Viareggio: “Senza giustizia
temiamo altri disastri”

Viareggio, il dolore dopo la prescrizione
“Senza giustizia temiamo altri disastri”

Parla Marco Piagentini. Nella tragedia ferroviaria del 2009 perse moglie e due figli:
“Da Moretti solo arroganza. Allo Stato chiediamo verità”

di Anna Madia

Viareggio: “Senza giustizia
temiamo altri disastri”

Viareggio, il dolore dopo la prescrizione
“Senza giustizia temiamo altri disastri”

Parla Marco Piagentini. Nella tragedia ferroviaria del 2009 perse moglie e due figli:
“Da Moretti solo arroganza. Allo Stato chiediamo verità”

di Anna Madia

Viareggio: “Senza giustizia
temiamo altri disastri”

Viareggio, il dolore dopo la prescrizione
“Senza giustizia temiamo altri disastri”

Parla Marco Piagentini. Nella tragedia ferroviaria del 2009 perse moglie e due figli:
“Da Moretti solo arroganza. Allo Stato chiediamo verità”

di Anna Madia
12 minuti di lettura

Quando ha sentito il rumore del treno che deragliava, un odore forte di gas, una strana nebbia nell’aria, Marco Piagentini ha intuito che qualcosa stava per accadere. Era la notte del 29 giugno del 2009 a Viareggio, i bambini dormivano già. Marco li ha svegliati, ha accompagnato fino alla strada sua moglie Stefania e i più piccoli, Lorenzo e Luca, di due e quattro anni.

Poi ha caricato in macchina Luca. Ha visto Stefania accanto a sé, con Lorenzo tra le braccia. È tornato indietro a recuperare Leonardo che di anni, all’epoca, ne aveva otto. La fiammata è arrivata in quel momento, alta quanto un palazzo

Marco si è protetto accartocciandosi su se stesso, ha sopportato ustioni sul 90 per cento del corpo e 60 interventi chirurgici. È sopravvissuto. Leonardo, invece, lo ha difeso la casa: oggi è grande, ha finito il liceo e ha cominciato l’università. Stefania, Lorenzo e Luca non ci sono più. 

Sono tre delle 33 vittime (una delle quali non fu conteggiata, all’inizio, nell’elenco generale) della strage di Viareggio, causata dal deragliamento di un treno carico di gpl e dall’incendio devastante che alle 23.48 inghiottì il quartiere della stazione, le strade, i muri, le camere da letto.

Oltre 30 gli imputati coinvolti. Per quelli accusati di omicidio colposo, la Corte di Cassazione ha stabilito – l’8 gennaio scorso – dopo due gradi di giudizio che il reato si è prescritto. Il tempo lo ha cancellato. Certo, non tutto è perso: il disastro ferroviario è stato accertato per 11 persone e, con il rinvio voluto dalla Suprema Corte, le carte ritorneranno alla Corte d’appello di Firenze che dovrà ristabilire le pene ma non metterà in dubbio i fatti accertati.

Un pilastro fondamentale dell’accusa, però, è crollato: soltanto l’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, che aveva rinunciato alla prescrizione ed era stato condannato in appello a 7 anni, sarà ora giudicato per l’omicidio colposo plurimo aggravato. 

Marco Piagentini

Marco, dopo 11 anni di battaglie cosa hai pensato alla lettura della sentenza?

C’era una forte attesa, eravamo emozionati, attenti, e quando dai primi passaggi abbiamo capito che stava crollando la struttura portante dell’accusa, basata sul riconoscimento dell’aggravante dell’incidente sul lavoro, è stato un colpo fortissimo. 

Quell’aggravante era l’architrave di tutto. Noi sapevamo bene che senza quella, che spostava in avanti il tempo della prescrizione, gli omicidi colposi sarebbero stati dichiarati prescritti. E così è stato. Ci è cascato il mondo addosso, siamo tornati a quella notte di disperazione, di desolazione, in cui non riuscivamo ancora a capire cosa fosse capitato. Anche questa volta abbiamo avuto la sensazione di non capire il perché.

