I VITELLONI O DELLA GIOVINEZZA PERDUTA

di Aretina Bellizzi

I VITELLONI O DELLA GIOVINEZZA PERDUTA

di Aretina Bellizzi

I VITELLONI O DELLA GIOVINEZZA PERDUTA

di Aretina Bellizzi
4 minuti di lettura

I Vitelloni

Un film di Federico Fellini.

Con Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Leonora Ruffo.

1953

È ormai la fine dell’estate, è la provincia italiana, una anonima località balneare, è un tempo e uno spazio che sembra già sbiadito nel ricordo quello dell’inizio de “I vitelloni”. Il film, il secondo lungometraggio di Fellini dopo “Lo sceicco bianco”, con il quale condivide molti tratti, ha aperto la strada al giovane regista ai riconoscimenti e alla fama nazionale e internazionale, aggiudicandosi il Leone d’argento a Venezia e il Nastro d’argento per la miglior regia e per il miglior attore non protagonista (riconoscimento ottenuto da Alberto Sordi).

I protagonisti sono cinque giovani ragazzi, uomini che dovrebbero affacciarsi alla vita ma che preferiscono guardarla da lontano, dalla prospettiva di chi vuole essere figlio pensando di non dover mai diventare padre. Bambini mai cresciuti, a cui dell’essere bambini nulla più è rimasto, non il senso di meraviglia e di stupore, non il desiderio del nuovo. Nulla se non il voler eternamente reiterare la dimensione del gioco e della spensieratezza. Così Fellini raffigura i “vitelloni” come dei gaudenti, appassionati di nulla se non del vacuo vivere che si sono costruiti senza sforzo né progetto, ma per inerzia. Eppure sembrano essere a loro modo contenti. I tentativi di partire e interrompere il concatenarsi sempre uguale dei giorni trascorsi tra il bar, una sala da biliardo o una stanca passeggiata al mare, sono così blandi da sembrare non veri, non realmente voluti.

Del resto, questi giovani non sembrano volere o desiderare nulla più di quello che hanno, anche il minimo cambiamento rischierebbe di mettere in crisi il precario equilibrio con cui si muovono e attraversano la vita, sempre e solo dall’esterno, come estranei a se stessi. Solo il carnevale sembra rianimarli, un barlume d’estate nel grigiore più profondo dell’inverno. La festa dà ai vitelloni una ragione di vita, un motivo per agire, o più semplicemente offre loro qualcosa da fare, a cui partecipare. Loro che non riescono ad essere partecipi della loro stessa vita, che vivono solo in modo tangenziale, senza mai entrare troppo nel vivo di essere vivi per paura e per pigrizia. La festa suggerisce loro l’atmosfera surreale del circo, della sospensione nell’eterna fanciullezza. Preferiscono non affrontare nulla, neppure se stessi, ed anche i problemi che via via gli si presentano li vivono da fuori, come se non li riguardassero, con il minor coinvolgimento possibile, senza mai prendere una decisione con il disincanto di chi sa che non vuole agire anche se potrebbe farlo.i vitelloni fellini

Ma questa indolenza, questo sporcarsi continuamente nella noia e mai nella storia è in realtà una scelta. La scelta di non scegliere. Non volere nulla per sé e per gli altri, non voler cambiare, è in realtà, già di per sé, la manifestazione di una volontà. La volontà del nulla, dell’essere semplicemente, senza desiderare e sperare, del vivere senza agire. Nel delineare questi tratti, Fellini sta programmaticamente dichiarando la sua poetica, sta anticipando delle linee tematiche che attraverseranno trasversalmente il suo cinema. E come farà sempre, anche qui non giudica, non fa la morale ai suoi personaggi e non permette neppure allo spettatore di avventurarsi in troppo facili deduzioni. Guarda a questi ragazzi con affetto e comprensione, con l’occhio buono dell’amico che ha percorso almeno per un tratto della sua vita la stessa strada dei vitelloni e che ora la ricorda con nostalgia. Come si ricorda la giovinezza perduta, quella immersa in un presente che sembra eterno perché senza storia e senza aspirazioni. Tutto è ora. Non c’è passato e non c’è futuro nella vita di questi ragazzi. Anche i desideri, quelli grandi, della realizzazione, sono destinati a spegnersi nel grigiore della provincia e nel buio dell’inverno. Si spengono come l’estate che se ne va, ogni anno, per poi tornare, con le sue illusioni e le speranze di poter cambiare, di dover partire. Forse, alla fine però, alla fine dell’estate. una fine che non arriva mai perché arriva sempre uguale a se stessa e rimette le cose in ordine nel loro posto scomposto, le colloca là dove non dovrebbero stare. E così tutto ci sembra assumere già i connotati indistinti e l’atmosfera rarefatta e indefinita del sogno. L’unica cosa reale appare il “per ora” pronunciato dal narratore alla fine del film. Nulla è realmente definitivo, nessuna decisione, non quella di Moraldo di partire, di fuggire da se stesso, senza avere una meta, né tanto meno, quella di Fausto di rimanere finalmente fedele al fianco della moglie Sandra. Lei apparentemente così inconsistente, remissiva e infantile dà consistenza al marito, il meno consistente del gruppo.
Nessun contorno è definito: la fine e l’inizio non sono limina ma passaggi. Anche i contrasti sono annullati, tutto è smorzato dall’ironia e dalla levità dell’essere giovani, dell’attraversare il vuoto a grandi passi senza doversi guardare le spalle, senza dover mirare un bersaglio. Lontani, lontanissimi dalla guerra appena trascorsa (il film è girato e ambientato nel 1953), i vitelloni rimangono immersi in un terribile e statico inverno. il film finisce prima che possa tornare l’estate con il suo movimento. La stagione dell’illusione che qualcosa di nuovo e di diverso sia possibile.

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