Uyuni: viaggio nei cambiamenti immutabili

di Paolo Pugliese

Uyuni: viaggio nei cambiamenti immutabili

di Paolo Pugliese

Uyuni: viaggio nei cambiamenti immutabili

di Paolo Pugliese
9 minuti di lettura

Oggi abbiamo la fortuna di potervi presentare il nuovo lavoro degli Uyuni, “Australe”, uscito per Tafuzzy Records a inizio novembre.
L’album si presenta come un’interessante commistione di generi anche molto diversi come folk, progressive e post rock.
Abbiamo fatto una chiacchierata con il gruppo per farci descrivere il progetto, speriamo che possa appassionare voi quanto noi.

– Come vi siete conosciuti? Come nasce il vostro progetto?
Questa è una lunga storia.
Io, “Inserirefloppino” e Alice ci conosciamo da parecchio tempo, fin da quando, da adolescenti in erba, invece di dedicarci al calcio o alla vita sociale, ognuno di noi ha deciso di prendere in mano uno strumento, e, chissà perché, ha scoperto che ci si trovava davvero a proprio agio.
La nostra è una piccola città e, come è facile immaginare, si finisce per conoscersi tutti tra musicisti. Infatti, prima del progetto Uyuni, abbiamo avuto occasione di collaborare in varie formazioni, più o meno tutte nel calderone di Tafuzzy Records. Tutti e tre abbiamo fatto parte della band di Brace e sia io che Inserirefloppino abbiamo militato nei B.I.P. Tuttavia il progetto Uyuni è nato nel 2009, in modo del tutto non programmato.
Qualche anno prima di quella data avevo scoperto la musica di John Fahey, e avevo cominciato ad affezionarmi all’incredibile forza espressiva che quelle sei corde, sempre in equilibrio tra il l’epica del blues americano delle origini e l’astrazione del minimalismo colto, erano capaci di sprigionare.
La circolarità ipnotica di quei ritmi e la profondità di quelle melodie erano per me la porta di un nuovo mondo.
Da li ho deciso di mettermi a studiare il fingerpicking e, cominciando ad impararne la tecnica, si sono depositate nella mia testa le prime idee che hanno fornito la base del progetto Uyuni.
In quel periodo abitavo in Spagna e passavo molto tempo chiuso in casa abbracciato alla chitarra e, in quella sorta di auto ipnosi, alle parti di chitarra che ripetevo all’infinito, andavano aggiungendosi altri strati, come se fossero le voci nascoste di un’orchestra che suona in un’altra stanza.
Nei brevi ritorni in patria per le vacanze, io e Floppino abbiamo cominciato a registrare i primi brani, servendoci del piccolo studio casalingo che abbiamo assemblato e, un po’ alla volta, abbiamo cominciato a renderci conto che da quelle registrazioni poteva emergere un nuovo progetto.
Da quel momento ad ora, a quell’intuizione iniziale si sono aggiunti altre idee ed esperienze ed Alice si è unita al gruppo,aiutando a mettere a fuoco l’immagine di Uyuni come è ora.

– Quali sono stati i gruppi che vi hanno influenzato maggiormente, sia come singoli che come collettivo?
Nicola: Oltre al già citato John Fahey c’è il country-blues delle origini, nello specifico nelle persone di Skip James, Mississippi John Hurt, Blind Willie Johnson e Dock Boggs. La produzione a cavallo tra fine novanta e primi duemila di Jim O’Rourke e David Grubbs, e del loro progetto Gastr del Sol, spesso collocato nel calderone del post rock. Poi il Kraut rock tedesco degli anni ’70, con particolare rifermiento ai Neu!. E certamente la musica popolare, sia essa di accezione religiosa che profana.
In ogni caso penso che il fare musica sia un modo di trasporre le esperienze personali più diverse attraverso un mezzo che ci è proprio e familiare.
Allo stesso modo della musica, anche un film, un libro o un viaggio possono contribuire a formare il nostro linguaggio, e le nostre personali sensibilità fanno si che (sarebbe un problema se non fosse così) quello che produciamo sia sempre qualcosa di più, o quantomeno qualcosa di diverso, della somma dei riferimenti che possiamo cercare di ricostruire.