Sai, al di là della pena e degli anni di carcere, noi volevamo che le responsabilità fossero accertate. Avevamo questa aspettativa, ci sentivamo quasi di poterla pretendere. Attendevamo la sentenza come la chiusura di un percorso durato 11 anni, che per noi voleva dire fatica, voleva dire energie, e che era essenziale completare per poter ripartire.

Tutto questo è arrivato dopo l’impegno immane dei vostri avvocati e periti che nei due precedenti gradi di giudizio avevano ricostruito le dinamiche a partire dai dettagli: il cedimento dell’asse, lo svio del treno che correva veloce e poi il rogo devastante.

Certo. Rimanendo parte civile nel processo, noi sapevamo che non sarebbe bastato il diritto e che servivano i tecnici, gli ingegneri. Così, insieme alla provincia, alla regione e al comune di Viareggio mettemmo a disposizione dei nostri avvocati validissimi consulenti. 

Se vedi la ricostruzione dell’incidente in 3D, che è frutto del lavoro meticoloso fatto su tutti i componenti – dal singolo pezzo del treno alle tracce segnalate e archiviate dalla polizia ferroviaria il giorno dopo i fatti – trovi punti fermi e chiari su come siano andate le cose dal punto di vista dinamico e cinematico.

Secondo quella ricostruzione, alla base di tutto c’era un difetto di manutenzione?

C’era un assile mal tenuto e dunque un difetto di manutenzione. Ma poi si innestarono varie concause decisive a causare l’evento, tra cui la mancata adozione di misure di protezione, che i processi di primo e secondo grado accertarono. Come dire: se io prendo la macchina e vado in giro con i freni rotti, certo posso dare la colpa al meccanico che non la ha controllata bene, ma se proseguo consapevolmente nella corsa e poi causo un incidente non posso chiamarmene fuori.

Eppure non fu semplice affermare quelle responsabilità, in particolare per i vertici delle società. Si riuscì a stabilire che la holding delle Ferrovie aveva un forte potere di controllo sulle varie articolazioni del gruppo. Una tesi che venne molto criticata da alcuni.

Il nostro perito esaminò i rapporti tra la holding e le varie società controllate. Occorreva in particolare capire se l’amministratore delegato della holding avesse, come ci sembrava, un’amministrazione di fatto su tutto il gruppo. Appurammo e sostenemmo – anche grazie a testimonianze importanti – che Moretti, all’epoca amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, firmava contratti rilevanti per Trenitalia e per Rfi e prendeva decisioni continuamente. Tutto questo nonostante ci fossero altri amministratori delegati per quelle società. Insomma, aveva il pieno controllo del gruppo dal punto di vista operativo. 

“Potere chiama responsabilità”. E poi? 

Un altro perito verificò carenze serie nella valutazione del rischio che trovarono piena conferma nelle sentenze. Ricordo che in aula venne fatta una domanda del tipo: “Quali sono le vostre precauzioni ora? Se si incendiasse un cestino voi cosa fareste in base al protocollo?”. Risposta: “Se si incendia un cestino prendiamo l’estintore, scendiamo nel sottopasso, ci dirigiamo al binario e spegniamo l’incendio”. Questo per dire che molto veniva lasciato alla situazione del momento e noi lo sosteniamo dopo aver ascoltato tutti i testimoni e sviscerato tutte le perizie. Fu un lavoro di oltre 160 udienze in cui i nostri legali rovesciarono le Ferrovie come un calzino.

La prescrizione ora cancella le conferme che avevate ottenuto per quanto riguarda l’omicidio colposo aggravato. Speravate che non accadesse, ma avevate previsto questo rischio?

Sì, eravamo consapevoli che potesse scattare la prescrizione. Anche perché eravamo convinti che per salvare la situazione – non la nostra, ovviamente – l’unica strada fosse cercare di ottenere la prescrizione dei reati. Per farlo serviva demolire l’aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro. Ci sono riusciti. 

