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Il Trovatore in scena all’Opera di Roma, fino al 10 marzo

Secondo titolo dei tre della trilogia popolare di Verdi, in scena all’Opera di Roma in questa Stagione 2016-2017 (Rigoletto a dicembre, La Traviata sarà a ottobre prossimo), Il Trovatore, da taluni considerata l’opera verdiana par excellence (il che, vale a dire, almeno in Italia, l’opera in assoluto par excellence) andrà in scena sino a venerdì 10 marzo, con un teatro strapieno e con una recita aggiunta in più, giorno 3 Marzo, rispetto alle sette già programmate.

Peccato. Sì, forse saremo polemici, ma avere un teatro dell’Opera così pieno, con un titolo così importante, è una grande occasione sprecata, visti gli esiti di uno spettacolo assai deludente, che lascia imperterriti e senza sentimento. Che, poi, è la sciagura più grande per una messa in scena, ché la valenza catartica che pochi spettacoli dal vivo come l’opera, oggi, possono dare, non si esprime né in grida di giubilo, entusiaste e inebriate, né in polemiche così marcate da far cadere giù dalle balconate una caterva di “Buu”, sicuri di liberare, in un modo o nell’altro, la marea di sentimenti covati nelle due ore e mezza di spettacolo.

Stavolta no, niente di tutto ciò. O si esce dal Teatro dell’Opera, o dalla metro B alle 8:00 di mattina, è la stessa cosa.

Chi ci perde è l’Opera come Teatro, ma più ancora l’opera come genere: un teatro così pieno annovera turisti, stranieri, e anche un pubblico inevitabilmente rinnovato rispetto alla solita cerchia degli abbonati; proprio in queste occasioni bisognerebbe conquistare tutti: lo ripetiamo, non per forza in bene, ma almeno col destare una forte impressione, insomma, un moto d’animo. Far capire che lì non c’è finzione, né un vuoto schermo fisso. Che quella è vita, è vita vera, cosa sacrissima più di una messa, e che da questo rito si esce inevitabilmente impressionati. Qui, nessuna catarsi. Una grande opacità.trovatore, scena

Appresso alla doverosa parentesi, dovuta, si dica de opera Trovatoris. Noi ci tiriamo fuori dalle classifiche sopra ricordate, sul fantomatico primato di quest’opera. Certo, questo è chiaro, è capolavoro assoluto, due ore e mezza fitte di melodie famosissime e ad effetto, con una trama da cronaca nera, anzi nerissima, alquanto intricata. Ricordiamo simpaticamente che da piccoli leggevamo questo libretto e non ci capivamo gran che, fin quando non cercammo sul vocabolario il significato della parola “maliarda”. E allora ci fu tutto un po’ più chiaro.

Saremmo tra la Biscaglia e l’Aragona del Quattrocento: saremmo, perché a leggere di trovatori ci aspetteremmo quantomeno una datazione al Duecento; saremmo, perché all’Opera va in scena una trama ambientata all’epoca della Prima Guerra mondiale. Va bene, ci sistemiamo sulla poltrona, e attendiamo.

Entra Fernando, qui Carlo Cigni, un basso da un buon timbro che non sa gestire. È poco credibile, specie perché Verdi consegna a questo personaggio altrimenti secondario il compito di narrare l’antefatto, lontano tre lustri dal tempo della storia, con un’aria a dir poco meravigliosa. Il che vale a dire difficile. Il che vale a dire difficile da interpretare e cantar bene. Forse Cigni l’avrebbe fatta meglio, se il giovane maestro direttore Jader Bignamini non avesse avuto fretta di lasciare i banchi di scuola e avesse studiato meglio la parte. Accelera, e con l’accelerare fa inciampare il cantante, che non è più libero di spiegare il canto nel tempo che Verdi prescrive nella partitura.