Inserirefloppino: Tortoise, Shellac, Clark, Taake, Om, Neu!, Moha!, Ultralyd.

Alice: Sicuramente l’approccio al silenzio di Ryuichi Sakamoto e John Cage nei suoi ’In a Landscape”, la sporcizia di Lou Reed sia nei Velvet Underground sia come solista, lo stare dentro al “suono” di Pierluigi Billone,la creazione del “suono” di Francesco Filidei e la porosità del “suono” di Dmitri Kourliandski.

Uyun

– Guardando la copertina dell’album ritengo che la scelta di un soggetto naturalistico (se voleste spiegare il motivo di una scelta così particolare sarebbe bello sottolinearlo) non sia affatto casuale: il tema del cambiamento (o non cambiamento) è molto presenti nel disco, ce ne parlate?
Il progetto Uyuni cerca di trovare un punto di sintesi tra il suono della tradizione e una certa idea di avanguardia, con l’ipotesi che la dialettica tra questi due punti di riferimento, apparentemente opposti, possa aiutare a leggere l’uno attraverso il punto di vista dell’altro, dando vita a contenuti nuovi.
Allo stesso modo, dal punto di vista visivo, la dialettica tra natura e artificio, è sempre stata centrale nel nostro immaginario.
L’immagine di copertina di Australe è un collage handmade di Inserirefloppino, che abbiamo scelto perché ci sembrava rappresentasse bene questa idea di metodo.
Il mare è l’elemento naturale, che rappresenta la tradizione, mentre l’oggetto geometrico, rappresenta la modernità e l’astrazione.
Allo stesso modo il mare è viaggio e naufragio, nel mezzo del quale si scoprono miraggi e rivelazioni.
E’ vero che una certa idea di “evoluzione” del suono è centrale nel nostro modo di comporre e suonare.
Come ti dicevo, siamo sempre stati affascinati dalla musica tradizionale (o folk che dir si voglia), soprattutto quella di stampo modale.
La circolarità e la sovrapposizione di voci, che arricchiscono e modificano progressivamente il senso di una semplice frase di partenza, è un denominatore comune di molte forme di musica “primitiva”, da quella a stampo religioso, allo storytelling del folk più popolare. In questo senso, alcuni termini più contemporanei come “psichedelia” o “minimalsmo”, a mio avviso, erano già in buona parte contenuti in musiche molto più antiche.
Un brano è come una pianta, che, a partire da un germoglio, cresce e si ramifica progressivamente in geometrie inaspettate, ma tutte quelle possibili forme sono, fin dall’inizio, contenute nel suo codice genetico.

– Mi sembra di capire che un altro argomento che vi stia a cuore sia il rapporto tra l’uomo e la natura: come mai avete deciso di affrontarlo? E’ di particolare importanza per voi?

Pensando ad una metafora che sintetizzasse la nostra idea di fare musica, qualche tempo fa ci era venuta in mente l’immagine di un albero.
Ci siamo resi conto di inseguire un’idea di musica che si muove in due direzioni opposte e, come un albero, affondiamo le nostre radici nella tradizione, mentre allo stesso tempo spingiamo in nostri rami in alto, alla ricerca di nuovi spazi.
Un albero deriva la sua capacità di crescere verso l’alto dalla presenza delle radici che affondano nel terreno tanto quanto i rami crescono verso il cielo.
La vita di un albero dipende allo stesso modo dalle radici, che ricavano dalla terra acqua e sali minerali, e dalle foglie, che permettono la fotosintesi.
Un po’ di tempo fa, alla fine di una estenuante giornata di lavoro, guardavo fuori dalla finestra.
Di fronte ad una fila di bellissimi alberi di pioppo che ondeggiavano spinti dal vento, mi sono reso conto di invidiarli un po’.
La natura possiede un modo semplice di essere bella, perché è esattamente quello che deve essere, niente di più e niente di meno, mentre noi uomini siamo un particolare segmento della natura che, per natura, ha sempre bisogno di cercare delle nuove definizioni di se stesso, con conseguente perpetua inquietudine.
Per questo trovo che avere quel tipo di semplicità a portata di mano sia profondamente salutare e insostituibile.