Però io mi chiedo: se quei due macchinisti coinvolti nell’incidente fossero ancora parte civile nel processo (cosa che non sono), qualcuno potrebbe forse sostenere che loro non abbiano subito un incidente sul lavoro? Aspetteremo le motivazioni della sentenza per capirne di più e per ripartire.

Un punto fermo importante comunque c’è e viene mantenuto: non è stata una fatalità, è stato un disastro colposo ferroviario. 

Questa è la parte della sentenza che ci dà la forza di andare avanti. Importanti profili di colpa sono stati confermati. Non è che la Cassazione ha detto: “Annulliamo, tutti assolti”. Ha detto: “Annulliamo con rinvio in appello e vanno riviste le pene”. Insomma, è decaduto l’omicidio colposo plurimo aggravato, ma ci sono fatti e responsabilità incontrovertibili. Questo vuol dire anche che le ferrovie italiane non sono così sicure come è stato sbandierato.

A proposito di fatti e di parole, cosa pensaste quando l’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Moretti, definì la tragedia “uno spiacevolissimo episodio”?

Pensammo tutti che quando certi personaggi, che hanno preparazione, cultura, una carriera da manager, si presentano in Senato per un intervento e parlano così, di certo non stanno parlando a caso o per sbaglio. Insomma, Moretti quelle parole voleva dirle, io credo. Disse “spiacevolissimo episodio” perché, probabilmente, non poteva e non voleva permettersi di utilizzare la parola “incidente”.

Come valutaste le sue scelte nel processo?

Moretti agì sempre con una modalità arrogante nei nostri confronti. In primo grado non venne mai in udienza. Poi, quando il suo avvocato disse che la strategia comunicativa fino a quel momento era stata sbagliata, si presentò per l’appello e disse che le ferrovie non c’entravano nulla.

Scelse, però, di rinunciare alla prescrizione e di farsi giudicare a prescindere dai tempi del processo. 

Questo non lo avevamo capito del tutto, fino ad oggi: eravamo convinti che avesse rinunciato alla prescrizione soltanto per l’incendio colposo e per le lesioni colpose, cioè per altri due reati che sono andati prescritti tempo fa. Soltanto l’altro giorno, con la lettura della sentenza, abbiamo capito che aveva rinunciato alla prescrizione anche per l’omicidio.

Potrebbe sembrare un gesto nobile che esprime la volontà di essere giudicato e la convinzione di poter dimostrare la propria innocenza. Noi, però, abbiamo sempre letto e continuiamo a leggere in quella scelta un’ennesima dimostrazione di arroganza che alla fine gli si è ritorta contro proprio ora che la Cassazione ha stabilito la prescrizione per tutti tranne che per lui. Secondo me i suoi avvocati hanno totalmente sbagliato il tiro, credo che “cadrà qualche testa”. 

Questo processo vedeva sul banco degli imputati non soltanto i singoli, ma – in virtù della legge sulla responsabilità degli enti – anche direttamente le società. Però, per queste società, la Cassazione ha appena escluso una responsabilità penale. Che significato ha questo per la vostra battaglia?

È l’altro schiaffo che noi abbiamo ricevuto venerdì: il fatto che le società come tali non rispondano. Ci sembra impossibile che un treno deragli e che le società coinvolte non ne subiscano conseguenze. Significa impunità, e quindi vuol dire mettere a rischio gli utenti delle ferrovie. Invece, se l’incidente di Viareggio fosse stato considerato per quello che era, non una fatalità ma la nota dolente di un sistema da correggere, avrebbe potuto costituire il punto di partenza per un piano serio di manutenzioni e investimenti.

Si sarebbe trovato un aspetto positivo dopo la tragedia. Purtroppo, temo che a seguito di questa sentenza che noi abbiamo definito “Medioevo” le sanzioni rimarranno per i singoli e le società potranno continuare a chiamarsi fuori. Ho paura che vedremo altri casi Andria-Corato, altri casi Pioltello o Lodi, e che la verità sarà ogni volta difficile da accertare.

È di questo che avete parlato con le famiglie coinvolte in tante altre tragedie italiane che vi hanno scritto e chiamato per esprimere solidarietà?

