UN SETTEMBRE CHE GIÀ SOGNA UN INVERNO SOLO NOSTRO

di Enrichetta Glave

UN SETTEMBRE CHE GIÀ SOGNA UN INVERNO SOLO NOSTRO

di Enrichetta Glave

UN SETTEMBRE CHE GIÀ SOGNA UN INVERNO SOLO NOSTRO

di Enrichetta Glave
5 minuti di lettura

Vorrei mi dicessi la verità, una volta per tutte. Adesso, hic et nunc, perché se tu ci sei, allora io resterò e non forzerò la mano come quei giocatori d’azzardo che a fine partita hanno perso ormai tutto. 

So già che non mi dirai cosa pensi e allora io dovrò ritrovarti timido in qualche sguardo sfuggente oppure reinventarti a modo mio in qualche verso già scritto.
Il tuo mistero mi va bene solo se poi potrò amarti lo stesso e diventarti familiare come il vapore della moka la mattina presto, come il camino incandescente di casa ed il divano tuo di stoffa coperto da un plaid sporco di cioccolata.
Vorrei mi trovassi divertente a fine giornata come la fuliggine finita su quel dannato libro di Kerouac che hai lasciato aperto e che non hai mai finito di leggere perché non vuoi rassegnarti all’idea che possa abbandonarti già.
Stasera ti osservo e non cerco di schiuderti la bocca mentre riempi una cartina stropicciata col tuo Golden Virginia che mi piace annusare quando sei preso a sigillare con la lingua una sigaretta appena rollata.
Dici che non vuoi pensare ad altro ma osservare solo quel fumo che ti sale dalla bocca e che mi riversi sul vestito mio nero stampato a fiori. Non mi parli, forse perché l’imbarazzo non ti suggerisce argomenti mentre io vorrei solo ascoltarti. Inciampo in un sampietrino, tu mi tieni l’ombrello rosso che mia mamma ha comprato in un bazar a Istanbul, siamo davanti a San Pietro in Vincoli. Adoro portarti qui, nei sogni settembrini, quando non vogliono lasciarti andare.
A Monti con te c’ho fatto un figlio. Sì c’ho fatto un figlio, non pensare che stia delirando. L’ho chiamato Infinito ma poi l’ho abbandonato al suo destino perché è difficile crescere un pensiero quando sei sola a nutrirlo. Era troppo prematuro chiederti se anche tu l’avresti voluto  ma speravo in fondo di ritrovarlo presto.
Siamo sempre qui, a camminare su queste strade che a noi paiono deserte mentre ci sforziamo insieme di abbattere quel confine che non ci ha fatto metter via dubbi e vestiti pesanti.
Dammi il tuo cappotto, sciogliti le mani e lasciamo che questa brinosa umidità ci arricci le teste e le ciglia sottili.
Questo rione sembra un’arena vuota in un novembre a metà tra l’autunno e l’inverno.
Non chiedermi perché l’unico posto dove vorrei trovarti ad aspettarmi con le ginocchia piegate è la scalinata dei Borgia. Questo ritaglio di città già parla di noi e come se non bastasse lo confessa pure ad un cielo senza stelle. Mi piace già pensarci come quell’ultimo cielo che Gazzè ha voluto cantare, forse in una notte buia come quella che stiamo vivendo. È vero, siamo noi l’ultimo cielo prima delle sei del mattino, prima di quell’alba scura che inghiotte Roma ma non fa paura.
Non mi chiedi come andrà a finire questo bacio amaranto che un po’ ti somiglia. Volgi i capelli e gli occhi alle mie palpebre fredde come se volessi rubarmele per sempre. Non ti basta e mi baci la fronte piegando la nuca di qualche centimetro perché neppure le mie punte sollevate ce la fanno a raggiungerti. Hai già deciso che da stasera la tua sciarpa sarà mia, con le mani disegni disinvolto due cerchi mentre me l’avvolgi tutta al collo.
Fuori dalla fermata della metro Cavour, ho incontrato altri uomini che non erano te.

Piazza della Suburra è un mare di intenti sopra giornali sbiaditi e mozziconi spenti. Chissà come doveva essere al tempo degli antichi questo vortice immortale di passi lenti, amori finiti e parole mai pronunciate!
Noi non abbiamo ancora iniziato ad amarci, eppure io ti ho sposato perché solo tu sai essermi tempio.
E il tempo non spaventa queste gambe irrequiete che scandiscono il ritmo del mio mondo pensato, come le lancette di un orologio svizzero o le aste di un compasso in movimento. Il ritmo di noi due però è un po’ diverso. Di mezzo ci sono pause e attese lente come se fossimo protagonisti di un thriller di cui non se ne comprende ancora il senso.
E le mie gambe allora, accavallate e roventi aspettano sedute su una panchina di legno, insistendo spietate sui piedi doloranti per delle scarpe poco comode.
Quella sera però m’hai detto che ci avresti creduto a quel bacio alle more solo se i nostri cuori fossero stati su un letto a cercare riparo.
Il tempo di un ascensore al secondo piano e siamo a casa. Torni a stringermi su lenzuola rosa di flanella, impregnate dell’odore di papavero del mio shampoo biologico.
Sei campo di collina, con solchi e cicatrici d’aratro, quello scuro dopo il riposo dalla mietitura di giugno, lo stesso che osasti disegnarmi sul petto mentre ci grattavi sopra i tuoi capelli increspati. I segni visibili delle tue forme porto ancora sulla pelle, dei tuoi polpastrelli rotondi, di una vita che è passata ed è rimasta lì aggrappata.
Hai lasciato fiero dei lividi caldi e atteso paziente che un mio morso ti facesse tornare a sorridere. È da un po’ però che della tua voce m’è rimasto impresso il silenzio ma tu questo non l’hai mai saputo e non avrebbe più senso dirtelo ora. Mi stampi sul collo un rosso marchigiano aromatico che ti è rimasto sulle labbra e che abbiamo comprato di fretta dal bangladino sotto casa. Il mio rimmel ha sporcato il cuscino ed anche le tue guance sudate ma tu non te ne sei accorto o semplicemente non ti interessa.
Intanto il vinile non smette di suonare e di riempirci la testa con una canzone che sembra appartenerci già.
È servita una notte a colmare quegli spazi di noi, pallidi e vuoti.
Forse in un’altra vita, siamo stati amanti.
Adesso non ci resta che riprenderci il tempo, quello perduto ad ignorarci.

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