma alla fine il suo intento (lodevole, senza dubbio) ha un po’ limitato il risultato finale.

Wild-drama, natura selvatica e catarsi ultima modifica: 2015-03-13T10:47:12+00:00 da Redazione

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