Mayday: semi di girasole a rischio

Ucraina, l'olio di semi
di girasole e gli allergici

L'Ucraina è il maggiore produttore mondiale di olio di semi di girasole
La guerra può creare seri problemi per tutti i soggetti allergici

di Roberta Serio
di Redazione The Freak

Mayday: semi di girasole a rischio

Ucraina, l'olio di semi
di girasole e gli allergici

Ucraina, l'olio di semi
di girasole e gli allergici

di Roberta Serio
di Redazione The Freak
Olio di semi di girasole

Mayday: semi di girasole a rischio

Ucraina, l'olio di semi
di girasole e gli allergici

L'Ucraina è il maggiore produttore mondiale di olio di semi di girasole
La guerra può creare seri problemi per tutti i soggetti allergici

di Redazione The Freak
di Roberta Serio
5 minuti di lettura

Ucraina e Russia producono insieme l’80% dell’esportazione mondiale di olio di semi di girasole. Tra venti giorni sparirà dai supermercati: le scorte stanno esaurendosi e la semina di questa primavera, quasi sicuramente, salterà a causa del protrarsi del conflitto. Quali saranno le conseguenze per il mercato e per i consumatori?

Anche questa volta i prezzi alle stelle: la scorsa settimana era possibile acquistare 1 litro di olio di semi di girasole a 1,50 euro circa. Oggi la stessa quantità viene venduta a 3 euro e numerosi supermercati ne stanno razionando le vendite consentendo l’acquisto di pochi pezzi per nucleo familiare.

Le scorte di magazzino delle grandi catene di distribuzione alimentare dovrebbero garantire una copertura per un mese, non di più. C’è chi però non sembra preoccupato da tale scenario: Francesco Pugliese, amministratore delegato Conad dal 2004, si dichiara infatti maggiormente preoccupato per l’inflazione piuttosto che per l’esaurimento scorte dell’olio di semi di girasole, che – secondo l’ad – non sembra essere un prodotto indispensabile per gli acquisti delle famiglie italiane.

L’Italia non riesce a soddisfare il fabbisogno nazionale dell’olio di semi di girasole. Anche perché il prodotto non è venduto unicamente come olio in purezza, ma è largamente diffuso nella catena di produzione alimentare per realizzare conserve sottoli, creme, biscotti, preparazioni dolciarie, bevande vegetali, prodotti vegetariani et cetera.

Secondo Assitol, Associazione industrie italiane dell’olio, in Italia si consumano 800.000 tonnellate annue di olio di girasole. La produzione italiana si aggira intorno alle 250.000 tonnellate quindi è necessario importare il restante prodotto dall’Ucraina, maggiore produttore mondiale.

Perché quest’olio è divenuto così prezioso? È davvero così indispensabile il suo impiego in cucina? Innanzitutto ha, anzi aveva il vantaggio di un basso prezzo di costo. Raggiunge un ottimo punto di fumo (225 gradi Celsius) ed ha il pregio di non rilasciare un sapore troppo marcato a differenza di altri oli, sia nelle fritture che nelle preparazioni dolciarie.

È diventato onnipresente nell’ultimo decennio per aver sostituito il tanto stigmatizzato olio di palma, colpevole di poca salubrità e di danneggiare il pianeta, perché frutto di coltivazioni conseguenti a selvagge deforestazioni.

Adesso, stante l’impossibilità di reperire il girasole, sembra giunto il momento di trovare un ulteriore sostituto. Ed ecco che sorge un altro problema, di cui non si è adeguatamente parlato e di cui i media in larga parte si sono disinteressati.

L’11 marzo 2022 il Ministero dello Sviluppo Economico ha emanato una circolare contente le misure temporanee ed eccezionali per l’etichettatura di prodotti contenenti oli vegetali in sostituzione dell’olio di semi di girasole.

Con tale circolare, e come ulteriormente chiarito in una nota congiunta , firmata dal direttore generale Maurizio Montemagno, il MISE autorizza le aziende alimentari a sostituire nella lista ingredienti l’olio di girasole con altro olio vegetale a causa delle difficoltà di fornitura legate al conflitto ucraino.

