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È da quando sono piccola che sono soggetta alla maledizione del nome sbagliato. Sarà perché è lungo, sarà perché non è particolarmente diffuso (ma ok, di difficile c’è sempre Arcimboldo, perché sbagliare proprio il mio?).
È da quando Suor Anna ci teneva molto a farmi indossare il vestito da Maria nella capanna di Betlemme, con una toppa marrone sul fianco, bucato sulla manica, di color panna scaduta e di otto taglie in più perché doveva andare bene a tutti nell’arco dei cinque anni di elementari, che le mie sicurezze vacillano e non poco.
Vacillano sul nome: perchè gli altri non si ricordano di me?
Vacillano sull’aspetto fisico: perché, su tutte le foto che mia madre ha sceso in Terra e ci tiene a far vedere a tutti i miei fidanzati, io sono vestita da Maria di Nazareth e sembro piuttosto una tossica di Stazione Tiburtina?
Insomma, la mia analista conta i pianti che mi faccio da sempre su questo tema e, suo malgrado, proviamo insieme a dare una soluzione alternativa alla mia disperazione per questo senso di invisibilità e inconsistenza che gravita sul mio destino.
Non contenta la vita, poi, grazie alle aspirazioni di mia madre che mi iscrisse a danza classica nonostante io volessi scalmanarmi al corso di batteria, ci si aggiunse anche il tutù di tre taglie in meno a farmi sentire come una foca monaca strizzata nei panni di Carla Fracci e allora gli esiti dei miei drammi esistenziali erano belli che compiuti già all’età di sette anni: una piccola foca costretta in abiti di seta, che sembrava una crocchetta vestita da tacchino per il Thanksgiving Day in abiti di tulle. No, non ci siamo.
In un tema di quinta elementare, dal titolo “Chi vorresti diventare da grande?”, io scrissi che volevo diventare come Margherita Buy nel film “Maledetto il giorno che ti ho incontrato“: una nevrotica, in analisi per tutta la vita, sotto psicofarmaci, in perenne dondolamento tra chi è e chi non è. Avevo 9 anni e Suor Anna chiamò a colloquio mia madre. No, non ci siamo.
Insomma, sarà per il continuo errore di nome, per gli abiti che non erano mai giusti, per il tutù in cui non entravo a danza, per il mio voler diventare come Margherita Buy, per il fatto di sentirmi sempre ignorata dal mondo, che credo di aver sviluppato una sorta di controreazione di sopravvivenza, una sorta di superpotere a Roma Sud che mi conduce ad avere una memoria di ferro, che mi conduce a ricordare piccole minuzie, briciole di particolari su persone che ho appena conosciuto e che, per caso, anche solo per pochi minuti, hanno attraversato la mia vita.
Credo di averlo sviluppato come forma di contrappasso: se è così brutto sentirsi dimenticati, se è così brutto sentirsi chiamare con altri nomi, se è così terribile sentirsi una crocchetta ad un pranzo di lattughe eleganti, perchè dovrei io dimenticare anche il casuale passante con cui ho scambiato tre chiacchiere in croce? No, non se lo merita.
E così, da ben 33 anni, stipo nella mia mente valigie e tonnellate di nomi, di particolari, di caratteristiche di coloro che per caso ho incontrato. Li catalogo con etichette di luoghi, visi e specificità, li ripongo piegate e al comodo della mia memoria.
Ricordo che una volta, prima di un esame, chiamarono una ragazza prima di me. Riconobbi il cognome e le dissi “Ah ma tu frequentavi il corso di nuoto con Fabrizio nell’autunno del ’92 al Centro Sportivo Aventino?“. Mi disse di sì, ma con voce tremante e sguardo inquieto. Forse si immaginava che di lì a poco l’avrei tagliata a fettine, ma in realtà era solo il mio modo tenero e amichevole di dirle “Lo sai che io mi ricordo di te e che non ti ho dimenticata?“. Fortunatamente mi salvò Martina, la mia amica dell’università, tentando di riconsegnare a quell’evento una forma di normalità: “Non ti preoccupare, lei è un po’ autistica con i nomi e i fatti“, disse Martina, salvandomi così dall’imbarazzo. Martina dice che sono la sua memoria vivente e ogni tanto mi chiede di ricordarle cose che lei non ricorda. A volte mi sento un hard-disk esterno, ma, di fatto, poi, mi sento bene quando me lo chiede: alla citazione di eventi passati, hangover, feste, esami, amori e vacanze, ridiamo molto. E così da hard-disk mi sento di tornare nel superpotere. Benchè lei provò a salvarmi da quella situazione scomoda in quel piccolo frammento di esame, nessuno mi salvò dalla figura della stalker psicopatica.
 
