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La tribù dei Kayan, i Paduang (che tradotto dalla lingua birmana significa ”lungo collo”), è un’etnia del popolo dei Karen, una minoranza tibeto-birmana.

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Le donne Paduang vengono comunemente chiamate “Donne Giraffa”. La lunghezza innaturale del collo risulta dalla tradizione di indossare collari di ottone fin da bambine: aggiungendone uno ogni anno, fino ad un massimo di dieci chilogrammi, le clavicole cedono al peso dei collari, così da far apparire il collo più lungo.

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Ancestrali leggende narrano lo spostamento del popolo Paduang che, assieme ad altre tribù, migrò dalla Cina alla Birmania. Le guerre e le oppressioni esercitate dal regime militare birmano, spinsero i Paduang a cercare rifugio nel vicino territorio Thailandese: qui tuttavia, isolati in aree specifiche, finirono con l’essere relegati in uno stato di “semi prigionia”.

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Le tribù delle “donne giraffa” sono negli anni divenute una forte attrazione turistica, i cui introiti risultano essere la loro unica fonte di sostentamento: il governo thailandese non concede loro alcuna possibilità di acquisire lo stato di rifugiati o di cittadinanza, per cui il popolo risulta apolide, senza alcuna possibilità di lavorare nel territorio thailandese, di uscirne e di farne parte.

Non è solo il legame con le proprie tradizioni a spingere le donne giraffa a continuare ad indossare i collari di metallo, ma un vero e proprio bisogno di sopravvivenza.

I villaggi sono organizzati come un grande mercato. In ogni abitazione vengono allestite bancarelle in cui si vendono stoffe e manufatti artigianali. Al prezzo d’ingresso di 250 bath, circa 6 euro, vengono sommati gli introiti ricavati dalla vendite. Il guadagno totale verrà poi condiviso con il governo.

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L’usanza dei collari di ottone non è ancora stata chiarita definitivamente.

Le leggende sviluppatesi attorno forniscono varie spiegazioni, come la necessità di difendere il collo dall’attacco notturno delle tigri, come simbolo di bellezza e ricchezza o come forma di controllo da parte degli uomini della tribù.

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“Indosso questi anelli perchè la tradizione del mio popolo me lo impone, cosi come il governo di cui non mi sento parte. Il mio destino e quello della mia gente è segnato da privazioni che sconvolgono il nostro presente e negano il nostro futuro. Ma i miei sogni non me li porteranno mai via, sono nascosti nel mio cuore e leggermente velati da un po’ di rabbia che traspare dal mio sguardo.”

(opinione personale del fotografo)

A seguito di denunce da parte di associazioni umanitarie, molti turisti venuti a conoscenza di questo sfruttamento decidono di non prenderne parte, boicottando cosí la visita ai villaggi.

“La consapevolezza del luogo che si sceglie di visitare ed il rispetto che egli mostra verso di esso fanno la differenza tra un turista e un viaggiatore”

– tratto dalla tesi univerisitaria della dott.sa Laura Piccoli.

 

di Alessio Petti, all rights reserved

 

Le origini, le usanze e il destino di una tribu antica: le donne Paduang ultima modifica: 2017-10-23T05:10:10+00:00 da Alessio Petti

A proposito dell'autore

Alessio Petti, da sempre innamorato dei ritmi del jazz&blues, stregato dall’arte contemporanea, rapito dalle opere di Rembrandt, Manet, Van Gogh, ispirato dalla musica di Vivaldi, De Andre’ ed Ennio Morricone, cresce e sogna di diventare un artista, ed e’ cosi che inizia a muovere i suoi primi passi verso la pittura per poi scoprire la fotografia. Il fascino di scrivere con la luce lo cattura poi definitivamente. Spinto dalla vocazione di diventare un povero e sconosciuto artista squattrinato, lascia il suo lavoro per viaggiare. A Melbourne, partecipa ad alcuni fashion photography workshops di Peter Coulson. Sogna di vedere acquistata una propria opera, anche per pochi spicci, nel mercatino degli artisti ai piedi della maestosa basilica del Sacre Cour de Paris, cosi da potersi sentire consacrato per sempre come “artista”.

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