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All’Opera di Roma, Michieletto alla regia e Montanari alla direzione di Rossini

Giugno 2017, all’Opera di Roma, vale a dire ultimo appuntamento della stagione lirica e di balletto, prima della pausa estiva, in trasferta alla villa di campagna, Caracalla. E quest’anno l’appuntamento è con Rossini, che ritorna all’Opera romana con un titolo qui mai rappresentato: Viaggio a Reims ossia L’albergo del Giglio d’Oro. Le vicende che hanno portato alla riscoperta, fra le carte del Conservatorio di Santa Cecilia, di un’opera che si credeva perduta, sono cose da filologi. Ci basti il nome di Philip Gossett, scomparso lo scorso 13 Giugno – cui è stata dedicata la messinscena del 16 Giugno – che ha ricostruito e ripubblicato l’opera, rimessa in scena, dopo secoli di oblio, al Rof (Rossini Opera Festival) del 1984, con tanto di Berliner Philarmoniker e divo Claudio Abbado sul podio.

Insomma, un appuntamento imperdibile: e infatti, come al solito all’Opera, i biglietti scarseggiavano. Bene, si dirà, e infatti è un bene. Ma se l’Opera programma solo sei serate, risicate a stento per coprire i sei turni di abbonamento, ci si chiede perché, e le risposte, come sempre in questi casi, variano tra il misterium fidei e l’alzata di spalle.

Viaggio a Reims

L’episodio è “tragediabile”, come direbbe Alfieri: giungiamo e rimangono posti a partire da una fascia di prezzo che “vale un Perù”. Rimaniamo, incerti sul da farsi, solo in forte disappunto, per una sfida al caldo romano (e allo sciopero, e al traffico, et cetera alia res quae tacemus, amen) che francamente avremmo potuto risparmiarci. Poi, per avventura, ecco ritrovare un amico, la cui signora, Yifei, mentre entrambi ci affaccendiamo inutilmente alla ricerca di anime pie che vendano i loro, di biglietti, torna raggiante in guisa di Juditha triumphans con i biglietti giusti giusti che ne servivano. Perfezioniamo la compravendita col consenso – tant’è che ad attribuzione patrimoniale, forse, perfezioniamo al ribasso – ed entriamo. Entriamo.

Diciamolo subito, non vi stanchiamo con la trama. Il Viaggio a Reims fu composta per l’occasione della incoronazione di Carlo X a re di Francia (unto il 29 Maggio 1825 nella Cattedrale di Reims): quattordici (!) solisti si ritrovano in un albergo per assistere all’evento. E cantano, cantano a più non posso, intrecciando duetti e concertati, sparando cabalette a non finire. A non finire per davvero, visto che il tutto dura circa tre ore.

E adesso viene il bello. Come mettere in scena una ‘cosa’ del genere? Tra mille difficoltà, i registi fanno più o meno sempre la stessa cosa. Intanto, un ponte che passa accanto all’orchestra per arrivare dritto in platea. Qui, praticamente non è servito, però c’era lo stesso (un po’ come i piatti orchestrali in Bruckner); poi, essendo una vera e propria giustapposizione di quadri, le regie reinventano la scena, con trovate spesso azzeccate e spesso no, volte a ravvivare una trama che propriamente non c’è. L’opera rimane un trionfo di musica, nonché un vero e proprio saggio di stile compositivo rossiniano: non si cerchi di ricavarne la morale per cui Rossini o lo stile italiano non tengano conto del libretto in vece della musica, perché non è cosa vera. Questa è l’eccezione che conferma la regola, e qui per davvero del testo ci si può scordare. Quelle poche volte che gli occhi del pubblico colpiscono i sovratitoli, leggono parole astruse e senza senso, ma non importa: il soprano starà vocalizzando un ‘e’ da qualche minuto, il basso starà punteggiando una frase di ‘o’, e il bello è proprio immergersi in una musica totale. Wagner parlava di una musica di Rossini “inebriante come l’oppio”  : Viaggio a Reims ne è la prova provata.

viaggio e reims, michieletto

Protagonista assoluta della serata è la regia di Damiano Michieletto. Bella, caspita, lo è per davvero: eppure abbiamo da dire due cose.