Ascoltato il racconto di una zingara arsa viva perché “maliarda”, incantatrice di un piccolo bambino, vendicata dalla di lei figlia prendendo quel bambino e gettandolo nelle fiamme “ov’arsa un giorno la strega venne”, si passa a Leonora, protagonista femminile, non prima di essere stati disturbati da un’orribile campanella che dovrebbe annunciare in scena la mezzanotte e l’apparire del fantasma della strega, e invece pare chiamare la colazione.

Leonora, dunque, Tatiana Serjan, soprano, stupenda voce calda e lirica, ora rovinata da anni di imprese mal sostenute e tecniche poco serie. Canta la prima aria, in cui racconta come conobbe e si innamorò del trovatore, in modo che la sublime bellezza di Tacea la notte placida passi inosservata. Insomma, che la canti o che ce la racconti a parole poco cambia.

ekaterina semenchuk

Ekaterina Semenchuk, Azucena nelle recite romane

Fine primo atto, bellissimo terzetto in cui finalmente appaiono il trovatore e il di lui rivale, il Conte di Luna, rispettivamente tenore e baritono. Litigano, scoprono di essere rivali non solo in amore ma anche in guerra, Leonora vorrebbe bloccarli ma i due fuggono fuori scena e si sfidano a duello. Molta confusione in scena e in orchestra, ma ringraziamo Bignamini per non aver tagliato nulla, dei tagli che spesso si fanno.

Tutti i personaggi principali sono apparsi? No, manca Azucena, una zingara, madre del trovatore, che ricorda al coro dei compagni  – il Coro, all’Opera di Roma, è sempre una garanzia, guidato dal grande Roberto Gabbiani; ma stavolta, data l’opacità generale, sembra sbiadito anch’esso – di una zingara bruciata viva, molti anni prima. Azucena è Ekaterina Semenchuk, mezzosoprano, la migliore in scena: beneficia della congiuntura maligna che tutto il resto è incolore, sì che il loggione si sfoghi con lei. Alla fine, prende un subisso di plausi e “Brava”, che forse ha meritato in parte, ma che di sicuro ha strameritato rispetto al resto. Credibilissima in tutte le situazioni sceniche, costruisce un personaggio dalla statura immensa, che raggiunge l’apice nel racconto, più dettagliato, che fa al figlio, il trovatore, di quella vecchia storia: lei stessa, dopo che la madre venne arsa al rogo, gettò il figlio del conte nel fuoco; poi si girò, e chi vide? Il figlio del conte. Bene, quindi? Aveva bruciato suo figlio. Sì, la trama è degna de Il segreto.

Insomma, la storia prosegue e il trovatore viene a sapere che Leonora, credendolo morto, si voglia fare suora. Giunge in una tempistica perfetta in convento, lì dove trova il Conte, anche lui deciso a strappare la donna dalla vita monacale, e il secondo atto si chiude in un grande concertato con il Conte arrabbiatissimo, il trovatore e Leonora in estati e un coro di astanti da ridere, diviso tra i peggiori ceffi della Biscaglia e d’Aragona (in teatro, i peggiori rappresentanti della soldataglia del 15-18), e le suorine atterrite da tutta questa confusione. Manco a dire, Bignamini è irrefrenabile e concorre a rendere una normale confusione in un vero e proprio Amba Aradam.

Il Conte imprigiona la zingara Azucena e scopre che fu proprio lei a bruciare il figlio del conte, anni prima (per chi si fosse già perso, sarebbe il fratello del Conte stesso), e così attira il trovatore in trappola (ancora, si ricordi che la zingara sarebbe sua madre. Ricordate, ‘sarebbe’).

Tutto male, infatti Leonora si ritrova sola, smarrita sotto la torre in cui il trovatore aspetta di essere giustiziato, a cantare l’aria migliore della serata, oltre le due del mezzosoprano. D’amor sull’ali rosee è un trionfo di legati e mezze voci, con una cadenza finale che se fatta bene è in grado di sciogliere persino i legni dei palchi: stavolta è fatta bene, i legni dei palchi non si sciolgono, però molti signori si dànno un bel da fare per far capire alla Serjan che è piaciuta loro.

