Un mondo governato dalle donne è un mondo di pace. Il femminismo nel XXI secolo tra voga e realtà.

di Adriana Bonomo

Un mondo governato dalle donne è un mondo di pace. Il femminismo nel XXI secolo tra voga e realtà.

di Adriana Bonomo

Un mondo governato dalle donne è un mondo di pace. Il femminismo nel XXI secolo tra voga e realtà.

di Adriana Bonomo
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A tutti è noto il femminismo delle suffragettes, i movimenti che a partire dalla seconda metà dell’800 hanno lottato per la titolarità e il godimento dei diritti civili e politici da parte delle donne.

Meno noto è il femminismo nelle relazioni internazionali.

Si tratta di una teoria secondo la quale se il mondo fosse guidato e governato da donne, le relazioni internazionali sarebbero più pacifiche e feconde. La ragione sarebbe nella natura stessa delle donne: gentile, conciliativa, materna.

Le “femministe” delle Relazioni Internazionali sostengono infatti che una donna, prima curatrice degli interessi diretti di una famiglia, tendenzialmente a più stretto contatto con i figli, sarebbe più cauta nelle decisioni e policy che potrebbero comportare una guerra o comunque una situazione di tensione. Da qui il corollario: un mondo governato dalle donne è un mondo di pace.

Una teoria tanto ottimista quanto poco diffusa fra i grigi politologi classicisti. Anzi, è addirittura considerata “minore”, se non minorata, menomata. Due le ragioni. Da un lato l’esistenza di numerose (ma non maggioritarie) prove contrarie. Si pensi alla Iron Lady dell’ultimo film di Phyllida Lloyd, o all’ex Segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice. Pochi riescono a immaginare queste due “donne di Stato” come dolci e accoglienti mamme pacifiche.

Dall’altro, l’invettiva secondo cui la teoria femminista, lungi dallo spiegare le relazioni internazionali (intercosse e intercorrenti), pronostica il futuro, o meglio: un futuro.

Malgrado le critiche, il femminismo sembra oggi tornare alla ribalta.

L’attenzione delle relazioni internazionali, nonché quella del grande pubblico, si è recentemente concentrata su quel 50% dell’umanità (e forse un pò meno se si considera che nel mondo ci sono circa 57 milioni di uomini in più rispetto alle donne) che vive in una condizione di disparità.

Secondo gli ultimi rapporti ILO e quelli di WomenWatch, nella media globale, a essere disoccupate (e non meramente non occupate) sono circa il 50% delle donne, contro il 30% degli uomini. L’accesso all’istruzione e ai posti di lavoro a carattere burocratico-processionale, i c.d. colletti bianchi, è più difficile per le donne, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, persiste una differenza di retribuzione fra i due sessi a parità di occupazione. L’ILO ha stimato che, nella maggior parte dei Paesi del mondo, gli stipendi delle donne oscillano tra il 70 e il 90% di quelli degli uomini.

La comunità internazionale non sembra del tutto indifferente.

Si pensi che organizzazioni quali FAO e IFAD hanno messo al centro delle loro policy le donne: da un lato promuovendo il gender balance nel loro organigramma interno, dall’altro finanziando programmi per la parità dei diritti reali e di godimento da parte delle “piccole proprietarie terriere”. Ricerche hanno infatti mostrato che lo sviluppo endogeno e stabile di un Paese non può prescindere dal women empowerment.

Parallelamente, in modo più generalizzato ma più risonante, la comunità internazionale ha mostrato interesse per il ruolo delle donne conferendo il premio Nobel per la pace proprio a tre donne:

Tawakkul Karman, avvocato yemenita considerata ormai guida e simbolo delle proteste contro il regime di Saleh. Ella ha infatti fronteggiato a volto scoperto – indossando il solo hijab – la bigotteria e l’integralismo delle aree tribali dello Yemen.

 

 

 

 

Leymah Gbowee, avvocato liberiano, ha fondato la Women peace and security network Africa. Si tratta di un movimento femminile nato a Monrovia con cui migliaia di donne, cristiane e musulmane, hanno lottato per una comune causa: la fine della guerra civile in Liberia.

I loro mezzi? Di giorno cantano e pregano; di notte, impongono a mariti e amanti lo sciopero del sesso.

 

 

 

La guerra civile in Liberia è arrivata a una tregua e alle negoziazioni tra le due fazioni, quella cristiana e quella musulmana. A tale risultato ha senz’altro contribuito anche la terza Nobel, il presidente della Liberia: Ellen Johnson Sirleaf.

 

 

 

Eletta il 16 gennaio 2006, Mama Ellen – come affettuosamente la chiamano i suoi connazionali – aveva detto che avrebbe mantenuto tutte le sue promesse. Forse proprio tale coerenza ha permesso la sua rielezione e portato al risultato più importante: la fine della guerra.

Guardando a queste donne, guardando alle azioni per le donne, non si può dubitare del fatto che il mondo femminile sia reale. Questo mondo fronteggia oggi un problema e ha bisogno di soluzioni. Forse una teoria femminista nelle Relazioni Internazionali non avrà mai una portata scientifica. Forse un mondo governato dalle donne non sarà pacifico. Intanto, c’è bisogno oggi più che mai di femminismo, di solidarietà femminile, di attenzione a una categoria che oggettivamente necessita di sostegno, che è titolare di diritti e che da all’umanità un contributo importante di cui noi tutti abbiamo bisogno.

 

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