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“Un fatto umano” è la graphic novel edita da Einaudi, per i disegni di Fabrizio Longo e Alessandro Parodi. Il titolo si ispira alla celebre definizione che Giovanni Falcone diede del fenomeno mafioso per farne emergere la fallibilità. Ma anche la sua non straordinarietà: se umano è il fenomeno da combattere, uomini ordinari possono vincerlo. The Freak ne ha parlato con l’autore e ideatore Manfredi Giffone.fatto umano

Perché hai scelto di ricorrere alla forma rappresentativa della graphic novel e all’uso degli animali nella narrazione di questo “fatto umano”?

Per diversi motivi il primo dei quali è che il contrasto alla criminalità organizzata è una storia corale. Non si tratta della lotta di un eroe solitario contro il male, ma di un gruppo di persone che nel rispetto delle leggi ha cercato di opporsi a un altro gruppo di persone, criminali. Dunque i personaggi da mettere in scena per raccontare questa storia sono una miriade e abbiamo sentito l’esigenza di renderli molto riconoscibili, anche a un lettore ignaro di queste vicende.

Quando mi è venuta in mente l’idea di utilizzare personaggi con fattezze di animali, sentivo che poteva funzionare anzi che era la soluzione che stavo cercando ma è stato solo confrontandomi con Alessandro e Fabrizio, disegnatori e coautori di questo libro, e dopo aver visto le prime prove di personaggi che ci siamo convinti.

Usare delle fattezze animalesche oltre a rendere riconoscibili i personaggi ci permetteva, volendo, di raggrupparli. Così, ad esempio, i membri delle principali famiglie mafiose sono rappresentati in una sorta di tassonomia mafiosa da specie appartenenti a una medesima famiglia: i Corleonesi sono dei suidi, la famiglia di Santa Maria del Gesù sono quasi tutti bovidi e così via.

Infine c’era un’ultima preziosa risorsa a nostra disposizione visto che per tradizione millenaria siamo profondamente influenzati dal simbolismo animale e così un leone rappresenta regalità e coraggio; una volpe l’astuzia, un cane la fedeltà e potremmo continuare a lungo. Questo meccanismo in alcuni casi ci ha permesso di mettere in risalto il carattere di vari personaggi e di farlo cogliere al primo sguardo.

         un fatto umano

 

Quanto ti ha aiutato e quanto ostacolato la tua estraneità dall’antimafia, la tua provenienza da un contesto geografico (di origine) e professionale neutro?

A posteriori ho l’impressione di aver avuto un buon punto di osservazione, di avere mantenuto una giusta distanza anche se non posso dire di provenire da un contesto neutro visto che le mie radici affondano in modo inestricabile nel sud d’Italia e quindi una certa forma mentis mi è molto familiare. All’epoca poi vivevo un rapporto speciale con la Sicilia in virtù di una lunga e importante relazione sentimentale senza la quale non avrei potuto o saputo scrivere questo libro.

Perché hai affidato la voce narrante della storia a Mimmo Cuticchio, definito da Rodolfo Di Giammarco come «Il più potente cuntista della scena italiana, michelangiolesco scultore di sillabe, omerico cantore di cicli cavallereschi, superbo uomo siciliano dotato di barba storica e di sapienza fisica»?

Perché quando ho intuito che i personaggi da mettere in scena erano oltre un centinaio, mi sono reso conto che avevo bisogno di una voce narrante, una voce potente, abile, che fosse capace di tenere in mano le intricate fila del racconto senza ingarbugliarle. E direi che nessuno meglio di Mimmo Cuticchio poteva incarnare questa voce. Studiare il suo lavoro, osservarlo dal vivo, avere modo di parlare con lui, è stato un onore raro nonché un piacere enorme. Mimmo mi è stato di grandissimo aiuto e ispirazione anche se com’era inevitabile sono rimasto lontano in modo siderale dalle vette della sua arte.

Sette anni di lavoro, 160 libri consultati, 15 processi di mafia. questi numeri sembrano quantificare la bellezza della fatica. Hai mai temuto di non riuscire a trasporre in questa particolare forma narrativa la complessità di vicende e di personaggi che hai incontrato nel lavoro di consultazione?fatto umano

Non in modo cosciente. Sarò anche stato attanagliato dai morsi del dubbio in più occasioni, ma oggi la sensazione che ricordo maggiormente era una sorta di perdurante “Si può fare” alla Gene Wilder.

Cosa ne pensi della attuale rappresentazione cinematografica e televisiva della mafia?

Non ho visto nulla di quello che è stato prodotto di recente sull’argomento e di conseguenza non ne penso.

Come si fa a rendere in fumetto la storia degli uomini più esposti rispetto al contrasto di questo particolare fatto umano, senza lasciarsi andare a fascinazioni o sublimazioni? Come si fa ad evitare il troppo facile elogio e dare risalto alla loro umanità?

