Voleva fare lo scrittore, Martin Eden

di Redazione The Freak

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4 minuti di lettura

Voleva essere l’occhio con cui il mondo vede, l’orecchio con cui il mondo sente, voleva fare lo scrittore Martin Eden. Lui, marinaio e operaio si innamora della figlia di una famiglia alto borghese. L’eros diventa una scala da percorre con furia e disordine per ascendere alla contemplazione che solo la vita intellettuale avrebbe potuto donargli. Dopo aver conosciuto Elena Orsini, dopo essere venuto a contatto con un mondo che non gli apparteneva e al quale decide di voler appartenere, Martin cerca la via per migliorarsi e insieme trova quella per snaturarsi. Percorrendola però, non si dimentica mai del luogo da cui proviene, non volta lo sguardo da un’altra parte, lo mantiene fisso su una realtà sottoproletaria e contadina che chiede giustizia sociale, soffre e non ha diritti. E così riempie i suoi racconti con la carne, il sangue e le lacrime di questa umanità alla quale rimane legato e che non si vergogna di raccontare.

Pietro Marcello, il regista di Martin Eden, il film liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Jack London, trova un modo originale per mostrare quello che il protagonista scrive. Utilizza materiale di repertorio mescolandolo, quasi come se non ci fosse soluzione di continuità, con il girato. Il montaggio, risultante della fusione di immagini apparentemente inconciliabili, restituisce la scissione interna al personaggio sempre diviso tra il mondo da cui proviene e quello a cui aspira.

Immerso nel mezzo di una frattura, Martin, è incapace di raggiungere una superiore sublimazione, se non nell’arte, nel racconto letterario a cui strenuamente si dedica. Anche nel film convergono due modi opposti di fare cinema. Marcello che fino ad ora si era dedicato prevalentemente a quello documentarista e mostra di non essersene dimenticato. L’impressione è anzi che in questo esordio nel cinema di finzione abbia voluto raccogliere non solo la lezione di Pelešjan (a cui aveva dedicato Il silenzio di Pelešjan) ma anche di altri padri del cinema di verità. Per mostrarci quello che Martin imprime sulla carta con la macchina da scrivere, inserisce immagini che sembrano venire da L’uomo con la macchina da presa (1929). Come nell’opera di Vertov, infatti, anche nel film di Marcello la realtà impatta contro gli occhi di Martin che la fissa sulla pagina e il suo racconto diventa per lo spettatore materiale d’epoca. La sensazione è quella di ricevere delle cartoline da un passato improvvisamente vicinissimo, dal luogo in cui erano ambientati i ricordi dei nostri nonni e che ci accorgiamo di abitare ancora, dal mito che si fa realtà concreta.

L’effetto è potentemente estraniante anche perché il regista sposta la storia dall’America profonda a una Napoli resa punto indefinito del tempo e dello spazio del ‘900. Il secolo breve diventa brevissimo, si comprime ed entra quasi nella sua interezza nel film. La compressione non è solo temporale ma anche geografica: si sentono pronunciare insieme una tale varietà di dialetti, si vedono visi così diversi che quello in cui è ambientato il film diventa un luogo qualunque di sofferenza e riscatto. Ma lungi dall’apparire un’operazione posticcia questa si rivela la carta vincente del “disadattemento” del romanzo.  L’interpretazione di Marinelli fa il resto, al punto da consentirci di osare dicendo che (quasi) non si rimpiange il Gian Maria Volontè di Petri e Rosi. Il personaggio ha una levità nel farsi carico dei patimenti e delle storture del mondo, una pietà per tutti tranne che per se stesso, che commuove.

Il senso di inadeguatezza lo accompagna lungo tutto il percorso e si frammischia inestricabilmente al desiderio che lo brucia e consuma. Per smania di vedere troppo, di sentire troppo si finisce per non desiderare più nulla, per smarrire ciò che si era senza sapere cosa si è diventati e, a quel punto, a nulla serve inseguire il proprio fantasma. Certe sensazioni, certi ricordi, sono morti e noi con loro. E dopo l’infrangersi delle illusioni non so se possa ancora dirsi dolce il naufragio.

Il trailer ufficiale di Martin Eden (2019)

di Aretina Bellizzi, all rights reserved

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