La prima è che sembra che Michieletto abbia capito cosa voleva fare solo a partire dal secondo atto: messinscena coerente, lì, il grande quadro di François Gérard sulla Consacrazione di Carlo X che va a costruirsi materialmente con tutti i personaggi in posa plastica, tre unità aristoteliche di luogo, tempo e azione pienamente attuate. Una delizia. Peccato che per le prime due ore del primo tempo (Viaggio a Reims è un atto unico) Michieletto abbia fatto prove, e l’unità d’azione pareva una brutta parola: l’idea, carina in sé, di un allestimento museale, si frange con scene farraginose, tutte singolarmente belle ma nell’insieme esagitate e inconcludenti, che vorrebbero avere l’effetto di comica grandiosità e finiscono per avere quello di gonfiata grandezza. Le foto che distribuiamo in quest’articolo provano la bellezza di molte trovate: ma mettetele tutte assieme e, veramente, si ha un eccesso.

La seconda è diretta conseguenza di ciò: non sarebbe un vero problema, quello delle scene, se lasciasse inalterata (o quasi) la percezione che il pubblico ha della musica e del canto: la regia può fare ciò che vuole, in tempo di regie folli, se però permette a una buona macchina orchestrale e vocale di ritagliarsi un posto, nell’orizzonte audiovisivo dello spettatore (un esempio su tutti, noto non solo al pubblico romano: Giovanna d’Arco alla prima scaligera del 7 dicembre 2015). Qui quell’orizzonte è stato completamente invaso, al punto che “inebriante come l’oppio” è finita per essere la regia, e alla lunga annebbiante. E Rossini e la musica? Boh, potevano anche improvvisare un Mahler, difficilmente il pubblico se ne sarebbe accorto. La prova? Ci chiedevamo chi avesse avvertito il flauto solista nell’aria del basso Sidney, Adrian Sâmpetrean (per noi il migliore in scena, tra le voci maschili) “Ah, perché non la conobbi”: nessuno. Cioè, nessuno si è accorto che in orchestra si intrecciavano meraviglie sonore! Ma il perché è presto detto. Una scena invasa da cose bellissime ma troppo, troppo distorsive. Insomma, a nostro parere si è salvata la sola scena delle tre grazie (che meraviglia di armonie corporee, che meraviglia!) e tutto il secondo tempo, coerente e unito, con tutto lo spazio alla musica.

viaggio a reims, insieme

Questa del Viaggio a Reims era diretta da Stefano Montanari, un giovane dal brutto tocco ma dalla simpatica verve. I tempi (anche se abbagliati per come siamo stati dalla regia, potremmo anche sbagliarci) erano rispettati, senza troppe corse come in Rossini ormai, terribilmente, si usa. Quello che mancava era il corretto utilizzo dei timbri orchestrali, con intere frasi dei solisti, sul palco, letteralmente inghiottite da masse sonore esagitate, anche nel caso di voci particolarmente forti (i due tenori, Belfiore, Juan Francisco Gattell e Libenskof, Merto Sungu, voci che spiegavano un canto facile ed ampio, ma che a certe frasi dell’orchestra al plenum venivano messe inesorabilmente a tacere). La stessa Madama Cortese, una deludente (-issima) Francesca Dotto, nella cabaletta appresso la prima aria praticamente non si sente (vero, de-merito suo, ma nel frattempo gli archi grattavano con la forza di chi debba grattugiare del parmigiano reggiano Gran Riserva di 60 mesi di stagionatura). A riprova di ciò, basti pensare ai due interventi solistici di Corinna, una splendida Mariangela Sicilia che avevamo già lodato nel Benvenuto Cellini dell’anno scorso –  con sola l’arpa ad accompagnarla, ove tutto quadrava, senza alcuna esagerazione o distorsione: con buona pace della regia, che beneficia come per osmosi di questa estatica, rarefatta, contemplazione, e realizza le soluzioni sceniche migliori.  A completare il cast dei nominati stanno il don Profondo di Nicola Ulivieri, ottimo timbro, che avrebbe cantato meglio se, nella grand’aria “Medaglie incomparabili” non avesse voluto copiare Ruggero Raimondi, storico don Profondo (pazzesca la rassomiglianza fisica!), cosa che ha comportato una dizione raffazzonata e una dubbia comicità, nonché la Melibea della bellissima Anna Goryachova, contralto dalla vocalità smagliante, agile e scenicamente dominante.

Or non più. Entrando abbiamo incontrato gli amici de “Il fiero anelito”, il cui parere (che speriamo diverso per movimentare la faccenda e alternare le opinioni) vi invitiamo a leggere.

Qui finiamo con il Coro, guidato da Roberto Gabbiani, che ogni volta menzioniamo con osanna e calore. E infatti anche stavolta, per quanto nel Viaggio a Reims non abbia una parte enorme. Evitiamo parole: all’eccellenza, basti una posizione eccellente. Il finale.

di Valerio Tripoli, all rights reserved

 

Viaggio a Reims, regia annebbiante “come l’oppio” ultima modifica: 2017-06-17T10:39:51+00:00 da Valerio Tripoli
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