Un ritratto diverso
di Donald Trump

Donald Trump
Il repubblicano più democratico degli ultimi 20 anni

Un ritratto politicamente scorretto di un presidente non amato dai media
ma da 63 milioni di americani che l'hanno votato

di Giuseppe Ruggero Sabella

Un ritratto diverso
di Donald Trump

Donald Trump
Il repubblicano più democratico degli ultimi 20 anni

Donald Trump
Il repubblicano più democratico degli ultimi 20 anni

di Giuseppe Ruggero Sabella
TRUMP

Un ritratto diverso
di Donald Trump

Donald Trump
Il repubblicano più democratico degli ultimi 20 anni

Un ritratto politicamente scorretto di un presidente non amato dai media
ma da 63 milioni di americani che l'hanno votato

di Giuseppe Ruggero Sabella
11 minuti di lettura

Tante Luci. Ma secondo alcuni almeno il triplo delle ombre. Donald Trump: una storia ed un nome forte come una tempesta di tuoni nella notte. 

La stessa tempesta di tuoni che negli ultimi 4 anni – nel bene o nel male – ha fatto risuonare fortissimo l’eco impetuosa della bandiera a Stelle e Strisce. dall’Ovest fino all’Est; dal Bel Paese guidato dal Professore “GiuseppiConte, fino alla (almeno si spera) Repubblica Popolare Democratica di Corea, attualmente sotto le grinfie del giovane comandante Kim Jong-un.

Ma, giunti al tramonto del 45esimo mandato presidenziale statunitense, mentre i pezzi della roccaforte del leader uscente cedono giorno dopo giorno sotto i colpi sferrati senza pietà provenienti da ogni direzione giudiziaria e politica – prima tra tutte quella della corrente neoliberal capeggiata da Joseph “Joe” Robinette Biden Jr – il mondo, a buon diritto, ritiene energicamente che sia tempo di tirare le somme e sapere come sono andate effettivamente le cose.

Tiriamo le somme

Le somme, infatti, di una coloratissima e fors’anche politicamente scorretta presidenza americana che – applicando una lente di ingrandimento che voglia nutrirsi perlomeno un pizzico di una qual certa doverosa onestà intellettuale (ma soprattutto di dati concreti alle volte evidenziati ma assai più spesso in altre circostanze letteralmente oscurati ad uso e consumo) -, ha fatto comunque tanto, sia per i ricchi che per i poveri; sia per i bianchi, i neri ed i multicolore.

Tanto, nel vero senso della parola.

Perché ha fatto sì discutere, dando spazio alle chiacchiere di ogni tipo che per tanto tempo hanno affollato le prime pagine dei giornali ed i salotti televisivi un po’ radical di tutto il pianeta, ma che ha prodotto allo stesso tempo – perché è questo ciò che conta alla fine -, effetti tangibili positivi sul popolo del “Mondo Libero”, sia economicamente che socialmente parlando.

Ad ogni modo, è questione di giorni.

Mentre infatti The Donald sembra ormai scoraggiato se non addirittura abbandonato perfino dai suoi fedelissimi del partito Repubblicano che lo invitano a non procrastinare l’ineluttabile e ad archiviare definitivamente la strada dei ricorsi giudiziari presso tribunali federali che non ne vogliono più sapere di (secondo i più) fantomatici ed infondati brogli elettorali, il collegio elettorale Nordamericano – secondo il sistema del cosiddetto Winner takes All! -, si appresta ad esprimere il voto degli Stati Federali lunedi 14 dicembre; con la proclamazione ufficiale, poi, del nuovo presidente al Congresso fissata il giorno dell’Epifania, e con il Giuramento e l’inizio del 46esimo mandato governativo, infine, al 20 gennaio 2020.

Sono ore difficili e pregne di tensione per il miliardario newyorkese.

Nonostante infatti il Tycoon abbia messo in piedi uno “squadrone legale” all’interno del quale sono racchiusi anni e anni di esperienza giuridica e forense degna dei migliori professionisti del Settore – capeggiato nientemeno che dall’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani (il che è quanto dire!) -, sembra proprio non esservi speranza di buona pace (o di udienze con esiti favorevoli) per il magnate dell’edilizia dai capelli non più tanto biondi come prima.

Nemmeno i giudici federali dell’area repubblicana pare infatti che abbiano più voglia di vedere il proprio calendario intasato dalle azioni legali promosse dal team del presidente Trump, un team che ormai sembra avere capitolato.

Molti già parlano di “rinascita democratica Statunitense” e di “fine dell’era del populismo americano” (da capire, poi, che cosa si intenda realmente per populismo), acclamando il neoeletto presidente Joe Biden come il salvatore della Nazione e come un vero e proprio Deus ex Machina; un Deus ex Machina che – forse più per un qual certo pregiudizio politico -ideologico alimentato da certe sinistre Europee che strizzano l’occhio alle ricchissime elites democratiche americane e che si schierano con l’”american mainstream – non si comprende esattamente perché si sia già guadagnato tutta questa simpatia e questi cosi felici e gloriosi epiteti. 

