Vivisezione di Merce Funebre – Tutti Fenomeni

di Stefano Frisenna

Vivisezione di Merce Funebre – Tutti Fenomeni

di Stefano Frisenna
Vivisezione di Merce Funebre - Tutti Fenomeni

Vivisezione di Merce Funebre – Tutti Fenomeni

di Stefano Frisenna
18 minuti di lettura

Buongiorno, sono Tutti Fenomeni e vi ho appena trasportati nel 2030.
Terminato il primo ascolto di “Merce funebre” è questa la reazione avuta da molti: uno degli esordi – anzi L’esordio – più atteso dell’anno, ha contemporaneamente mantenuto e ribaltato le aspettative. Un paradosso perfettamente in linea con un personaggio ironico e dissacrante, un ragazzo romano che non guarda in faccia nessuno, se non la sua figura riflessa allo specchio. Il nuovo decennio musicale italiano si apre così, con uno degli album più originali e spiazzanti da un bel pò di anni a questa parte. Originale perché ribalta tutti i leitmotiv musicali e lirici presenti sulla scena, scrivendo e componendo in un modo diametralmente opposto agli altri artisti di successo e ai riferimenti dettati dall’industria musicale. Spiazzante perché proprio per questa diversità molte persone restano stordite, ebbre, inebriate, sin dal primo ascolto.
Tutti fenomeni è questo: lo Ying e lo Yang dell’arte pura, l’artista incomprensibile che parla agli altri usando un linguaggio chiaro solo a se stesso.

Per comprendere – o meglio provare minimamente a decifrare – le tematiche dell’album bisogna quindi seguire un percorso leggermente diverso dal solito. Partendo dal – non troppo – lontano 2017.
Su YouTube spunta l’ennesimo nuovo singolo dell’ennesimo nuovo cantante trap auto-prodotto su SoundCloud. La base non è nulla di nuovo e, “come il 95% anzi il 99% del genere”, il testo non è certo la nuova Cura di Battiato. Al secondo tentativo, però, diventa come una vera e propria droga, una dipendenza da cui non si riesce più ad uscire. Il tasto back viene ricliccato ogni 3 minuti, con la cadenza perfetta di un metronomo: una volta entrati nei gironi di questo mondo, viene lasciata ogni speranza di tornare come prima. E’ chiaro che anche nel testo questo pezzo ha qualcosa di diverso, un significato nascosto dietro frasi come “per quanto ti amo ti compro il Gianicolo”. Tutti Fenomeni prende in giro la trap facendo trap. Un’autoironia inaspettata nel genere che più di tutti esalta le manie di grandeur degli autori, i “Tutti Fenomeni” a cui si rifà il nome. Nel 2019 questo satirico artista si è ormai creato un seguito abbastanza folto di fan su YouTube, ma le sue opere sono centellinate nei mesi. Sembra destinato a rimanere uno dei “tanti fenomeni” online, mai pronti a fare quel salto di qualità per entrare in un vero studio, fino a quando, un pò per caso o forse per destino, Contessa non scopre Giorgio, invitandolo così a lanciarsi nel mondo dell’indie. Arrivando perfino a proporsi come produttore-mentore dell’intero progetto, una guida conscia dell’immenso talento di un allievo con le potenzialità di superare il maestro. Trovando, forse, in Tutti Fenomeni ciò che ha cercato di comunicare per tempo con l’assenza dai social: un mezzo per farci capire perché quel maledetto quarto album de I Cani non è ancora uscito.

Un album (come l’intero progetto) che è figlio di un’epoca ormai al tramonto, pronta a finire con un’esplosione finale più grande di tutte quelle che lo hanno preceduto, come in uno spettacolo di fuochi d’artificio, in cui il meglio viene lasciato per l’ultimo secondo. L’artificiere Contessa si è reso conto della morte di questa scena in anticipo rispetto agli spettatori. Così quest’album esprime proprio una sorta di elogio funebre agli anni ’10 italiani, a tutti noi che siamo cresciuti passando da essere liceali ad universitari, fino ad ottenere il primo lavoro, accompagnati sempre da questa musica malinconica nelle cuffie. Merce funebre si propone quindi come una vera e propria summa del genere, un Opus Magnus alla Anna Karenina con vari livelli di lettura. Per dare un senso a quest’opera, quindi, la recensione sarà divisa in macro aree tematiche, senza considerare il vero ordine di pezzi.