Da quando sono piccola, tento di conservare nella mia mente tutti coloro che incontro per caso, tento di pensare che, in fondo, un posto nella mente di qualcun altro ce lo meritiamo tutti. Un posto al caldo di un pensiero è quanto di più carezzevole possiamo chiedere a noi umani. E pensarsi è bello. E pensarsi rende ragione del perché siamo vivi. Forse è vero che rimaniamo in vita il tempo giusto di esserlo nella vita di qualcun altro.
 
E quindi, quando torno dalle vacanze, periodo in cui notoriamente incontro e conosco molte persone, ripenso a questa piccola stanza della mia mente, quella in cui sono conservati nomi, eventi, lavori, colori delle magliette, mani incerte, sguardi bassi e capelli ricci. Di persone incontrate per poco, di quelli che per caso sono stati nella mia vita per il tempo rapido di una sliding door. La mia tendenza ad attaccare bottone con chi sembra solo e dimenticato è forse essa stessa l’appendice di quel superpotere. Mia madre racconta sempre di avermi lasciato sotto l’ombrellone accanto ad una famiglia di sordomuti nella speranza di ritrovarmi silente e, con i piedi dondolanti, a giocare con le Polly Pocket, il tempo di un suo pacifico caffè al bar. E invece mi ritrovò a parlare con la famiglia di sordomuti, che io non ricordo cosa ci siamo detti, ma so di ricordare bene i loro nomi e i loro lavori e il fatto che, di lì a qualche anno, sono stati miei fedeli amici di ombrellone, complici di chiacchiere in qualsiasi lingua dei segni e delle risate.
 
E in questo anno, che ok ora non è Capodanno, ma come dice Marco “Settembre è tipo il Gennaio dell’estate”, in questo anno e in questo settembre, riapro la scatola di coloro che ho incontrato solo una volta.
 
E allora c’è D, ragazzo delle Marche, simpatico, garbato ed abile disegnatore, con qualcosa nel passato che non so, ma credo gli abbia fatto molto male, dentro e fuori. Capace e determinato, forte in un lavoro che porta avanti, la capacità di sopravvivenza di chi ha trascorso ciò che noi non sappiamo, qualche amore dissestato e con molte domande al futuro.
 
C’è S, amica di P, che non sa se al colloquio la prenderanno, non sa se questo periodo di merda si concluderà con un’assunzione o meno. Carina e graziosa, con le mani senza anelli e i sospiri di chi non sa ancora in quale vita stare.
 
C’è G, paracadutista dell’Esercito, sospeso tra i suoi 9 mesi in Libia e 3 a casa, sospeso su una vita trascorsa ad esistenze alterne, con i desideri di un ragazzo normale e la vita in costante dubbio, con i pensieri al domani senza che esista mai un oggi.
 
C’è M, fidanzata di L, che ha aperto un ristorante da poco. La grazia di una ballerina leggera e gli occhi di chi è contento. Un lavoro parallelo con gli immigrati e un matrimonio che aspetta con amore, una famiglia da crescere e un passato da ricordare con freschezza.
 
C’è A, giocatore di football americano “che non è il rugby”, entrato da poco nei suoi trent’anni, che conserva il suo passato nei suoi tatuaggi, che sente il valore del legame con i suoi amici, che si veste del sorriso di chi padroneggia l’educazione e la gentilezza con sorprendente delicatezza.
 
