VINITALY: VENI, VIDI, VINI – 1. TAKE A WALK ON THE WHITE SIDE

di Fabrizio Spaolonzi

VINITALY: VENI, VIDI, VINI – 1. TAKE A WALK ON THE WHITE SIDE

di Fabrizio Spaolonzi

VINITALY: VENI, VIDI, VINI – 1. TAKE A WALK ON THE WHITE SIDE

di Fabrizio Spaolonzi
4 minuti di lettura

Fatto il pass, preso il treno di andata e l’aereo di ritorno. Mi sembra di muovere i miei primi passi, ed in effetti lo sono in questo caso. Varco la soglia dell’ingresso in una calda, atipica, giornata veronese. Come si dice in Matrix – e non me ne vogliano i doppi sensi – “sono dentro”.

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La giornata è lunga, ma i padiglioni ancora di più, quindi si parte con il manuale delle regole, dettate dai vari esperti “della decima edizione” o “non so più quanti Vinitaly ho fatto”. Regola numero uno: si parte dai bianchi. E sia. Regola numero due, cercare di andare mirati. Va bene, iniziamo dal Friuli. Regola num…no aspetta, siamo entrati dal lato del Trentino… vabè, a questo punto partiamo da qui, ecco, come immaginavo, non si riesce ad arrivare alla regola numero tre. Chiudiamo il manuale, e prendiamo in mano bicchiere e penna. Segnare cantina, segnare vino, segnare qualità. Domandare, bere, ascoltare. Così almeno abbiamo iniziato, poi, si sa, le tre fasi si sono un po’ confuse con il tempo!

Eccoci quindi nelle terre di Nord-Est, dove il bianco la fa da padrone. Neppure il tempo di un sospiro, di guardarsi intorno, di chiedere ed incuriosirsi, che si presenta dinanzi a noi Der Pacherof. Nelle terre di Novacella dal 1142 questa cantina sfrutta il microclima della zona, dalle marcate escursioni termiche, per produrre i suoi vini bianchi ed eleganti. Degustazione Pacherof davvero molto interessante. Poker di bianchi: Pinot grigio, buono, Riesling, molto bene, Kerner, ancora meglio, Sylvaner, ottimo. Un crescendo che vorremmo mantenere anche per le prossime degustazioni.

È però giunta l’ora di alzare il telefono e sentire “gli amici di Mantova”, conosciuti in langa alla degustazione di Barolo in cantina Montezemolo. Pronti, precisi, da veri professionisti del mestiere, Matteo e Paolino sono in prima linea, Friuli già finito in mattinata, bicchiere di Gewürztraminer Peter Sölva&Söhne strepitoso in mano nell’hangar Trentino Alto-Adige, foglio con cantine da visitare, vini, prezzi e voti. Focaccia nello zaino. C’è sempre da imparare nella vita. Con loro decidiamo il percorso della giornata e prendiamo subito la decisione più difficile: cosa non assaggeremo. La retta via è presto smarrita e gli spostamenti sono più irregolari del previsto, ma scegliamo almeno di continuare sui bianchi, appunto, let’s take a walk on the white side.

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Avanti Savoia! Un passo dopo l’altro incalzano i bicchieri, le chicchiere, Malesani ubriaco (per chi non sapesse chi sia passate avanti, rileva, limitatamente, solo per chi sa chi è!) e i biglietti da visita crescono nelle tasche, ma per evitare una lista della spesa, nella speranza di poter raccontare questi vini in altri successivi articoli, usiamo la celebre tecnica del “teletrasporto”, che ci conduce al momento in cui sbarco in Friuli, praticamente al confine con la Slovenia, nelle terre di Collio.

Qui, dove fino a 38 milioni di anni fa c’era il mare, oggi nascono vini di grande livello. Una tra le grandi tenute che ho “sorseggiato” è Villa Russiz. Chardonnay e Sauvignon. Due vini che portano in serbo una storia iniziata nel 1868, e quindi già italiana, quando Elvine Ritter von Zahony portò in dote al marito, il Conte Teodoro de La Tour, la tenuta di Villa Russiz, oggi Fondazione. Così naque una delle prime storie divi(g)ne di Collio, e la tradizione, come i sapori, continua tutt’ora, alla 50esima edizione del Vinitaly Verona.

Sento che i mantovani iniziano a bramare il rubino perché hanno già 4 ore di bianco alle spalle. Ma mentre trascinano me e la mia dolce metà verso altre regioni il mio occhio cade su un’etichetta inconfondibile, una delle prime bottiglie che in cantina, al ristorante dove ho imparato a muovere i miei primi sorsi, mi fu detto dal mio Maestro “ecco, questa provala”. Una rarità detto da uno che tendenzialmente considerava molte bottiglie utili solo a “farsi uno shampoo” e che solo di alcune diceva che fossero da bere, e di 2 sole mi disse “questa è davvero buona”. Ma questa è un’altra storia.

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Insomma, mi bevo il mio nettare, un Sauvignon Ronco delle Mele di Venica. E dopo questo fugace ultimo assaggio di Collio torno verso casa..treno? ma no, Hangar Piemonte! Bien, allora direi repetita iuvant, Barolo, Barolo, Bar…fermi, ancora un sorso di bianco, in fondo sono arrivato solo da tre ore, è ancora aperitivo per me! Uno solo. Promesso. Accordato. E allora si decide per un Arneis. No, pardon, non “un” Arneis qualsiasi, il Roero Arneis DOCG Cornarea, “cru” cuore dell’azienda. Terre del Roero, nello specifico Canale, dove da piccolo con un mio affezionatissimo vicino di casa andavamo a prendere il vino. Villa Cornarea fu costruita nel 1908, ma è dagli anni ’70 che i coniugi Bovone hanno creduto ed investito nel recupero dell’antico vitigno, oggi coltivato a 12 ettari di Arneis e 3 a Nebbiolo. Bene, sono pronto a varcare il confine. È rosso l’orizzonte innanzi a me, ma è un orizzonte verticale.

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