Prologo – Marcia Funebre

Un nome, una garanzia. Inizia così, con una vera e propria marcia funebre, il funerale organizzato dal reverendo Guarascio. Chiusi nella bara ci siamo tutti noi, o meglio, c’è la scena culturale in cui abbiamo vissuto. Al contempo, come in una visione onirica di Lynch, noi siamo anche gli invitati alla cerimonia. Gli spettatori avvolti di nero che si abbracciano per darsi le condoglianze a vicenda, provando a ricordare tutti i momenti belli dell’intenso decennio appena vissuto e, come ogni opera surreale che si rispetti, siamo anche quella persona totalmente fuori luogo in un momento sacro come la morte. Il profano che posta il proprio finto dispiacere su Facebook, sbagliando perfino il nome del morto in questione, solo perché in cerca di un’approvazione sociale. Perché sì, quello che Giorgio vuole comunicare sin dall’inizio, è che tutti noi, sopratutto quelli che provano a cercare significati nascosti dietro ogni canzone, in realtà non ci abbiamo capito proprio un cazzo. Se condividiamo queste canzoni, parliamo di questa musica è perchè, inconsapevolmente, ci fa sentire fighi, o meglio, ci fa sentire “Tutti Fenomeni”.

ATTO 1 – Tutti Fenomeni vs la scena indie: ovvero come la legge Guarascio rese illegale la prostituzione intellettuale.

Valori aggiunti“: ed ecco subito il pezzo più radiofonico dell’opera. Tutti Fenomeni è aristocratico, un trapper ottocentesco che vuole usare soltanto i gerundi. Abbiamo già tutti i suoni di un ragazzo che prende tanto da padri della scena – come Contessa – ma allo stesso tempo se ne distacca, sommando alla formula i cosiddetti “Valori Aggiunti”, un cuoco pronto a cucinare il piatto musicale definitivo degli anni ’20. Il calderone attuale a cui attinge però, gli ingredienti presi dall’orto sociale in cui vive, non lo fanno sentire a suo agio. Manca qualcosa per rendere la minestra meno insipida: Tutti fenomeni non vuole essere uno di quei “poeti vivi che hanno gli aggettivi per gratificare i nuovi primitivi”. Sembrerà anche un piccolo arrogante, ma non si sente parte di un modo artistico che ha reso sempre più semplici e condivisibili i propri messaggi, trasformando gli ascoltatori in uomini di neanderthal con l’Iphone. L’immagine data è quella di un ragazzino con la puzza sotto il naso, pronto a sminuire i gusti e gli sforzi altrui. Sono proprio i piccoli arroganti come Giorgio, però, che in quella sottile linea rossa tra ironia e consapevolezza portano davvero avanti una scena. Piccoli arroganti come erano ritenuti all’inizio I Cani di Contessa. Già, proprio lui, il mentore-maestro che proprio nel finale di questo pezzo sfoga tutte le proprie fantasie musicali costruendo, mattone dopo mattone, muri sonori sconnessi da ogni altro brano presente nelle playlist di Spotify, finalmente libero di creare un nuovo sorprendente album d’esordio, aprendo il risorgimento dell’indie.

Qualcuno che si esplode“: Tutti fenomeni è esasperato dalla stabilità che lo circonda, un discorso che, come in tutto l’album, non è solo musicale, ma anche umano. Siamo in una generazione in cui nessuno ormai si espone, in cui tutti sono alternativamente uguali: leggere libri “colti”, ascoltare musica impegnata o vedere film orientali sono tutte attività che hanno ormai perso il loro valore intrinseco, diventando veri e propri marchi da sfoggiare. Per Tutti Fenomeni è ormai evidente come ormai l’under 30 medio si sia standardizzato, piegato alle abitudini, accettando i dettami della massa in una ricerca continua della felicità sociale. Senza più avere la stessa forza di quando a 16 anni ascoltava gruppi allora da “sfigati” come gli Afterhours, o come 3/4 anni dopo fu tra i primi ad abbracciare la trap. In questo stesso modo la cultura si è allineata, portando tutti in fila e in format prestabiliti. Una canzone per funzionare deve seguire quelle due-tre regole base, altrimenti cade nel dimenticatoio, portando ad una vera e propria razionalizzazione dell’arte, ferma in una melma da cui diventa sempre più difficile uscire. Tutti Fenomeni prega così per l’arrivo di un nuovo messia, di un folle, di un nuovo kamikaze come fu ai tempi Brondi con Canzoni da spiaggia deturpata. In poche parole ci invita ad aspettare Qualcuno che si espone, o meglio, ascoltatori pronti a ballare con qualcuno che si esplode.