La domanda sembrerebbe presupporre che il nostro libro sia riuscito in questo intento mentre io posso solo augurarmelo ma non esserne certo, com’è comprensibile. Devo anche arrendermi però all’impressione che almeno l’elogio dovuto, scontato, siamo riusciti a sventarlo e di conseguenza lo abbiamo risparmiato agli eventuali lettori. E nel caso che questa mia impressione sia condivisibile ci siamo riusciti solo grazie alla grande mole di tempo investita nel lavorare attivamente su questa storia.

Le tue tavole sono state esposte al Museo di Trastevere nell’ambito di “Mc Mafia”. Hai avuto modo di approfondire altri lavori accomunati in questo genere rappresentativo? Cosa distingue il tuo lavoro dalle altre rappresentazioni a fumetti della mafia?

Durante la lavorazione del libro, quindi fino a sei anni fa, ho letto tutti gli altri fumetti che sono riuscito a trovare sul tema ma mi pare che all’epoca non fossero moltissimi. Se dovessi dire cosa differenzia il nostro libro dagli altri libri a fumetti sulla mafia, a parte naturalmente l’utilizzo di personaggi dalle fattezze animalesche, credo dovrei risponderei: l’ampiezza.

Alessandro e Fabrizio probabilmente metterebbero in risalto il fatto che si tratta di un lavoro di quasi quattrocento tavole realizzate ad acquerello il che non è affatto una cosa da poco.

Che colpa hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono?” diceva il Grande Inquisitore de I fratelli Karamazov. È un pensiero che attraversa tutte le epoche, dai fascismi vari alle lotte di mafia, cosa possano fare e cosa si possa arrivare a pretendere dalla gente comune. Il tuo lavoro segue l’impresa di alcuni degli uomini che presero posizione, pur consapevoli delle conseguenze. Pensi che ricordarli come eroi ci deresponsabilizzi?

Certo. È inevitabile. Un eroe si muove in un contesto mitico, fuori dal tempo e non sul piano della realtà.

                                                                         buscetta

A Giovanni Falcone piaceva nuotare. Un giorno, troppo veloce nelle sue bracciate, si accorse che gli uomini della scorta erano tornati a riva perché non riuscivano a seguirlo. E rinunciò a nuotare, “te li immagini i giornali? Il giudice Falcone per farsi il bagno scomoda addirittura una motovedetta”. Lo scriveresti un altro finale di questo “cunto” italiano?

Lo sto già facendo. Sono più di cinque anni che ci ragiono e accumulando note ed appunti. Adesso credo sia giunto per me il momento di iniziare a lavorarci seriamente.

 un fatto umano

Nel discorso che viene attribuito a Salvo Vitale nel film “I cento passi”, l’amico di Peppino Impastato urla ai microfoni di Radio Aut: “Diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo, ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace”. Pensi sia celata una verità in queste parole disperate?

Mi è capitato di riascoltare questo brano interpretato benissimo da Claudio Gioè non molto tempo fa durante una trasmissione radiofonica. È un discorso che viene pronunciato con una rabbia crescente, alimentata dal dolore e dall’indignazione per la morte di Impastato. Ma quello che gli conferisce forza è che dentro di noi stessi quando ascoltiamo queste parole pensiamo che ci sia un fondo di verità, anche se è solo un pensiero rapido, non del tutto cosciente, una cosa che magari non esprimeremmo ad alta voce. Forse al posto di “siciliani” si potrebbe anche dire “italiani”. Insomma credo ci sia del vero in queste parole ma allo stesso tempo che non sia tutta la verità. Ci sono altre frasi celebri che sono altrettanto vere come quella di Falcone da cui prende lo spunto il titolo del nostro libro. La mafia è un fatto e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine. È a seconda di quanto riusciremo a incarnare una frase, un’idea, al posto di un’altra che le cose cambieranno.

di Sabrina Cicala, all rights reserved

Un cunto italiano a fumetti. Intervista a Manfredi Giffone, autore de “Un fatto umano” ultima modifica: 2017-05-26T13:51:21+00:00 da Sabrina Cicala
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A proposito dell'autore

È, ormai da diversi anni, scrittice e collaboratrice di The Freak. Come sia successo, è ancora il dubbio dei piú. Potrebbe elencarvi tutti i suoi interessi, ma per quelli vi rimandiamo a Vertigo, che cura. Se ci mettete qualsiasi cosa che abbia la radice in "legal-", andate sul sicuro. Crede che leggere la soddisfazione delle persone negli interlinea degli articoli, su ciò che sta loro a cuore, sia in cima a qualsiasi elenco puntato da note del cellulare dal titolo “cose per la bio”. Le piace trovare le parole per spiegare ciò che la emoziona a chi non ne ha mai sentito parlare. Ma esagera con le parole, e chi non ne ha mai sentito parlare potrà dire di aver ben recuperato. È per questo che non si sognerebbe mai di imporre la sua 'idea' di cultura a nessuno. Che di parole ne ha tante, ma di emozioni di più.

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