Taiwan: Pechino
si infuria, perché?

Perché la visita di Pelosi a Taiwan
ha fatto infuriare Pechino?

I rapporti tra Cina e Taiwan sono da sempre molto tesi
ma perché stavolta si rischia grosso?

di Simone Pasquini

Taiwan: Pechino
si infuria, perché?

Perché la visita di Pelosi a Taiwan
ha fatto infuriare Pechino?

Perché la visita di Pelosi a Taiwan
ha fatto infuriare Pechino?

di Simone Pasquini
Taiwan

Taiwan: Pechino
si infuria, perché?

Perché la visita di Pelosi a Taiwan
ha fatto infuriare Pechino?

I rapporti tra Cina e Taiwan sono da sempre molto tesi
ma perché stavolta si rischia grosso?

di Simone Pasquini
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La breve visita della deputata democratica Nancy Pelosi sull’isola di Taiwan ha sollevato nuvole di tempesta nelle acque del Mar Cinese meridionale. Il volo della speaker della Camera dei Rappresentanti statunitense, condotto nonostante i dubbi dell’amministrazione Biden sull’opportunità di una simile iniziativa, ha scatenato come non mai le ire di Pechino.

Nei giorni precedenti la Repubblica Popolare aveva a gran voce minacciato gravi conseguenze qualora la Pelosi avesse deciso di visitare la capitale Taipei, nell’ambito di un più ampio viaggio in estremo oriente volto al consolidamento dei rapporti con gli alleati degli USA nella regione.

Il viaggio nell’isola asiatica, che si sarebbe dovuto tenere lo scorso aprile e che già a suo tempo aveva spinto la Cina ad alzare i toni, fu infine rimandato a causa della positività della deputata democratica al Covid. Ed anche questa volta sembrava che cause di forza maggiore avrebbero costretto la Pelosi ad evitare questa discussa tappa, soprattutto in seguito al freddo quanto impegnativo confronto telefonico del 28 luglio fra il Presidente Biden e l’omologo cinese Xi Jinping.

Infatti, la visita dell’illustre ospite – accolta a Taipei con tutti gli onori che si potrebbero tributare ad un Capo di Stato – cade in un momento difficilissimo delle relazioni fra Cina e Stati Uniti.

Perfino Biden, durante la citata conversazione con il Presidente Xi, si era lasciato sfuggire che i suoi responsabili ritenevano poco opportuno procedere con questo viaggio diplomatico, ma neppure le insistenze del presidente sono valse a far cambiare idea all’agguerrita democratica. Sebbene la Pelosi si sia trattenuta meno di 36 ore sull’isola, nel corso degli incontri con la presidente taiwanese Tsai Ing-wen e con i rappresentanti del Parlamento, la speaker ha avuto modo di ribadire il fermo ed incondizionato sostegno degli Stati Uniti alla piccola repubblica insulare.

La reazione di Pechino non si è fatta attendere. I portavoce del governo cinese hanno sottolineato come l’iniziativa statunitense rappresentasse un grave affronto per il loro paese, una concreta sconfessione dell’impegno assunto dal presidente Biden di riconoscere come valida la concezione dell’“unica Cina”.

Dal lontano 1949, quando al termine della lunga guerra civile i comunisti di Mao Zedong costrinsero il partito Nazionalista a rifugiarsi sull’isola di Formosa, i rapporti fra i due paesi – fra le due “Cine” – sono sempre stati molto tesi. Sebbene oggi le industrie di componenti elettronici dell’isola siano fra i migliori acquirenti di materie prime cinesi, la politica di Pechino è sempre stata quella di considerare l’isola parte integrante del territorio nazionale, in quanto territorio appartenente un tempo all’impero cinese prima del suo collasso (lo stesso principio, peraltro, con cui Mao giustificò l’invasione cinese del Tibet nel 1950).

Taiwan ha finora potuto sopravvivere al suo imponente vicino grazie alla benevola protezione degli Stati Uniti, che fin dalla creazione del governo isolano avevano interesse alla presenza di un alleato alle porte della Cina comunista. Da un punto di vista strettamente diplomatico, gli Stati Uniti non riconoscono formalmente l’isola come Stato indipendente da quando essa fu costretta dalla comunità internazionale a lasciare il suo posto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a favore della Repubblica Popolare. Ma questo, ovviamente, non impedisce agli USA di continuare ad avere numerosi rapporti con Taiwan, soprattutto in chiave militare in vista di quel contrasto USA-Cina che con ogni probabilità caratterizzerà le relazioni internazionali nei decenni a venire. 

Il governo di Pechino, che su questo tema non è disposto a fare alcuna concessione né tollerare alcuna intromissione, nei giorni scorsi ha accompagnato il proprio biasimo verbale con l’attivazione del dispositivo militare nelle regioni costiere del meridione, con tanto di dislocamento di unità corazzate e batterie missilistiche.

Inoltre, cosa ancora più importante, ha annunciato che fra oggi ed il 6 agosto si svolgeranno nelle acque intorno all’isola esercitazioni militari. Esercitazioni che, fra l’altro, andranno in parte a violare lo spazio aereo e marittimo dell’isola, come hanno già fatto notare numerosi osservatori internazionali, e che aumentano drammaticamente il rischio di una escalation militare nella zona.

Il ministro della difesa taiwanese, nel condannare l’annuncio delle esercitazioni, non ha esitato a definirle delle vere e proprie “intimidazioni psicologiche a danno dei cittadini”. Con ogni probabilità, e considerata anche la particolare situazione internazionale causata dalla crisi ucraina, la Cina non ha in questo momento intenzione di ingaggiare uno scontro diretto con la superpotenza americana, ma questo tipo di iniziative militari presentano sempre un discreto margine di rischio.

A proposito di Ucraina, una caustica condanna della visita statunitense è giunta dal ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov, il quale ha definito questa iniziativa “rifletta la stessa linea di cui stiamo parlando per quanto riguarda la situazione ucraina”, ovvero una linea basata sulla completa impunità e libertà di azione. 

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