L’uccisione di Suleimani: facciamo chiarezza

di Salvatore D’Apote

L’uccisione di Suleimani: facciamo chiarezza

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L’uccisione di Suleimani: facciamo chiarezza

di Salvatore D’Apote
5 minuti di lettura

Quello dell’Iran è uno scacchiere multidimensionale. L’America ha forze in Iraq e in Siria, oltre a una presenza militare in tutto il Golfo: in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman. L’amministrazione Trump dovrà comprendere l’intera complessità del conflitto che si è appena intensificato, riunire e utilizzare un grande gruppo di specialisti dell’area, lavorare a stretto contatto con gli alleati e, soprattutto, impegnarsi a portare a termine quella che è già stata una guerra molto lunga. Ma, come è noto, non sono questi gli attributi che – apparentemente – hanno caratterizzato la presidenza di Trump fino ad oggi.

Ciò che appare chiaro, comunque, è quanto segue: l’uccisione di Suleimani è un grande salto in una direzione incerta. La posizione del generale Suleimani è da tempo nota sia ai servizi segreti americani che a quelli di altri paesi, e i presidenti George W. Bush e Barack Obama non avevano osato compiere un tale gesto per paura di scatenare un conflitto più grande con l’Iran e destabilizzare ulteriormente una regione cronicamente vacillante.

Assassinare il generale Suleimani, inoltre, non è stato lo stesso che dare la caccia a Osama bin Laden o Abu Bakr al-Baghdadi, rispettivamente i leader di Al Qaeda e dello Stato islamico, entrambi terroristi che non hanno risposto a nessun governo. Il generale Suleimani era un alto funzionario della Repubblica Islamica dell’Iran, e prenderlo apertamente di mira è stata una brusca escalation nel conflitto tra Stati Uniti e Iran. Tutto ciò proviene paradossalmente da un presidente che in precedenza aveva dimostrato una forte avversione al coinvolgimento americano in Medio Oriente, disprezzo per l’intelligence della regione e occasionale riluttanza a ordinare l’uso della forza militare.

Questa escalation americana è particolarmente aggressiva, se non addirittura impulsiva, dopo l’esitazione dell’amministrazione a rispondere a una serie di precedenti provocazioni iraniane, tra cui un attacco agli impianti petroliferi sauditi.

In attesa del processo al Senato per l’impeachment da parte della Camera dei Rappresentanti, l’ordine del presidente di procedere all’assassinio ha sollevato domande sconcertanti sul suo movente. Domande simili sono state sollevate solo nel 1998, quando il presidente Bill Clinton ordinò un’importante campagna di bombardamenti sull’Iraq, nota come Operazione Desert Fox, mentre il Congresso stava tenendo le udienze per l’impeachment.

Nel clima fortemente di parte di Washington, la maggior parte dei repubblicani si è mobilitata a sostegno di Trump, mentre i democratici chiedono di conoscere quale minaccia imminente l’attacco avrebbe dovuto evitare.

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha riferito alla CNN che la decisione del presidente Trump di “rimuovere” il generale Suleimani ha anticipato una “grande azione” che l’Iran stava “architettando” per mettere a rischio la vita degli americani. Ma né Pompeo né il Pentagono hanno offerto dettagli sulla minaccia, o su come la morte del generale Suleimani avrebbe risolto il problema.

Al contrario, l’uccisione di un generale vicino al leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, molto popolare tra gli iraniani, ha scatenato una violenta e immensa protesta.

Una protesta di un’entità tale che richiederebbe una rappresaglia americana, rischiando una guerra a tutto campo con enormi conseguenze per il Medio Oriente e oltre. I prezzi del petrolio sono già aumentati; ogni possibilità di un nuovo accordo nucleare con l’Iran verrebbe eliminata; Israele, guidata da un primo ministro, Benjamin Netanyahu, in seri guai politici, proprio come il signor Trump, e potenzialmente alla ricerca di un diversivo, potrebbe essere tentato di farsi coinvolgere; l’Iraq, attualmente senza un governo solido, potrebbe diventare di nuovo un campo di battaglia tra le forze americane e le milizie filo-iraniane.

Ma, quindi, perché gli Stati Uniti hanno ucciso il generale Suleimani? L’attacco dimostra che l’America non ha una vera e propria strategia in Medio Oriente; quello che abbiamo è un mosaico di dottrine rimaste dalla Guerra Fredda, non corrispondente alla realtà attuale.

Gli Stati Uniti hanno avuto in effetti solo due grandi strategie. La prima è stata la “Grande Regola” di George Washington, che ha evitato le alleanze militari per 150 anni – la Dottrina Monroe, che avvertiva l’Europa di stare fuori dall’emisfero occidentale, ne è stato infatti un importante corollario. All’epoca, era possibile sedersi al sicuro separati dal resto del mondo da due oceani e l’America non aveva motivo di spendere risorse per le dubbie lotte degli altri Paesi, a meno che non venissero attaccati in maniera chiara e diretta.

La seconda grande strategia è stata la Dottrina Truman, adottata nel 1947 su sollecitazione dei paesi europei bombardati che temevano di essere conquistati dall’Unione Sovietica. In base a questa politica, gli Stati Uniti si sono assunti la responsabilità primaria della sicurezza militare di un numero sempre crescente di alleati per controllare l’espansione sovietica e lo sviluppo dei mercati per le esportazioni americane.

La Dottrina Truman, inserita in un quadro multilaterale guidato dall’America, ha avuto successo per decenni. Ha radicato le nuove regole delle Nazioni Unite, rendendo il conflitto armato tra le nazioni eccezionale.

Quando guerra fredda finì, molti degli alleati dell’America disponevano di ampie risorse per disporre la propria difesa, ma non ne vedevano la necessità. Gli ex nemici ora capivano che il commercio li avvantaggiava più della conquista. E l’America, abituata a fare l’egemone, non si era mai fermata a chiedersi se il suo ruolo sarebbe dovuto cambiare.

Invece di dichiarare finita l’emergenza della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno ampliato la loro missione rispondendo alle crisi sia all’interno dei Paesi che tra i Paesi, credendo che la preminenza globale servisse ai loro interessi. Gli alleati continuarono a contribuire con denaro e a volte con i soldati a sforzi congiunti, ma la loro volontà di combattere diminuì costantemente.

Durante le ultime elezioni presidenziali, Donald Trump ha promesso di ridefinire la strategia della nazione. Ha fatto risorgere lo slogan “America First”, che ha fatto eco alla riaffermazione della Grande Regola di Washington: “Noi non andiamo all’estero in cerca di nemici”.

E’ che chiaro che il presidente Trump, ai fatti, non si sia attenuto al suo piano, né abbia sviluppato la buona volontà politica necessaria per realizzarlo.

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