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Seduto ai tavoli di Alley, insieme all’ultimo boccone Tim ingoiò anche la fretta.

Di Alley era diventato un cliente quasi abituale dopo che MacVar aveva chiuso i battenti per trasferirsi a Costa Mesa, 138 miglia più a Sud. Non che ci fosse una relazione di causa-effetto tra la chiusura di un negozio di elettronica e un ristorante, ma era stata una brillante combinazione. Uno di quegli eventi fortuiti che a ripensarci ti fanno credere al destino.

Era successo mentre Tim stava lavorando alla sua prima pubblicazione. Avendo bisogno di collegare il laptop a un monitor andò alla ricerca di un cavetto con doppia porta HDMI. Fu allora che trovò chiuso il negozio di MacVar sulla Hollister Ave, e, appeso alla vetrina sbarrata, un cartello che comunicava il trasferimento.

All’epoca Tim credeva ancora nelle varianti spettrali della Green Fluorescent Protein della medusa Aequorea Victoria e nel cavetto HDMI per migliorare la sua produttività di ricercatore.

“Vai al Best Buy a Camino Real Marketplace” gli suggerirono alla UCSB Library “lo trovi al prezzo migliore”.

Alley era lì, davanti al mercatino dei contadini, a pochi metri da Best Buy, dietro la Union Bank. Tacos, insalate, sandwich e dolci c’era scritto sul menù messo fuori in bellavista. Si ricordava di essere stato una volta nel locale quasi identico che si trovava al porto. Non immaginava che ce ne fosse uno anche a Goleta. Non era proprio a buon mercato ma…

Fu però solo qualche mese più tardi che trovò sui tavoli insieme al menù la pubblicità di un pub-comedy a Isla Vista. Un’idea che si trasformò in attrazione magnetica, come le stelle…

Dai tempi del college a San Diego Tim sapeva che se vuoi imparare a fare qualcosa devi studiare. Bill Cosby, Bob Newhart, Jerry Seinfeld – era tempo di usare per qualcosa di utile il cavetto HDMI. Guardando i loro video su Youtube, piano, piano iniziò a lavorare al sogno.

Quando ci andò a Isla Vista, il tizio del locale gli disse: “Vieni giovedì alle cinque, ti registri per il tuo slot di 10 minuti e vediamo se fai ridere”.

Da allora non erano rare le volte in cui inforcava la bicicletta, prendeva per Storke Road e andava a pranzare da Alley. Alley che era sufficientemente lontano da Ocean Road e tutti i soliti posti per non rischiare di incontrare qualcuno che lo conoscesse.

Tim stava sforchettando attorno al waffle da cinque dollari di Alley quando improvvisamente sul suo viso prese forma un’espressione a metà tra la faccia incredula ed estasiata di Richard Dreyfuss di fronte alle luci degli UFO e le risate matte di Jim Carrey in Ace Ventura.

Non appena vide apparire il faccione di Jerry Seinfeld moltiplicato per tre sui televisori appesi al muro, come fossero quadri, mandò giù la fretta che aveva, insieme a un fiocco di crema.

“I will never understand why they cook on TV”.

Gli occhi si aprirono e si scosse da una leggera apatia, mentre il sorriso si faceva strada sulle sue labbra di vaniglia. Era come se davanti a lui si fosse materializzato il più caro dei vecchi amici.

Si ricordava così bene quella scenetta che stava andando in onda. L’aveva vista così tante volte. Sapeva memoria ogni battuta, e  sapeva modulare proprio quel tono e dare alle parole quell’esatto ritmo; una simpatica alchimia tra il serio e il faceto che creava la scintilla della comicità.

 “I can’t smell it. Can’t eat it. Can’t taste it”.

Il sorrisone di Jerry, anche il nome era simpatico, riempiva gli schermi. Le braccia aperte, la gamba leggermente più avanti rispetto al corpo. Sembrava che stesse sul punto di uscire dal televisore per gettarsi tra il suo pubblico.

“The end of the show they hold it up to the camera…”

Tim si gustava il finale come un extra di panna da un dollaro sopra il waffle. E cos’altro avrebbe potuto fargli più piacere in quel preciso momento?

