“Ultras”: la rabbia e il branco

di Matteo Tarascio Breveglieri

“Ultras”: la rabbia e il branco

di Matteo Tarascio Breveglieri
Ultras

“Ultras”: la rabbia e il branco

di Matteo Tarascio Breveglieri
5 minuti di lettura

La supremazia del branco, della tribù. Senza i quali il singolo è nulla.

Nei primi secondi di Ultras, il Moicano arriva in motocicletta davanti a una piccola chiesa dove si sta celebrando un matrimonio. Ha addosso solo una giacca di jeans dalle maniche strappate, ma la gente lo accoglie con il rispetto dovuto ad un ospite d’onore. Mentre un fumogeno acceso viene dato allo sposo e una voce rauca fa partire il coro “un giorno all’improvviso“, il Moicano fa le congratulazioni agli sposi.

Questa prima scena del lungometraggio d’esordio di Francesco Lettieri, deus ex machina nonchè regista dei video musicali dell’artista partenopeo LIBERATO, dev’essere usata come chiave di lettura dell’intera pellicola. Lettieri non è interessato allo sport di per sé, ma tramite gli Apache – gruppo ultras partenopeo inventato appositamente per il film – vuole osservare le dinamiche interne a questi gruppi universali e presenti nelle tifoserie di ogni città (il Napoli, anche per ragioni legali, non viene mai menzionato). Quindi in nessuna scena di Ultras si vede chiaramente qualcuno che gioca a calcio. Ci sono solo due avvistamenti di un pallone: quando Maradona – e chi sennò? – sta facendo dei palleggi di fronte ad una folla, e quando viene calciato per rabbia invece che per sport. E questo è decisamente un indizio di quello che ci vuole dire il film.

La trama segue il percorso del Moicano che pian piano inizia a riscoprirsi Sandro, nome di battesimo usato solo da chi gli sta più vicino. Notiamo la differenza tra le persone che vedono le due facce del vero Sandro: da una parte c’è Terry, una ragazza indifferente al mondo calcistico di cui lui fa parte e che smaschera il suo lato più sensibile; dall’altra il giovane Angelo, fratello di un compagno di tifo ucciso in un assalto, lo spinge a considerare l’importanza della sua vera famiglia e il ciclo indissolubile della violenza che li connette. Una storia interessante e tendenzialmente ben raccontata alla quale però gioverebbe dedicare un po’ più di tempo all’inizio della relazione con Terry: pur essendo la causa scatenante del cambiamento di Sandro, la scena che potrebbe far capire perché lui si innamori arriva troppo tardi per spiegarci appieno i suoi comportamenti fino ad allora.

In ogni caso, queste piccole imperfezioni non rendono vano lo sforzo fatto dall’ottimo cast. È ovvio parlare di Aniello Arena – Sandro/Moicano, già visto in Reality, Dogman e La paranza dei bambini – l’ex camorrista diventato attore in prigione, ma tutti i ruoli sono ben interpretati. Shoutout in particolare a Salvatore Pelliccia (Barabba), Simone Borrelli (Pechegno) e Daniele Vicorito (Gabbiano) per saper bilanciare la sincera preoccupazione per i compagni Apache con una ferocia non da poco.
La fotografia di Gianluca Palma, già collaboratore di Lettieri nel progetto LIBERATO, è di gran lunga la migliore parte del film, creando splendide immagini e una palette cromatica che rafforza le scelte registiche di Lettieri e ci ricorda perché il cinema è prima di tutto un mezzo artistico visivo.

Sarebbe impossibile parlare di Ultras senza dire qualche parola sulla sua – ottima – colonna sonora: la preoccupazione iniziale di Lettieri che il nome di LIBERATO potesse “fagocitare” o “monopolizzare” il progetto è per certi versi fondata. Il rischio era appunto che dare troppo spazio agli ottimi inediti che l’artista partenopeo ha composto appositamente per la pellicola potesse rallentare il ritmo o rendere il tutto troppo simile ad un video musicale. Fortunatamente, il regista evita di porre troppo l’attenzione sulla colonna sonora, lasciando che faccia il suo lavoro in maniera naturale e spesso di sottofondo – ovviamente questo può aver deluso alcuni fan di LIBERATO, ma secondo me è stata una scelta azzeccata. Oltre a LIBERATO, sono felice di aver notato Pagnale di Speranza, E so’ cuntento ‘e sta’ di Pino Daniele, e Voce ‘e notte, quest’ultima durante la scena più toccante del film.

Nel complesso, tutti sembrano essere d’accordo sul fatto che Ultras sia un film ben fatto dal punto di vista tecnico. Eppure nessuno è veramente estasiato dal risultato finale. I gruppi ultras e i tifosi sfegatati, in primis, parlano di strumentalizzazione [esagerazione?] delle loro vite e di banalizzazione di tragedie come la morte di Ciro Esposito.
E anche gli ovvi paralleli con Gomorra – per ambientazione e linguaggio cinematografico utilizzati della serie – non sempre fanno bene al film. Perché se gli amanti della serie rischiano di rimanere delusi da un’assenza di azione e dall’occasione sprecata di esplorare i collegamenti comprovati tra mafie e tifoserie, chi invece già odia Gomorra per la sua presunta esaltazione della malavita probabilmente penserà che anche Ultras celebri la violenza da stadio.

Queste critiche su cosa il film dovrebbe essere ignorano ciò che esso effettivamente rappresenta. Perché il fulcro della vicenda è la mascolinità tossica così presente, in qualche misura, in ogni gruppo di uomini, che viene naturalmente enfatizzata dal contesto di un gruppo di ultrà. L’incapacità di esprimere le proprie emozioni – Sandro non riesce a comunicare l’affetto che prova per Terry e fa scenate di gelosia, per esempio – sfocia in collera e in violenza, le sole emozioni che un uomo può esternare ed essere considerato ancora maschio. Il modo in cui i personaggi affrontano queste loro inadeguatezze personali è perdersi nel branco. “Perché un ultrà da solo non vale niente, ma solo quando è nel gruppo”.

Ultras funziona meglio quando lo spettatore mette da parte le proprie aspettative collegate a Gomorra, a LIBERATO, al tifo e guarda alla semplice umanità, scevra di giudizio, di un picchiatore cinquantenne che si fa disinfettare le nocche dalla madre. E ai gesti di gentilezza che sono nascosti dalla rabbia quasi incessante che provano i vari Apache.

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