Ci hanno contattato tante altre vittime di vicende fra loro molto diverse. Facciamo parte di un comitato nazionale che chiede verità per fatti che vanno dal Ponte Morandi al Moby Prince. Si trova un filo rosso: cambiano i dettagli, i contesti, ma in comune c’è la difficoltà a individuare una responsabilità quando ci si scontra con certe dinamiche.

Il traghetto Moby Prince reduce dall’incendio a seguito della collisione con la petroliera Agip Abruzzo il 10 aprile 1991

Vi ricordate il disastro del Moby Prince (il traghetto che si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo il 10 aprile 1991; ndr), in cui persero la vita 140 persone? Ancora aspettano tutta la verità. Se un Paese civile e democratico non riesce ad arrivare a un punto fermo in casi come questi, secondo me va poco lontano.

Vi siete mai sentiti deboli, in aula, se non altro per i mezzi economici imparagonabili rispetto a quelli degli imputati e delle società coinvolte?

Per i 32 imputati c’erano 32 interi studi di avvocati e 64 periti. Hanno potuto fare addirittura una simulazione con un treno sui binari per riprodurre l’impatto della cisterna sul picchetto. Dalla nostra parte, invece, c’erano 10 avvocati. La legge non è proprio uguale per tutti, ma questo lo sapevamo bene. Non abbiamo mollato.

Anche fuori dalle aule di giustizia voi avete chiesto più volte sicurezza sulle rotaie. Avete trovato ascolto al Ministero dei Trasporti?

Assolutamente no. Avevamo avviato un colloquio con il precedente ministro, Danilo Toninelli, che ci aveva dato massima disponibilità per organizzare proprio a Viareggio una giornata di discussione sulla sicurezza dei trasporti italiani. Sarebbe stata una bella iniziativa, ma non se ne è fatto nulla.

Poi è arrivata la nuova ministra, abbiamo chiesto subito udienza. Non ci ha mai risposto. Sappiamo invece che hanno creato un tavolo di lavoro con i periti di Ferrovie, cioè con coloro che dopo la tragedia dissero che se un treno va più veloce è meglio, è più sicuro, perché rimane per meno tempo sulle rotaie. E aggiunsero che se a Viareggio il mezzo avesse viaggiato a velocità ridotta e avesse trovato un muro di sicurezza davanti, come chiedevamo dal 2001 (solo dopo la tragedia è stato costruito; ndr), non sarebbe cambiato nulla. Ecco, periti che affermano questo vengono ascoltati dal ministero. Noi no.

Hai ereditato il compito di presidente dell’associazione “Il mondo che vorrei” da Daniela Rombi. Anche lei perse una figlia, Emanuela Menichetti, in questa tragedia. Quanti momenti di sconforto e di cedimento ci sono stati, nel cammino per la giustizia?

I momenti di difficoltà ci sono costantemente. E sai perché? È disumano che un familiare si debba mettere a ripercorrere e a ricostruire una tragedia simile, come abbiamo fatto tutti noi in questi 11 anni. Abbiamo dovuto supplire alle carenze profondissime della politica e delle istituzioni. Noi dovremmo essere a casa a cercare di ricostruire la nostra vita e invece siamo qui a combattere con un sistema che si autoprotegge. E che autoproteggendosi danneggia il Paese e i cittadini.

Come andrete avanti?

È un impegno necessario, come un lavoro. Ma c’è anche chi non riesce più a impegnarsi attivamente nell’associazione: non si può certo pretendere che dopo un lutto come questo si fatichi per 11 anni e oltre. Io dovevo farlo. Sai, sono un perito elettrotecnico, la legge nemmeno mi era mai piaciuta: mi pareva di dover imparare sempre qualcosa a memoria. Per questo scherzo della vita, eccomi qua. Faccio fatica, ma è su questo piano, quello della giustizia, che voglio affermare la verità. I fatti sono certi, li avevamo capiti già nel 2010 quando ce li raccontarono i ferrovieri: noi sappiamo come sono andate le cose. Ma vogliamo che la legge lo riconosca in aula.

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