Metabolismo“: “in biologia, il complesso delle trasformazioni chimiche che assicurano la conservazione e il rinnovamento della materia vivente”. Ogni corrente culturale, dal rinascimento, al barocco, fino ai movimenti punk, è sempre stata per l’uomo un modo di evolversi e rinnovarsi, adattandosi alla nuova realtà che lo circondava. Fino a trasformarsi da corpo estraneo a cellula parte della società, integrandosi con il resto dell’organismo.
Così anche il nostro amato movimento indie è stato ormai metabolizzato dalla cultura italiana, partendo da chi è stato più veloce e lo ha seguito già dai tempi dei Verdena, a chi invece lo ha fatto proprio solo dopo il boom del 2017/2018, finendo con chi lo ha scoperto solo grazie a Sanremo con lo Stato Sociale e i Pinguini Tattici Nucleari. In questo pezzo nel “meta-linguaggio” di Tutti Fenomeni vengono utilizzate figure come Anna Bolena per descrivere la sensazione degli artisti e dei fan indie di essere tutti regine del nostro piccolo mondo, divinità del nostro universo tascabile. Ci convinciamo di essere noi i “tutti creativi” che muovono i fili della società, costruendo i prossimi passi dell’umanità, diversi e migliori da chi non ascolta i Canova o Brunori. In realtà però proprio i creativi, gli artisti che tanto idolatriamo, sono coloro che si prostituiscono, vendendo la propria arte o la propria libertà di pensiero per adattarsi alle convenzioni che li circondano. Allo stesso modo in cui noi ascoltatori vendiamo i nostri gusti nell’affannosa ricerca di consensi numerici sotto forma di like ai propri post. Lo stesso Tutti Fenomeni era caduto in questa trappola, iniziando la propria carriera inseguendo il carrozzone della trap, provando a rubare gli ingredienti segreti dal piatto che, all’epoca, era sinonimo di successo. Nello stesso identico modo in cui, nell’indie, sono tutti diventati fenomenali cuochi della stessa identica ricetta, portando ad un appiattimento delle proposte. Dimenticando così che “troppi cuochi rovinano il brodo”. Costringendo così l’ascoltatore a dare più importanza alla figura “social” o al marketing che ai veri contenuti, usando l’estetica come unico vero punto di differenziazione, accecati dal fatto che “se la cuoca è bella, sarà tutto buono”

ATTO 2 – Tutti Fenomeni vs se stesso: ovvero come ci accorgemmo che sentirsi speciali è un’arma a doppio taglio

Reykjavik“: Contessa produce i Pop X. In questo intermezzo Tutti Fenomeni si muove su tematiche maggiormente personali, spezzando il viaggio critico nella scena indie. Reykjavik parla a quella parte di noi – o a quell’amico che tutti abbiamo- che in qualche modo si muove al di fuori delle regole sociali, a quelle persone che non si tengono dentro i complimenti alla Teresa, che non condividono la copertina quando fa freddo, che vogliono eliminare ogni formalismo durante un flirt. Quel lato di noi che ci rende davvero unici, che alcune notti ci porta a sputare fuori quello che abbiamo dentro senza pensare a nessuna conseguenza, seguendo la libertà espressiva che ci distingue da una macchina. Senza pensare che per gli altri, quelle notti, stare con noi “diventa quasi radioattivo”. Il pezzo in questione – e l’album intero – ci insegna che sono proprio questi i momenti in cui diventiamo padroni del nostro destino, burattini egoisti ed egocentrici, convinti di essere “Tutti fenomeni”. Comportandosi per una vita così, però, si rischia di isolarsi metaforicamente come Reykjavik. Di diventare lontani e bellissimi, irraggiungibili da chi non segue quella via, quasi come un Super uomo di Nietzsche. Essere davvero se stessi porta a trasformarsi in un isola a cui tutti guardano con interesse e paura allo stesso tempo, in un arma a doppio taglio in cui si rischia di perdere tutto o di trovare la vera felicità. Di trovare coloro che accettano il nostro essere isola. Cosi come Giorgio gioca contro il resto della scena, anche il protagonista di Reykjavik è in bilico, un trapezista che gioca su un lago tra l’essere considerato un “mostro cattivo” e trovare la persona che lo porterà a “trasformare il sushi in una pizza margherita”.