Fine: Leonora promette al Conte di darglisi, in cambio della libertà del trovatore. Lui, il conte, non sta più nella pelle, e gli va bene tutto, ma quando va al carcere dove spera di trovare solo la donna, senza più il trovatore e la madre, ormai liberi, trova Leonora morta (Prima che d’altri vivere, io volli tua morir, dice morente al trovatore) e il rivale e la zingara ancora fra i piedi. Ammazza, quindi, il trovatore, e dopo averlo fatto la zingara gli urla: “Egli era tuo fratello!”. Ossia, per chi non avesse chiaro: la zingara aveva vendicato la madre gettando nel fuoco il bambino incantato, figlio del conte. Ma aveva sbagliato e aveva gettato suo figlio. S’era tenuta con sé il trovatore, che in realtà era il vero figlio del conte, quindi fratello dell’attuale conte di Luna, rivale e tutto ciò che sappiamo.

Il tutto, comunque, è ben difficile da seguire, perché la regìa è talmente nulla da farci dire solo: Àlex Ollé, de La fura dels Baus, ma veramente credevi che far saltare in aria tutti, sulle poltrone, con quegli spari gratuiti dopo “la pira” del tenore – stavolta veramente ridicola – ci avrebbe fatto piacere? La meno cosa che ti hanno gridato è stata “Buffoni”. E poi potevi anche uscire alla ribalta, a fine spettacolo! Cos’è, avevi paura dei dissensi? Anche questo è teatro, e se hai fatto Il trovatore, dovevi saperlo.

Il conte di Luna è Simone Piazzolla. Lui è di solito molto bravo e nella parte; in questo Trovatore pare sbiadito e senza alcun piglio.

trovatore, bignamini

Jader Bignamini, direttore

Il trovatore, Stefano Secco, è il peggiore. Cantasse Mozart o un repertorio da tenore di grazia o, almeno, leggero, sarebbe anche un buon cantante. Qui debuttava nel ruolo, e meglio sarebbe stato per la dignità di lui e le orecchie di noi se non l’avesse fatto. Un pianto, una macchietta, un emerito eunuco, quasi, tanto che ci si chiede come faccia Leonora a preferire lui al conte, che non sarà il massimo ma non è, almeno, una farsa.

Dicevamo il peggiore? No, forse non è il tenore. Si gioca il primato con Jader Bignamini, alla guida di un’orchestra alla quale va il plauso di aver fatto tutto il possibile per rendere dignitosi i giochetti di questo infante alla direzione. Tempi da banda, che neppure in un Donizetti buffo. Nessuna cupezza, come pure il timbro dell’opera dovrebbe imporre. Tutto allegretto, tutto di corsa, un ottavino che schizza fuori dall’orchestra manco fosse il pifferaio magico. E non ci si venga a dire che Bignamini è un giovane e deve pur crescere, ché anche noi siamo giovani, e se facciamo o diciamo fesserie ci si deve correggere. E se fossimo su un podio così importante, quantomeno eviteremmo certi titoli, o li affronteremmo con più modestia.

Ricordiamo a Jader che la soluzione c’è. La Ricordi (alias Feltrinelli, ahinoi), vende una bella partitura de Il trovatore in copertina rigida amaranto con scritta dorata, per solo canto e pianoforte. Rispetto a quella con tutte le parti d’orchestra ha il pregio di essere più leggibile e più chiara. Lì, a inizio di ogni parte, c’è una nota con il tempo, e sovrabbondanti indicazioni delle dinamiche. Ecco, la sfogli, questa partitura, e vedrà a cosa ci riferiamo, quando parliamo di tempi e dinamiche.

di Valerio Tripoli, all rights reserved

UN TROVATORE NON TROVATO ultima modifica: 2017-03-03T13:15:09+00:00 da Valerio Tripoli
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