– Quali sono state le differenze nella registrazione di questo secondo album rispetto al primo?

Come accennavo in precedenza il primo album di Uyuni è nato in modo non proprio programmato.
Durante il periodo in cui abbiamo registrato la maggior parte del primo album io vivevo a Barcellona, e le session di registrazione erano concentrate in periodi molto brevi e molto discontinui, che coincidevano con i ritorni in patria per le vacanze.
I mesi tra una session e l’altra servivano a rielaborare il materiale.
Di conseguenza, per una settimana di registrazione, ce n’erano dieci di postproduzione e mixaggio.
Questo secondo disco è nato sicuramente in modo molto più organico e con un’idea più orizzontale del progetto.
Io, Inserirefloppino e Alice abbiamo avuto più tempo a disposizione per registrare, e molti brani hanno dovuto attraversare parecchi passaggi tra registrazione e sala prove prima di prendere una forma definitiva. In più l’esperienza fatta con il primo disco, e i successivi live, ci hanno aiutato a mettere a fuoco le idee, e a migliorare alcuni aspetti tecnici che nel primo disco avevano prodotto alcune ingenuità. In ogni caso, un tratto comune nel processo di produzione di entrambi i dischi è stato il nostro piccolo studio casalingo, che, fin dalla nascita del progetto Uyuni, abbiamo cercato di usare come vero e proprio strumento per la composizione.
Questo fare le cose in casa per noi è sempre stato molto importante e penso sia stato una componente fondamentale anche di Australe.

– Farete dei live per promuovere il disco?
Certamente.
Alcune date sono già definite, mentre altre sono tutt’ora in corso di definizione.
Non sto ad elencartele qui perché sono abbastanza sicuro che nel giro di breve tempo se ne aggiungeranno altre, e non vorrei generare equivoci. Per questo, se volete, date un’occhiata alla nostra pagina Facebook, su cui tutti i live saranno annunciati.

– I vostri progetti per il futuro?

Questa è una bella domanda.
Per ora stiamo pensando a promuovere il disco con qualche mese di live serrati.
Nel frattempo abbiamo collaborato alla realizzazione della colonna sonora di un film di prossima uscita, e siamo molto curiosi di vedere dove questa cosa porterà.
Poi ci piacerebbe provare a sfondare un po’ i confini italici con il nostro tour, e provare ad estenderlo ad altri paesi d’Europa.
Da bravi esploratori, o naufraghi che dir si voglia, direi che ci piace navigare a vista.
All’orizzonte si vedono delle sagome che potrebbero essere continenti o solo miraggi.
Noi continuiamo a navigare, curiosi di scoprire di che si tratta.

– Possiamo trovarvi su internet o sui social?
La nostra pagina Facebook:
https://www.facebook.com/UYUNIUNI

Il nostro account Bandcamp da cui potete scaricare Australe:
https://uyuniuni.bandcamp.com/

Uyuni su Spotify:
http://open.spotify.com/artist/2v7C8R49jVcYp3YLjQkBVx

Altrimenti potete andare sui siti delle etichette che hanno collaborato al progetto:

Tafuzzy Records:
http://www.tafuzzy.com/

Stop Records:
http://www.stoprecords.it/

diNotte Records:

BleuAudio Records:
http://www.bleuaudio.com/

A cura di Paolo Pugliese.

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