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Le palpebre chiuse. Sotto pupille vigili. Immobile nel silenzio di questa camera nuova ma già resa familiare dalla presenza di coloro che più amo al mondo. E’ passata già qualche ora da quando ti ho sentito al telefono, era appena ora di cena e adesso sono le due.

Sono felice, non sai quanto sono felice!

Quelle parole mi hanno trasmesso un brivido. La felicità mi ha sempre fatto paura. Un sentimento inaspettato e sconvolgente che spariglia tutto, che arriva improvviso e travolge. Ti fa perdere il controllo e ti regala un senso di inquietante vertigine.

Mi giro lentamente nel letto affondando la testa sul cuscino per trarre sollievo dalla sua morbidezza.

Vorrei sprofondare nel sonno, non pensare, non sognare, non ricordare, risvegliarmi domani e ritrovarti nel tuo letto, appallottolato fra lenzuola e piumone, languido, molle come la felicità che ti avvolge.

Ma resto vigile, insonne, gli occhi secchi come specchi lucidi, ormai aperti e fissi sul soffitto.

– Ho trovato la donna della mia vita, mi ama ed io la amo. E’ dolce, è bella, è intelligente e mi ama, mi ama –

Perché trovi cosi straordinario che una ragazza ti ami?

Per me è cosi normale amarti perché, perché sei mio figlio.

Quand’eri piccolo, idiota come una solo una madre sa essere, ti chiedevo, “ Mi vuoi bene?”

Sì mamma, tanto.

E perché? – insistevo, demente.

Perché ti ho

Quella risposta agghiacciante mi è sempre rimasta in un angolo della mente, mai sepolta, mai dimenticata. Quanta feroce verità in quella risposta, quanta saggezza!

Sei così dannatamente perfetto e feroce, dolce e crudele, forte e fragile, materno e infantile, figlio e padre.

Una striscia di luce esterna filtra attraverso la tenda proiettando un rettilineo luminoso sul soffitto.

Mi alzo immaginando le strade che stai percorrendo.

Mi alzo, è impossibile ormai restare a letto. Dopo essermi girata e rigirata, le lenzuola sono bollenti e ricoperte di spilli pungenti.

– Sto arrivando mamma – mi hai detto ormai quasi sei ore fa.

Sono le due e mezza ed il tempo trascorre lentissimo perché la tua felicità ha avuto il potere di rallentarlo.

È una notte d’attesa .

È una notte resa sublime dalla tua gioia.

Ed io voglio abbandonarmi al tormento di questo tempo sospeso che mi manca nelle lunghe notti inutilmente insonni, quando la lontananza che ci separa mi impedisce l’attesa di te lasciandomi soltanto la smania di immaginare dove sei, con chi sei, gli itinerari della tua mente e le insidie che la tua giovane età può tenderti.

Mi alzo e la sala è assurdamente inondata di luce. Eppure è tutto spento, le porte delle camere sono chiuse, le luci spente.

Seguo la scia luminosa che mi conduce fino alla cucina dove luci giallastre la illuminano a giorno.

Bevo assetata mentre socchiudo gli occhi infastiditi. Non è uno di quei sabato sera invernali, quando tornando mi trovavi sul divano, enigmatico e sornione, ti sedevi accanto a me attaccato alla bottiglia del succo di frutta.

Che fai ma’? Ci vediamo un film insieme?

Ok – ti dicevo, dopo qualche minuto crollavo addormentata e tu ad ogni momento mi richiamavi.

Ma’, svegliati, stai perdendo le scene più belle!

Ma che scena è quella di stanotte? Vado in veranda, accendo una sigaretta, mi affaccio: È giorno.

Una luce assurda soffoca la notte e tenta di annientarla, il cortile di sotto è disseminato di neon giallastri agli ingressi dei garage, all’interno dei palazzi le scale inutilmente illuminate , le serrande degli appartamenti abbassate, tranne in uno da dove emana una luce fioca, dolce, confortante.

Sarà  la luce che tiene sveglio un giovane studente, una mamma che culla la sua piccola peste, o una calda luce testimone di amorose notti insonni?

La sigaretta è finita ma non l’attesa, ora ho fame.

Ha fatto una torta per me mamma, sa fare tutto!

“Sa fare tutto” questa frase mi risuona in mente minacciosa.

Com’è una minaccia questa luce che penetra dalla veranda ed inonda tutta la cucina, sguscia sul corridoio arrivando fino alla soglia della camera da letto.

La seguo e tendo l’orecchio, mi infilo velocemente sotto le coperte e ascolto trattenendo il respiro. Silenzio assoluto. Un silenzio luminoso.

Il cuore mi batte nelle orecchie e questa luce senza tono, ormai insopportabile è diventata un’ossessione.

Il tonfo del portone d’ingresso del palazzo rallenta i battiti del mio cuore, stai entrando nell’ascensore, stai già salendo, adesso infilerai la chiave nella toppa, chiuderai la porta di casa alle tue spalle.

Di casa? Sì della tua casa.

Ti vedo attraversare il corridoio nella luce, ancora l’impermeabile addosso, il braccio teso a tenere qualcosa.

L’inaspettato profumo di una deliziosa fragranza mi stupisce.

Mi tuffo in quella stessa luce, adesso amica, e ti accolgo. Non te lo aspettavi e non è come le serate d’inverno nella nostra casa.

Non ti guardo negli occhi, non saprei sostenere la vista di tanta felicità, ma ti abbraccio e tu ti lasci abbracciare.

Il mio cuore si sta scaldando accostato al tuo e si è placato definitivamente.

– Vediamo un po se sa fare tutto – dico falsamente autoritaria e pronta ad assaporare il gusto della felicità.

Affetto la tua torta, ci sediamo in cucina, adesso è notte.

Siamo a casa. Insieme.

 

di Maria Rita Curcio All rights reserved

Una luminosa notte romana ultima modifica: 2011-10-31T12:27:58+00:00 da Rita Curcio
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