Diabolik“: Anche Tutti Fenomeni, esattamente come quel nostro amico-isola di Reykjavik, col tempo ha trovato la persona in questione. Quella che “ci fa provare tante cose allo stesso tempo”. Quella che ammazza il lato poetico in ognuno di noi e che ci lascia senza le giuste parole per descrivere i nostri sentimenti, che impoverisce il nostro linguaggio fino a renderlo arido come un estate a Dubai. Quella che ci rende stupidi, monotoni e insensati, uccidendo l’artista romantico dentro di noi. Tutti Fenomeni però, a differenza del 95% anzi il 99% delle persone, si rende conto di come in realtà questo innamoramento non sia affatto come quello dei film. Non è pronto ad accontentarsi, a cedere, a dire “forse alla fine va bene così”. Il cantante di Merce Funebre è quel lato di noi che non vuole, non può, accettare una vita da piccione: “triste quando è libero, triste quando è in prigione“. La prigione sentimentale, la trappola in cui questa donna l’ha fatto cadere, sta troppo stretta ad un’aquila come lui. Allo stesso tempo però, come un antieroe decadente, la libertà è ugualmente o perfino più distruttiva da un punto di vista emotivo. E quindi come Diabolik, l’antieroe italiano per eccellenza, Giorgio è in una continua lotta tra questi suoi due lati, finendo quasi sempre a non accontentarsi, a ricercare la perfezione e a buttare via ogni singola storia avuta. Di lasciar dietro ogni donna conosciuta per rendersi conto, troppo tardi, di averla davvero amata solo una volta che è finita. Di averla amata solo dopo il “novantunesimo”.

Hikmet“: Nazim Hikmet era un poeta e drammaturgo turco. Proprio come un poeta descrive il mondo usando chiavi comprensibili solo alla sua anima, così Tutti Fenomeni canta l’amore in un modo diverso da chiunque altro. Tante metafore, apparentemente senza senso per una generazione abituata a testi semplici e sentimenti sbattuti in faccia. Qui invece dobbiamo tornare a pensare, usare parole diverse, non condivisibili in pochi caratteri, non inviabili in un sms o facili da usare come didascalia ad una foto. Frasi messe insieme in un modo tale da dover quasi andare a caccia di quello che descrivono, inseguendo l’aquila che ghermisce tra gli artigli il loro significato. Un significato per cui l’artista è pronto a sacrificarsi come un agnello pasquale: “mi immolerò per te E nel momento stesso in cui ti afferrerò Sarai inaccessibile
Proprio questa è l’arte per Tutti Fenomeni, descrivere il mondo in modo estremamente personale e non piegato al vocabolario dei figli di Instagram, delle vignette in 5 post. Oppure, proprio questa è la genialità del duo che ha partorito quest’album: un duo che sta semplicemente prendendo per culo chiunque cerchi significati dietro questi 11 pezzi.

ATTO 3 – Tutti Fenomeni vs l’intellighènzia indie: ovvero come smettemmo di ascoltare canzoni solo per scopare

Filosofia“: Benvenuti nel quarto album de I Cani. Benvenuti nella filosofia di Tutti Fenomeni. Una filosofia che è critica e auto-ironica allo stesso tempo: critica, ovviamente, verso tutti noi ascoltatori e il mondo indie in generale. Un mondo in cui tutti si ritengono filosofi, “profondi” paragonati alla bidimensionalità del resto della gente. Profondi solo perché ascoltiamo musica diversa, fatta da gente che da più importanza al significato delle parole che alla mera musicalità: siamo quindi filosofi che ascoltano cantanti filosofi. Auto-ironoica perché per Tutti Fenomeni non c’è nessuna profondità in tutto il movimento di cui lui stesso fa parte. Quello che c’è è solo un arroganza nel credersi migliori, differenti quando invece in realtà “tutto ciò che studi sono i milioni in banca di Jovanotti”. Tutti gli artisti si ritengono studiosi dell’essere umano, dei veri e propri professori dei sentimenti, pronti a dare lezioni agli ascoltatori/studenti. In realtà pero gli obiettivi – e le tematiche – di questi autori non sono così diverse dai re del pop come Jovanotti. Anzi, il loro vero sogno Freudiano, mascherato da frasi malinconiche, non è niente di più che raggiungere i numeri del suo conto in banca; cosi come per la maggior parte degli ascoltatori, l’obiettivo di ogni post filosofico è soltanto una scopata in più.

