VISIONI IN BIANCO E NERO: TIRELLI AL PASTIFICIO CERERE

di Maddalena Crovella

VISIONI IN BIANCO E NERO: TIRELLI AL PASTIFICIO CERERE

di Maddalena Crovella

VISIONI IN BIANCO E NERO: TIRELLI AL PASTIFICIO CERERE

di Maddalena Crovella
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Il decennale di attività della Fondazione Pastificio Cerere

Il Pastificio Cerere celebra i dieci anni di attività della Fondazione con una personale di Marco Tirelli, membro attivo del fermento artistico e culturale che negli anni Settanta trasformò l’ex fabbrica di pasta in spazio creativo. L’esposizione, aperta al pubblico dal 6 maggio al 22 luglio, chiude un ciclo di sei mostre dedicato al “Gruppo di San Lorenzo” formato da Ceccobelli, Dessì, Gallo, Nunzio, Pizzi Cannella e lo stesso Tirelli. Nella progettazione della rassegna, organizzata da Marcello Smarrelli, direttore artistico, non è stato assegnato un tema preciso e ogni artista ha avuto modo di esprimere in totale libertà il proprio universo di segni. Nel racconto della propria poetica, Tirelli ha riproposto la dimensione intima e familiare dello Studiolo rinascimentale, riattualizzato all’interno di uno spazio industriale che ha ben 110 anni di vita. Il pastificio, infatti, è luogo della memoria individuale dell’artista che, agli esordi, trasferì in quegli ambienti il proprio studio, lavorando assiduamente alla crescita e alla promozione dell’arte contemporanea a livello internazionale. 10_MarcoTirelli_FondazionePastificioCerere_2016_CreditsMarioMartignetti

Il percorso espositivo si apre con un’immersione nel bianco intenso delle pareti che immediatamente accresce il senso di spaesamento provocato dal passaggio repentino nel silenzio, in contrasto con il vociare esterno dei numerosi visitatori. Come l’ombra che disegna linee nette sui muri, compaiono le prime opere di Tirelli: sono soggetti caratterizzati da un forte dualismo cromatico, frammenti d’interni e architetture fatte di bianchi e neri che celano sempre qualcosa. L’occhio si perde tra le forme geometriche disegnate dalla luce e si aggrappa ai chiari e scuri che hanno il potere di evocare una memoria individuale e allo stesso tempo collettiva. Tutta l’opera di Tirelli nasce da una riflessione filosofica che trae spunto dalla teoria platonica sui solidi per le forme e l’esoterismo di Durer per i rimandi simbolici. Ad esercitare un ruolo decisivo è, inoltre, la pittura metafisica di De Chirico e il lirismo di Rothko, che si manifestano nella particolare attenzione al minimalismo delle forme e alla percezione sensoriale della luce.  Per tale motivo, la luce acquista un ruolo predominante: si fa forza creatrice che modella le cose, determinandone l’esistenza stessa.

18_MarcoTirelli_FondazionePastificioCerere_2016_CreditsMarioMartignetti

Lo spazio espositivo progressivamente si trasforma e apre un sentiero che dal reale conduce all’immaginario. L’ultima stanza, infatti, è uno spazio mentale, oltre che fisico. Sulle pareti bianche si aprono enormi finestre circolari sull’ignoto. Sembra di osservare una serie di buchi neri, perfettamente simmetrici tra loro, che hanno la capacità di assorbire il pensiero e trasportarlo in una dimensione sospesa. L’uso omogeneo del colore nero, racchiuso in un cerchio perfetto, contribuisce a focalizzare l’attenzione sulle forme geometriche disegnate in bianco al centro della sfera. Alla base dell’opera di Tirelli c’è l’idea che la pittura sia uno strumento per guardare oltre la realtà, per dialogare con le infinite possibilità che la percezione apre alla mente. TirelliIn ogni creazione prevale sempre una dicotomia di fondo: il contrasto tra bianco e nero, in primis, che riflette quello tra luce e ombra ma anche l’antitesi tra principio e fine, noto e ignoto, visibile e invisibile. Altra caratteristica affascinante è la creazione di oggetti multimaterici (gesso, metallo o bronzo) che vanno a costituire installazioni molto evocative in cui la materia superficiale sembra sciogliersi, fino ad essere assorbita dal fondo scuro. In tutta la serie di opere le leggi della tridimensionalità sfidano l’irrazionale e l’immaginazione apre nuove frontiere del possibile. Lo spazio, che si scompone, è messo in discussione ma anche la dimensione temporale acquista nuove coordinate e il viaggio pittorico assume valore psicologico: in assenza di percorsi precisi resta l’interiorità.

Il rumore della realtà spezza ormai il suggestivo silenzio, torno a calcolare il tempo e lo spazio. La sala si riempie di persone in attesa di osservare, come me, quegli squarci aperti sull’intangibile. Anche loro sono rimasti assuefatti dal meccanismo visivo innescato dall’arte e penso alle parole dello scrittore Valerio Magrelli, quando a proposito delle opere di Tirelli afferma: “sono macchine ottiche concepite per imparare a vedere.”

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