“Well, here it is. You can’t have any. Thanks for watching, folks. Goodbye”.

In coda alla cassa i suoi propositi erano più saldi che mai. Dopo aver pagato si allontanò con quel misto di concentrazione e risolutezza che sono la risorsa vincente di fronte a un bivio che richiede decisione. Sembrava un segno del destino l’apparizione di Jerry Seinfeld, tanto da fargli sentire una specie di coraggio salirgli al cuore.

Alle due in punto, dopo aver bussato per ben due volte, entrò nell’ufficio di Mrs Jane F. per consegnarle il badge con cui poteva entrare e muoversi ovunque all’interno del dipartimento, senza limiti di orario.

Quando ci era arrivato tre anni prima ricordava ancora quanto era stato felice. Immaginava una carriera piena di scoperte e congressi; il futuro era frontiera di conquista… e in un certo senso continuava ad esserlo, anche se era cambiato l’orizzonte.

Si riprese la cauzione di 15 dollari e non si lasciò andare a troppi convenevoli: un arrivederci e una stretta di mano. Mrs Jane F. era abituata a vedere gente andare e venire in continuazione: borsisti, post doc. Non era speciale lui. Non gli fece domande ma gli augurò buona fortuna. Secondo la prassi, pensò Tim.

Uscendo annusò quell’odore che l’aveva colpito la prima volta che aveva messo piede lì dentro. Un odore a cui si era talmente abituato da non sentirlo quasi più. Quasi… Si allontanò fissando la targhetta del Marine Science Institute pensando che la vita è fatta così, di brevi attimi di felicità che illuminano i sogni. E non importa se poi i sogni cambiano, tutto sta nel non perdere l’occasione di essere felici nel preciso momento in cui è possibile farlo.

Si mise a pedalare lungo Lagoon Road, guardando la spiaggia e l’oceano sfilargli accanto con un senso selvaggio di libertà.

Aranyhíd. Lazslo, il suo amico ungherese che studiava le cnidarie, li chiamava così i riflessi luccicanti del sole sull’acqua. Lui, Tim, li aveva guardati spesso, l’oceano, il sole, le palme, gli aranyhíd, dai vetri un po’ opachi dell’istituto, immaginando il rumore delle onde rompere il silenzio così duro da masticare.

L’ultimo momento di felicità preso al volo in quell’istante era allontanarsi da lì il più in fretta possibile con un’idea in testa.

Alle 4 e 12 in punto, dalla Amtrak Station a Santa Barbara partiva il treno della Pacific Surfliner per Oxnard. Lo aspettava una serata al Levity Live. Al fondo di Lagoon Road aveva svoltato sulla Ward Drive, attraverso il parco di Goleta Beach; cespugli verdi lungo la carreggiata, alte palme sognanti in lontananza. Aveva imboccato una buona strada.

Al Levity Live c’era stato il mese prima. Aveva preso un autobus alla stazione, era sceso a Underpass&Spur e camminato a piedi lungo Oxnard Boulevard; alte palme ondeggianti prima di arrivare a River Park tra grandi parcheggi, molto asfalto e qualche alberello piantato qua e là per fare ombra. Era andata bene, l’avevano richiamato. Durante le prove davanti allo specchio aveva vagheggiato il successo.

“Non sono un dottore, cioè…sì, nei sogni di mamma e papà”.

“Davvero! stavo studiando per un PhD prima di darmi al cabaret”.

“Pensavo che il cervello fosse la parte migliore di me. Poi ho aperto gli occhi su chi stava tentando di convincermi della faccenda”.

“No, non sto scherzando! È come passare quattro anni ad allenarsi per le Olimpiadi. Poi un bel giorno ti alzi e pensi: Sai che c’è? che piuttosto preferisco andare a fare il soffiatore di vetro”.

E immaginando le risate in fondo alla sala aggiunse: “No, non ve lo raccomando di passarci!”

 

di Rabolasall rights reserved

 

L’ultima battuta ultima modifica: 2017-07-31T07:01:15+00:00 da Rabolas
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