Vaccini:
Europa k.o

Vaccini, il fallimento dell'Europa

I dati sono impietosi: Gran Bretagna e Regno Unito hanno fatto
molto meglio del Vecchio Continente. Perché?

di Leonardo Naccarelli

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di Leonardo Naccarelli
Vaccini

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Vaccini, il fallimento dell'Europa

I dati sono impietosi: Gran Bretagna e Regno Unito hanno fatto
molto meglio del Vecchio Continente. Perché?

di Leonardo Naccarelli
4 minuti di lettura

Forse le aspettative sui vaccini sono eccessive, forse la legittima frenesia di tornare alla normalità ci annebbia il giudizio. Qualunque essa sia la ragione, non nascondiamoci: in Europa siamo di fronte ad un fallimento. Se, infatti, la scienza ha fatto il miracolo di trovare un vaccino in poco più di un anno, la politica dell’Unione delude. Potreste domandarmi quale sia la novità ed io, con un peso enorme sul petto, non saprei trovarla.

Eppure, questa volta è diverso, fa più male. 

Se, nel passato recente, sostenere che la politica influisse sulle vite delle persone era vana ed insopportabile retorica, oggi lo scenario è totalmente cambiato: nell’esatto momento in cui si ha a disposizione un mezzo per arrestare il dilagare di una malattia essa smette di essere letale. A prendere il suo posto, nella causa dei decessi e dei ricoveri, infatti è il ritardo dell’uomo e, in Europa, se n’è accumulato fin troppo. D’altronde, aver sperato che il livello delle classi dirigenti, solitamente rasoterra, potesse elevarsi all’aumentare delle difficoltà non era che una follia, neanche troppo lucida. 

In secondo luogo, quanto stiamo vedendo in questi giorni conferma la verità che anni di antipolitica ha tentato di smentire. Non soltanto la politica è un mestiere: è quello più importante di tutti. Infatti la politica, quando è fatta bene, crea le condizioni perché tutte le altre professioni possano dare il loro meglio.

Inconsciamente, negli ultimi tempi abbiamo pensato che a governare potessero essere gli scienziati, che i governanti potessero limitarsi ad accettare supini decisioni che la realtà oggettiva ha imposto. Abbiamo dovuto attendere che la scienza giungesse al termine del suo compito per capire che questa realtà, prima che distopica, fosse impossibile. L’enorme distanza tra la scoperta dei vaccini contro il Covid e la fine dell’incubo ci ricorda che tra l’impegno del singolo ed il beneficio della comunità il ponte non può che essere la politica nelle sue due principali componenti: gestione e progettualità

Il problema è che, se è vero che la politica è un mestiere, l’Unione Europea non merita un premio di produzione, anzi. Come ho già detto sopra, non è la prima volta che, per usare un eufemismo, l’operato dell’Europa, nel momento del bisogno, lascia molto a desiderare. La sensazione è che, rispetto all’ottimo lavoro fatto col Next Generation UE, si siano fatti molti passi indietro.

Sembra ritornare quell’Unione Europea troppo lenta, troppo macchinosa per poter avere un ruolo nel mondo, per risolvere i problemi. Per dirla in altre parole, l’Unione torna a farti domandare a cosa serva.

Eppure, se il risultato è lo stesso, esistono degli elementi di novità. Le scorse volte l’inerzia dell’Europa si spiegava con un’assenza di spirito comune, di solidarietà politica. Questa volta, forse per la prima volta, l’Unione sembra essere incompetente, sembra non essere all’altezza della situazione dal punto di vista tecnico. “Per noi va male” direbbe Brecht. Non solamente perché ogni fallimento dell’Europa rafforza tutto ciò che le è antitetico, la destra sovranista, con il concreto rischio che possa straripare.

A peggiorare la situazione, infatti, vi sono i risultati di gran lunga migliori raggiunti dalla Gran Bretagna (zero morti a Londra) e dagli Stati Uniti.

Certo, rimane un tema da analizzare: i vaccini non è solamente una questione sanitaria. Sullo sfondo si intravedono delicate controversie di geopolitica. Si pensi al gran parlare in questi giorni dell’opportunità che si faccia o meno uso del vaccino russo o cinese. Intendiamoci: non intendo sottovalutare il fenomeno in quanto è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, queste diatribe non riescono ad appassionarmi. Trovandomi sostanzialmente d’accordo con quanto ha scritto giorni fa Emma Bonino su Repubblica, potremo realmente sconfiggere il Covid esclusivamente facendo la somma di tutte le risorse a disposizione.

Quindi, se un determinato siero ha le carte in regola per essere impiegato, se ne faccia uso a prescindere dalla sua nazionalità. Allo stesso modo, ritengo fumo negli occhi il nazionalismo vaccinale che i vari leader nazionali stanno annunciando in questi giorni. Non va, infatti, dimenticato che nessuna nazione è veramente autosufficiente per quanto riguarda la produzione delle preziose dosi. Basti come esempio che, secondo quanto dichiarato dal presidente del settore Biopharma del gruppo Pfizer, Angela Hwang, per produrre una singola dose del vaccino Pfizer/BioNTech occorrono 280 materiali provenienti da 86 diversi siti di produzione che si situano in 19 Paesi diversi.

Per concludere, la sfida è difficile, nessuno lo nega. Eppure, in Europa, è possibile e doveroso invertire la rotta ricordandosi dell’insegnamento di don Milani: “L’avarizia è salvarsi da soli, la politica è salvarsi insieme”.

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