Mogol“: Il lento del disco. La ballad secondo Tutti Fenomeni, che ovviamente non può essere un pezzo d’amore tradizionale. Qui Guarascio prende come riferimento un simbolo della generazione dei nostri padri per portare ancora avanti le tematiche filosofiche che ha deciso di affrontare in Merce Funebre. L’infinito non l’ha scritto Mogol” è una critica simbolica fatta a cosa rappresentano i fan di un certo tipo di musica. Sostanzialmente abbiamo oggi una buona parte della gioventù italiana che, per un bisogno impellente di sentirsi superiore e diversa, non accetta, anzi, denigra, i gusti di chi ascolta autori meno “impegnati” come Aiello, Gazzelle e compagnia varia. Ritenendosi una persona più profonda di chi va ai concerti di Sfera Ebbasta o Tiziano Ferro, continua a vivere rapportandosi con idoli morti da tempo. In una sorta di chiusura aristocratica rifiuta la musica pop, la realtà culturale attuale, rifugiandosi in miti del passato, come appunto Mogol, senza rendersi conto che proprio Mogol era, in qualche modo, l’autore commerciale della generazione dei nostri padri, un vero e propio artista delle masse. Questo pezzo svuota di significato, quasi dissando, tutte quelle persone che con fare misterioso o intellettuale si sono sempre identificati con musica ormai passata, senza rendersi conto di come tutto quello che ci circonda oggi sia sempre legato indissolubilmente al passato. In una sorta di reincarnazione buddhista, in cui la fenice risorge dalle sue stesse ceneri. Tutti fenomeni è colui che prova a spezzare questo cerchio e a portarci nel prossimo step, come fece Battiato ai suoi tempi, con una mossa folle ma necessaria. Perché “da un punto di vista culturale l’Italia è già a pezzi”.

Marcel“: Il brit-pop italiano. Questo viaggio di uccisione della cultura, della prostituzione dell’arte come strumento per far soldi, continua in Marcel. Qui i libri di Proust sono accanto al bidet, diventano una lettura da fare al cesso come Topolino. Arte totalmente svuotata del suo significato, divenuta un semplice libro da copertina. Le chiavi di lettura sono come sempre molteplici: in un perfetto dialogo binario con “Filosofia”, continua il dissing a tutta l’intellighènzia indie. A coloro che si distinguono leggendo opere più impegnate, forse in una continua ricerca del riconoscimento altrui, del voler essere riconosciuti come diversi, come “colti”, come intelligenti. La critica si espande a tutti i lati di questa generazione, includendo simbolicamente anche i “nuovi hippie”, coloro che spesso criticano i viaggiatori, che lottano contro la globalizzazione. Usando frasi come “quasi tutti i turisti hanno una cosa in comune: non sanno la lingua del paese in questione”. Questa farsa, però, viene ancora scoperta e smascherata da Mr. Guarascio. Una farsa di cui, se scegliamo di fare parte è solo per far parte della cerchia dei “Tutti Fenomeni”.

EPILOGO – Trauermarsch

La marcia funebre di una generazione è qui. I riferimenti culturali al passato suonano dall’inizio alla fine (“Leonardo Da Vinci era molto rock Mentre Caravaggio era più tipo un rapper Anche Mozart ha fatto pop Enrico Fermi non ha fatto lettere“). E’ chiaro come nella filosofia di Guarascio tutto sia un ciclo, quelli che oggi riteniamo veri alternativi sono solo riletture in chiave moderna di figure del passato.I rocker, i rapper, ci sono sempre stati, non sono certamente nati ora. Allo stesso tempo, il tanto vituperato pop è stato, in qualche modo, la musica di compositori geniali come Mozart o Mogol. In realtà, la cultura di una determinata epoca è un qualcosa il cui valore viene davvero stabilito solo dalla generazione successiva, la stessa generazione che la porta alla morte. In ogni epoca ci sono stati innovatori, spesso criticati dai contemporanei, che erano attaccati ad altri valori, ad altri parametri, usavano altre lenti per filtrare la realtà. Il ruolo della gioventù, intesa sia dal punto di vista umano che da quello culturale, è sempre stato quello di cambiare il colore di questi occhiali da sole, rischiando di bruciarsi gli occhi come unico modo per evolversi davvero, per realizzare i propri sogni individuali e collettivi. Tutti Fenomeni si dichiara quindi, con la sua tipica arroganza da ex trapper, lo spartiacque per questa generazione, un nuovo punto nel calendario, tracciando una linea di confine tra il before e l’after Merce Funebre. Il prete che chiude la bara in cui ci troviamo tutti noi, dandoci un’ultima chance di prendere la sua mano ed uscire prima che sia troppo tardi. Prima che la sua seconda, ora attesissima opera ponga il chiodo che sigillerà definitivamente quest’epoca. Perché ci ha già anticipato che “il romanzo continua per 300 pagine dopo la morte del protagonista”.

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