Il punto cruciale della circolare sta, però, nell’autorizzazione all’utilizzo delle etichette e degli imballaggi già in possesso delle aziende agroalimentari limitandosi  ad aggiungere una correzione posticcia alle stesse che viene consentita in due modalità: con sticker adesivi o con scritte aggiuntive a getto d’inchiostro. Sempre specificando l’eventuale presenza di allergeni , in conformità alle normativa europea disciplinante le etichettature, il regolamento UE 1169/2011.

Tutto in regola, dunque. Prima facie, forse.

Perché?

Valeria Invernizzi, presidente e fondatrice di Cibo Amico, associazione di sensibilizzazione e supporto alle famiglie con soggetti gravemente allergici, ci spiega il rischio di questa normativa eccezionale sulle etichettature. “I rischi sono molteplici: il soggetto allergico troverà allergeni in prodotti in cui dapprima non erano presenti. Si pensi al latte di formula per i neonati o le bevande vegetali, che spesso nascono proprio per gli allergici”.

La correzione suggerita dal MISE, inoltre, non sarebbe sempre effettuabile su ogni tipo di prodotto: gli sticker ad esempio potrebbero coprire altre informazioni utili o non essere facilmente leggibili. Ancora, la correzione a getto d’inchiostro (come di recente verificatosi col caso senape contaminante le confezioni di pasta) viene di solito apposta negli unici spazi vuoti sull’involucro, quindi, in difformità a quanto previsto dal regolamento europeo 1169/2011, troppo lontano dalle lista ingredienti ed allergeni, causando di fatto la possibilità che il consumatore, anche il più attento (poiché il consumatore allergico è avvezzo a “scansionare” qualsivoglia informazione su ogni confezione) potrebbe lasciarsi sfuggire.

“Una correzione estremamente importante perché si tratta non di semplice contaminazione ma di una vera e prioria sostituzione di prodotto – prosegue la Invernizzi – le etichette saranno ancor meno chiare, meno lineari”. Il soggetto allergico si potrà fidare sempre meno. Valeria Invernizzi, di concerto con Roberta Bartiromo, consulente etichettature per Cibo Amico, suggeriscono che stabilire un termine entro cui effettuare un adeguamento definitivo delle etichette potrebbe essere utile per evitare che alcune aziende possano continuare ad avvalersi di questa prassi di correzione posticcia in perpetuum.

Si pensi alle vendite online, in cui il consumatore non avrebbe modo di difendersi da correzioni in etichetta non riscontrabili di presenza. Bartiromo ed Invernizzi inoltre evidenziano la necessità di concordare tali modifiche sulla regolamentazione delle etichette  a livello europeo e non nazionale, essendo europea la normativa di riferimento in materia (1169/2011). Infine, la dicitura generica oli vegetali, riportante tra parentesi le 2 o 3 varietà di olio che “potrebbe” trovarsi nel prodotto in questione non consentirebbe al consumatore la certezza di sapere quale ingrediente si stia effettivamente consumando.

Anche in questo caso non è stato tutelato il soggetto allergico, che già a fatica si destreggia tra le corsie del supermercato alla ricerca di prodotti sicuri. Possibilità di scelte dunque ulteriormente ristrette e rischio esponenzialmente aumentato di avere reazioni allergiche gravi a prodotti di non chiara descrizione.

Ecco qual è il rischio.

Uno shock anafilattico in più.

Non una frittura in meno, come ha voluto minimizzare qualcuno.

Una risposta

  1. Purtroppo il potere è in mano a chi non conosce o fa finta di conoscere, i danni che subiscono le persone fragili. E non mi riferisco solo al rischio shock anafilattico ma al continuo impatto psicologico che subiscono le persone allergiche e familiari. Dovrebbe dominare sempre il buon senso nelle scelte che vengono dettate e non limitarci a scelte politiche/ economiche.

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