C’è F, cugina di N, madre da poco e zia da ancor meno, con le gambe intrecciate nei suoi quesiti da mamma in crescita ed un bambino a cui dedicarsi, con il cuore di una fresca novità e il fervore di un nuovo ruolo.
 
C’è G, settantenne americano, con la moglie designer di Santa Monica, biondona di 30 anni di meno, simpatico vecchietto dall’italiano zoppicante e dall’inglese californiano, che trascorre con me e la biondona il tempo di un bagno al mare a parlare di case dei vip statunitensi.
 
Ecco, a loro e a tutti gli altri di questo anno, va la dedica di questo racconto.
A tutti coloro che abbiamo incontrato una sola volta nella vita e a cui è dedicata una stanza nella nostra mente.
 
Che, certo, ne esiste un’altra, poi, abitata da tutti gli affetti di sempre. E la loro è grande, riscaldata e innaffiata delle mie più grandi felicità. Ma essi beneficiano del fatto che per me è impossibile dimenticarli, non foss’altro che a loro devo la mia sopravvivenza fisica e psichica quotidiana, a loro devo il senso dei miei giorni. E allora non me ne abbiate, non sentiate che il vostro spazio è rubato dagli altri. Sentiate che il vostro è uno spazio unico e prezioso, è il mio tesoro dell’amore.
Se dovessi rinascere, rinascerei con voi.
E questo già mi basta per desiderare di rivivere una seconda vita.
A cui non credo, ma se mi promettete di ritrovarvi, allora ci credo ancora di più.
 
Ma oggi, e in uno spazio eterno di questi vocaboli e di queste parole, va il pensiero a coloro che abbiamo incontrato solo una volta nella vita.
A tutti coloro che abbiamo incontrato una sola volta nella vita e a cui è dedicata una stanza nella nostra mente.
A tutti coloro che sono sicuri di essere stati dimenticati, a coloro che pensano di non essere pensati, a tutti quelli che non si sentono mai importanti, a tutti quelli che di fatto non si sono mai sentiti importanti.
Questo racconto non va soltanto a loro.
Questo racconto, forse e in realtà, parla di noi stessi.
Parla di tutti noi.
Che spesso ci sentiamo meno importanti di altri e meno visti di chi abbiamo intorno.
Che spesso ci sentiamo i quartultimi della fila e gli anonimi della lista.
Questo racconto, forse e in realtà, parla di noi stessi.
Che a volte crediamo di essere stati dimenticati e invece no.
E invece ci accorgiamo che, anche solo per il tempo di pochi secondi, può esserci qualcosa che va aldilà della bellezza estetica e del canone di piacevolezza, quello che ci inganna e ci fa credere di poter essere ricordati solo per ciò che siamo stati fuori.
Quello che impoverisce i veri legami umani, fatti invece di discorsi e di conoscenza, fatti di affetto e di ascolto, fatti di quel qualcosa in più che ci rende interessati alle vite degli altri.
E allora sì.
Questo racconto va a noi e a tutti quelli che abbiamo incontrato solo una volta.
A noi che abbiamo spesso pensato di essere stati dimenticati.
E invece no.
A noi che abbiamo spesso pensato di essere stati dimenticati.
Sappiate che ci si ricorda molto di più di quel che riteniamo.
Ci si ricorda molto più spesso di quello che abbiamo sempre sostenuto.
 
Insomma, a noi che abbiamo spesso pensato di essere stati dimenticati.
Sappiate che non è così.
di Cara Futura Rigby, all rights reserved
Per tutti quelli che ho incontrato solo una volta. ultima modifica: 2017-09-04T07:04:48+00:00 da Cara Futura Rigby
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A proposito dell'autore

Nell’83 entra nella popolazione mondiale e a 8 anni compare sulla copertina di un CD di Michele Zarrillo: in entrambi i casi non fu lei a decidere. In un tema, a 9 anni, scrisse che da grande sarebbe voluta diventare come Margherita Buy. Si commuove alla velocità di uno starnuto e, a seconda dei periodi, la sua composizione chimica varia nei valori di stress e gin. Dice di sé di essere carina quando indossa il blu e l'odore del mare.

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