TRUMBO DI JAY ROACH

di Fabrizio Lucati

TRUMBO DI JAY ROACH

di Fabrizio Lucati

TRUMBO DI JAY ROACH

di Fabrizio Lucati
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Hollywood, fine anni ’40. Dalton Trumbo è lo sceneggiatore più pagato e apprezzato di Hollywood, per trasposizione del mondo. La sua fede all’ideologia comunista però non va d’accordo con il la caccia alle streghe anti sovietica degli Stati Uniti degli anni ’50. Complice la “House Committee on Un-American Activities” guidata da John Wayne viene messo nella black list di Hollywood. In seguito, causa il rifiuto di rispondere solamente si o no ad una interrogazione del senato, viene condannato ad 11 mesi di prigione. Uscito, si rimette a scrivere sotto falso nome.

I biopic non sono mai film facili. Il rischio fiction di RaiUno di mezza stagione è altissimo. Di solito si abusa di una formula classica per lo svolgimento della storia: intro poco prima della morte, flashback veloce che racconta l’infanzia e la giovinezza, poi il lungo capitolo in cui il protagonista diventa immortale, tutto con toni sempre molto dramamtici. Jay Roach non è tipico del genere, il suo curriculum è fatto di commedie sbilanciate sul demenziale, come la trilogia parodistica degli spy movies di “Austin Powers” oppure i brillanti “The Campaing”, “Dinner for Schmucks” e i due primi scontro tra Stiller e De Niro nei “Meet the Parents” e “Meet the Fockers”, ignora la formula classica e grazie anche alla buona sceneggiatura firmata da John McNamara, confeziona una commedia che parla di uno scrittore di commedie, che affronta una situazione drammatica nella stessa maniera con cui scrive dialogo: con ironia e brillantezza.

Altro punto fondamentale di un biopic è l’attore protagonista, anche questo punto è ben coperto da quel genio di Brian Cranston. Ho conosciuto quest’attore 11 anni fa, era pomeriggio e su Italia 1 veniva messo in onda per la prima volta Malcom in the Middle. Interpretava Al, il padre, infantile e irresponsabile, ma dedito al mantenimento di un famiglia americana della middle class degli anni 2000. Il telefilm è tutt’ora uno dei più divertenti e realistici esempi di trasposizione di una famiglia su pellicola. Viene consacrato al grande pubblico da un’altra serie tv: l’innarivabile “Breaking Bad” di Vince Gilligan. 4 Emmy vinti in 6 anni. 62 episodi, portare in scena la trasformazione di un mite professore di liceo in uno zar del crimine. La sua è una interpretazione azzeccata. Non è in linea con il personaggio che interpreta ma è in linea con il la storia e con il tono con cui la storia è raccontata. Il Trumbo di Cranston è felice di scrivere. Non ha i l blocco dello scrittore. Non è tormentato. Nonostante quello che gli succede, le lotte che porta avanti, i danni collaterali che causa è sempre felice di scrivere. Non c’è dramma nel suo percorso, ha delle reazioni estreme e scontri frequenti con chi gli sta accanto, primi fra tutti i suoi familiari, ma è sempre sereno. Cranston non lavora sulla persona di Trumbo, lavora sul personaggio di Trumbo, non porta in scena Il vero Dalton, ma quello che meglio lo rappresenta i suoi lavori, fatti di follia, ironia, intelligenza.

In Italia il film è stato distribuito in sole 54 copie. Le grandi catene cinematografiche lo hanno snobbato. Se riuscite andate a vedere la storia di chi ha lottato per quello in cui credeva come credeva senza spettacolarizzare mai troppo.

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