Speriamo di certo, visto che a questo punto il Mondo tutto si attende mari e monti da questa nuova presidenza, che non sia solamente per scelte squisitamente strategiche e politico-propagandistiche come l’avere nominato vice-presidente alla guida della più grande democrazia del Pianeta la senatrice dello Stato della California Kamala Harris – alla quale ovviamente vanno tutti i nostri migliori auguri per un felice e prosperoso operato, sul quale aleggiano gigantesche aspettative.

L’ex senatore del Delaware infatti, nonostante sia uno storico sostenitore politico in senso interventista dei peggiori e più tristi conflitti che hanno visto protagonisti gli USA (dall’Iraq fino alla Libia, passando per la Siria e la Serbia), se non addirittura un vero e proprio pezzo da novanta dell’establishment bellatrice statunitense – non ha ancora neppure impugnato una penna per firmare una dichiarazione di intenti o l’ultima delle più irrilevanti note spese della Casa Bianca, che sembra già un Eroe.

I motivi della guerra mediatica

Ma perché questo?

A noi piace interrogarci: potrebbe essere infatti per tutte le sani e salutari attese di una certa parte del popolo americano coltivate nei confronti delle competenze e delle capacità del buon Biden, in maniera pura e semplice e secondo un sano quanto fideistico atteggiamento di fiducia nel cursus honorum del nuovo inquilino della Casa Bianca?

Ancora, perché semplicemente Donald Trump non è stato una buona guida per il proprio Paese ed adesso deve pagare pegno per il mancato traguardo del secondo mandato? Può darsi, certo; anche se in questo caso certamente non si spiegherebbero i quasi 63 milioni di voti ottenuti dal leader repubblicano, visto che infatti sarebbe una coincidenza perlomeno singolare il fatto che vi siano nel Nordamerica ad oggi 63 milioni di masochisti autolesionisti che perseverano nel votare “The Donald”!                               

O magari invece per le antipatie e le pregiudiziali che dalla notte dei tempi aleggiano su di un uomo – da sempre oggetto di scherno e massacri mediatici – che è stato addirittura definito con l’espressione e di The Adolf Twitter?

O invece, perché no, per via di un sapiente lavoretto di cesello confezionato su misura nel tempo a suon di montaggi e ritagli dai media e dai riflettori sparati dal Vecchio Continente oltreoceano, che ritengono più utile concentrarsi sulla lunghezza della cravatta indossata dal Tycoon in un certo giorno piuttosto che su tutto ciò che ha fatto per i cittadini statunitensi; ad esempio, d’amblèe, il rilancio della economica americana ai massimi livelli e l’aumento record del PIL nazionale oltre il 3% tra crisi strutturali di sistema e battaglie di politica estera con l’eterno rivale cinese!?

Alcuni elementi però – perché il diritto alla verità è sacro e tale deve essere per ogni singolo individuo – rimangono scolpiti nella pietra.

Donald Trump, per quanto possa non piacere per le sue uscite carnevalesche, durante il proprio mandato di governo – funestato peraltro nell’ultimo anno dal cambiamento globale procurato dall’esplosione dell’emergenza Covid-19 -, ha raggiunto traguardi per certi versi mai visti prima.

I numeri del mandato

Ebbene si, perché il pagliaccio della Casa Bianca – come lo hanno definito da ultimo alcuni simpatici esponenti democratici come se non fossero bastate tutte le accuse di sessismo ed omofobia piovute a 360 gradi e subite nel tempo – ha posto in essere, tanto per citarne una, la più grande e concreta rivoluzione di eguaglianza socio-economica di cui si abbia memoria da tempi remoti. Nel 2019 infatti, senza nulla togliere (non sia mai!) alle città globalizzate democratiche (si badi, le più ricche e dove è storicamente concentrata la stragrande maggioranza dei giornalisti degli USA!), Donaldone è riuscito ad abbassare il tasso di disoccupazione nazionale ai minimi storici del 3,7%, ed ancora, ha determinato un aumento del 4,7% dei salari del quarto più basso della Popolazione. 

Detto diversamente, da un lato il tanto vituperato super-costruttore edile ha gettato le basi per quello che è stato definito uno dei boom egualitari più straordinari di tutti i tempi – lasciando cosi al neo presidente una Nazione  in cui praticamente tutti i cittadini hanno un impiego -, e dall’altro lato dove gli ultimi della scala sociale lavorativamente impiegati ed inseriti nel tessuto produttivo (e quindi non più solamente i Newyorchesi di Park Avenue belli da copertina) hanno più di quanto hanno mai avuto o avevano con un altro Presidente. Il controaltare, a chiusura del cerchio, è stato il taglio delle tasse dal 35% al 21% di cui hanno beneficiato le aziende che infatti sono tornate ad assumere; una ricetta economica, insomma, di stampo squisitamente liberale alla vecchia e sana maniera, tanto semplice quanto estremamente efficace, se questi sono i risultati.

