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Il 21 marzo è primavera, forse non è soltanto una coincidenza che il giorno in cui si ricordino le vittime di tutte le mafie cada proprio il 21 marzo. Non è un caso che l’anno scorso sia stata scelta Locri per leggere i nomi delle centinaia di vittime innocenti. Uno a uno quei nomi risuonavano in un silenzio quasi irreale, lo stesso che ieri caratterizzava una sala gremita di un teatro di provincia. Ragazzi di una scuola, attoniti, hanno ascoltato in religioso silenzio, forse perché hanno bisogno di sentire queste storie, forse perché c’è tanto bisogno di non dimenticare. Un giornalista di una testata locale, Arcangelo Badolati, parlava alle loro giovani speranze, ai loro occhi increduli, che a stento trattenevano sgomento e commozione. “Ma quale società dell’onore, ma quale concetto dell’amicizia? È solo una setta senza amore e senza gloria, che ammazza indistintamente donne e bambini”.

E li ripete quei nomi delle vittime della mala, come veniva, e viene chiamata la ‘Ndrangheta cosentina, facendo finta che mafia non sia. È la storia di Pasqualino, undici anni ucciso al ristorante l’Elefante Rosso. Cocò aveva due anni quando venne freddato. La sua colpa? Trovarsi al momento sbagliato nella macchina con il nonno, principale obiettivo da colpire.

Ammazzano le donne, considerate oggetti. Se esiste una realtà oscurantista, che non tutela i diritti delle donne nell’Unione Europea, questa è la ‘Ndrangheta” Anna Maria Cozza delapidata a un albero; La sua colpa? Essersi innamorata di un carabiniere. Non ci si può ribellare, la subcultura mafiosa insegna a obbedire e subire in silenzio, le donne, spose bambine, sono schiave dell’uomo che esercita su di loro il diritto di vita e di morte. E poi ancora Maria Concetta Cacciola, Marcellina Tassone. E poi una storia più recente quella di Maria Chindamo picchiata selvaggiamente fino allo stordimento, poi portata via. Oggi a oltre un anno dalla sua scomparsa, non esiste un luogo, dove il suo corpo possa trovare la pace, semplicemente scomparsa nel nulla. Il fratello Vincenzo la ricorda “non è una fiction, è la realtà, è la storia di enorme sofferenza che stiamo vivendo e la battaglia che sto conducendo per sapere la verità”. Maria era una ragazza allegra e studiosa, s’innamora a quindici anni, si sposa molto giovane, ma il matrimonio e le tre gravidanze non le impediscono di realizzarsi anche professionalmente, diventa commercialista. L’amore coniugale però finisce, e al suo annuncio di volersi separare, segue una tragedia, il marito si toglie la vita. Maria però è una donna forte e sa che la vita deve continuare, si trasferisce a Rosarno e riprende in mano la sua vita. Un anno dopo il tragico evento, Maria viene fatta a pezzi, lasciando dietro di sé soltanto una pozza di sangue. “Non è l’opera di uno scellerato” grida a pieni polmoni il fratello, Maria è stata vittima della cultura mafiosa che come un veleno, goccia a goccia ci rende assuefatti e ciechi. “Guardate la sedia vuota accanto a voi, immaginate che loro siano qui, solo così vi potrete indignare e acquistare consapevolezza”. “ I miei nipoti sono ragazzi come voi” insiste Vincenzo “la più piccola dei figli di mia sorella Maria, che ha undici anni, ha fatto un disegno, come regalo da offrire al Papa, che ci ha ricevuto in udienza, in questo disegno c’era la sua famiglia vivente e poi in cielo suo padre, ma sua madre era sospesa tra il cielo e la terra con un grosso punto interrogativo”.

Franca Ferrami ricorda suo fratello Lucio, imprenditore, ucciso dalla ‘Ndrangheta, poiché osò ribellarsi al racket. Era il 1981, la ‘Ndrangheta non esisteva per la società civile e gli assassini rimasero impuniti per mancanza di prove. Il figlio continua il lavoro del padre, ma il suo atto di coraggio rischiava di essere dimenticato. Ecco a cosa serve la memoria, ecco perché le storie raccontante a mezza voce, urlate per le strade, spiegate nelle scuole, condivise nei teatri, narrate sui giornali, possono aiutare a tirare fuori dall’oblio i volti dei nostri eroi contemporanei. Come sempre accade quando l’atmosfera è intrisa di pianto e sconforto, un ragazzo, avrà diciassette anni, alzandosi in piedi, con la voce tremante esprime le parole di speranza più belle “ Una vittima muore davanti al suo assassino, ma l’assassino muore davanti al mondo intero”.

di Chiara Ubbriaco, all rights reserved

Una primavera per le vittime di mafia ultima modifica: 2018-03-11T08:54:22+00:00 da Redazione

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