VELOCE COME IL VENTO: UN FILM SU DIPENDENZA E LEGAMI – RECENSIONE

di Natalina Rossi

VELOCE COME IL VENTO: UN FILM SU DIPENDENZA E LEGAMI – RECENSIONE

di Natalina Rossi

VELOCE COME IL VENTO: UN FILM SU DIPENDENZA E LEGAMI – RECENSIONE

di Natalina Rossi
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Dopo l’uscita di Non essere cattivo, Perfetti sconosciuti, Lo chiamavano Jeeg robot, si racconta in giro di una vera rinascita del cinema italiano. Poi Matteo Rovere mette su una pellicola come Veloce come il vento, e si parla di una vera resurrezione.

Che poi il cinema italiano non era mica morto davvero, si era solo piegato alle dinamiche di mercato o nascosto dietro la bellezza di certe nicchie. Pochi numeri da botteghino, il cinema bello. Gli altri svuotati da un carattere di genere. Poi arriva il miracolo vero: il botteghino e la bellezza funzionano insieme. Il carattere ritrovato di certi film italiani, esportabili e comprensibili a un pubblico che sta rieducandosi gli occhi.

Così il 7 aprile è uscito in Italia Veloce come il vento, una pellicola di eccellenza stilistica ispirata alla figura di Carlo Capone, Loris De Martino nel film, un vero ex pilota che nel 1984 vinse il Campionato Europeo Rally con una Lancia Rally 037.

Loris, interpretato magistralmente da Stefano Accorsi trasformato e deformato in tutta la sua bellezza, e torna nella casa di un padre defunto e una madre lontana chissà dove. Una casa che rischia di perdere l’appartenenza alla famiglia De Martino, se la giovane e tenace sorella Giulia (la bravissima Matilda De Angelis) non vince il campionato italiano GT.

Una storia di abbandoni e dipendenze tossiche, di fratelli minori che non sorridono e di piscine aperte con ferri per farlo spuntare quel sorriso. Una storia di ex piloti che hanno perso il rettilineo e poi diventano guide impeccabili e appassionate, anche se poi la strada dentro la vita è un’altra cosa. Di un “ballerino” (il soprannome di Loris nell’ambiente delle corse) che non smette di ballare, folle e spaventato dalla propria diversità antisociale. E poi Giulia, dalla carne fresca e la testa da grande, attaccata al suo volante con rabbia. Perché non vuole perdere, perché ha già perso più di quanto è consentito a un essere umano. E non parlo di gare, e di piste. Parlo di storie, di drammi che poi ti fanno uscire la grinta dagli occhi, e la forza dalle mani.

Un cast impeccabile porta sulla pellicola una storia esteticamente bella e materialmente sentita. Si tratta di un film che dimostra quanto il cinema italiano si stia riappropriando della sua brillante firma nel fare intrattenimento.

 

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