Curioso. Perché se essere a favore delle minoranze etniche e degli immigrati – che negli Stati Uniti d’America rappresentano il sale della Nazione stessa da sempre – significa solamente ripetere assordanti slogan elettorali o praticare inutile buonismo da quattro soldi, certamente Trump si è guadagnato ingiustamente (anche) l’appellativo di razzista; specie infatti se si pensa che la stragrande maggioranza di coloro che più hanno beneficiato delle manovre economiche a firma trumpiana di cui sopra sono Latini ed Afroamericani, non certo i modelli WASP delle roccaforti democratiche… 

E ci piace esagerare con le provocazioni. Perché già tutto questo, ad un primo impatto, potrebbe causare al vecchio Donald non pochi problemi davanti ai suoi di partito, visto che solo solo per scelte politiche del genere parrebbe essere stato il più democratico di tutti i Democratici degli ultimi tempi (sempre che essere democratico in USA significhi ancora, soprattutto, eguaglianza sociale ed economica, tanto sbandierata dagli esponenti delle sinistre, che proprio non riescono a mandare giù che l’anima più profonda e probabilmente maggioritaria dell’America rigetta il modello socio-sanitario a tutti i costi di stampo puramente europeo affermato con l’”Obamacare”).

Ma non basta, perché a volere proseguire, sembrerebbe infatti che il Tycoon – con la sua linea inizialmente forse infelice ma alla fine fruttuosa per non dire virtuosa – abbia impedito lo scatenarsi della Terza Guerra Mondiale con il dittatore koreano più sorridente del Mondo, impedendo cosi il prolificarsi di armamenti nucleari nell’Est Asiatico che magari tra una decina d’anni avrebbero potuto bussare anche alle porte dell’Europa, con un inevitabile scomodarsi della Nato. Senza contare, infine, che non si vedeva un Presidente (repubblicano tra l’altro) che non faceva scoppiare un conflitto da tempi ormai perduti, visto che l’ultima prosecuzione bellica attiva risale al quadriennio della gestione Ford, negli Anni 70’. 

Insomma, “The Donald” – magari con i suoi siparietti e con i suoi balli elettorali (che però hanno poi evitato il congelarsi anche dei rapporti diplomatici con Cina ed Iran, tanto per gradire) – ha sì certamente gettato ilarità sulla The White House, ma sicuramente ha ben contribuito – a questo giro – a non esportare pace e libertà a suon di invasioni via terra o feroci bombardamenti, come forse invece – sebbene magari sia stato “costretto”, per carità -, ha fatto il suo predecessore Barack Obama. Sì, lo stesso Obama che, nonostante sia stato oggettivamente responsabile del bombardamento costante e ben finanziato dei territori siriani, è stato per questo premiato con il Premio Nobel per la Pace, riferendo alla propria cerimonia ed in pompa magna – come ciliegina sulla torta – che “…La Guerra è una realtà alle volte necessaria”, e che “…I negoziati non potrebbero convincere i leader di Al-Qaida a deporre le armi”.

Ciò che ha fatto il primo Afroamericano allo scranno più prestigioso del pianeta, senza voler perdere tempo, è storia (e dovremmo ricordarla tutti, ad onor del vero). E, sebbene magari sia eccessivo poter dire lo stesso di Trump, almeno durante il suo mandato nessun cittadino di un altro Stato sovrano o nessun bambino figlio di madre è rimasto ucciso o divenuto orfano in un non meglio definito e necessario conflitto bellico totale in cui la democrazia occidentale doveva essere per l’appunto esportata attraverso morte e distruzione.

La gestione Covid

Ah, quasi dimenticavamo! Donald Trump – lo stesso Trump che giunto alla Casa Bianca dopo le cure ricevute per aver contratto il Virus del Covid-19 ha tolto la mascherina tranquillizzando i propri concittadini in un forse evitabile plateale gesto di amor di patria demonizzato in mondovisione – è lo stesso Donald Trump che ha stanziato i miliardi necessari per l’ottenimento di un vaccino efficace e sicuro che tra pochi mesi – attraverso la Pfizer in primis – comincerà a dare speranza a milioni e milioni di persone su tutta la Terra, bloccando – auspicabilmente e finalmente – il proliferare incontrastato della pandemia. Ma anche questo forse, appare trascurabile, quando invece trascurabile non è rilevare come paradossalmente questa vittoria sia già stata rivendicata (e qua rischiamo di cadere in un inspiegabile ribaltone allucinogeno) dall’insediando Joe Biden.

Che forse il Tycoonnonostante qualche chiletto di troppo e la propria passione per i Village People – non fosse poi cosi brutto e cattivo…???

Comunque sia, è stato bello credere nel futuro che ha lasciato ai figli d’America, perché con questi numeri ci sa proprio che gli USA sono divenuti davvero “…Great Again!”

Ma a Voi il giudizio!

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