TRESPASSING

di Rabolas

TRESPASSING

di Rabolas

TRESPASSING

di Rabolas
12 minuti di lettura

Avevo preso la metropolitana a Hampstead e cambiato a King Cross per Holborn. Ho sempre amato la metropolitana, quel dedalo di linee che si incrociano unendo zone così lontane e diverse.

A Holborn mi ero messo diligentemente in fila sulle lunghissime e ripide scale mobili, lasciadomi trasportare come un prodotto confezionato da supermercato sui nastri di una cassa.

Dalla profondità alla superficie fu un attimo. All’uscita dalla stazione fui preso a schiaffi da una sventagliata di clacson e una raffica di pioggia fredda che fece evaporare in un niente il piacevole tepore della Piccadilly Line che si era infilato sotto i vestiti.

Girai in Southampton Row. Mi tirai in testa il cappuccio della giacca e di corsa raggiunsi il Freestate, pieno di gente come al solito; ma almeno il caffè era decente. Trovai un posticino per sedermi a un tavolo condiviso – i soliti sconosciuti – mentre con la tazza del cappuccino tra le mani tentavo di scaldarmi. Guardando fuori dalla finestra, attraverso i vetri gocciolanti, cercavo di intuire se quelle ombre che vedevo scivolare lungo la strada erano figure eleganti e slanciate…

Sbirciai per dare un’occhiata a cosa stava leggendo il mio enigmatico vicino.

Questo Andrèj Semënovič era un tipo cachettico e scrofoloso, di bassa statura…

Poteva essere lui Youliveyouburn? così assorto nella lettura? Non osavo chiedere e mi trovai a fissare quel che rimaneva della schiuma del mio cappuccino come un koala che riflette sui suoi peccati, i suoi trionfi e l’inevitabilità del suo destino.

Fu allora che la vidi entrare, piuttosto esile e minuscola, come se venisse scaraventata dentro da un’incontenibile bufera di neve, da un vento fortissimo che spalanca la porta e la richiude di scatto con un colpo secco alle spalle. Mi sembrava persino di vederli due fiocchetti di neve galleggiare nell’aria, il segno di questa tormenta improvvisa, mentre lei, avvolta in una sciarpa colorata, si soffiava le mani per scaldarsi.

Quando la vidi parlare ai ragazzi del bancone e poi venire verso di me non le staccai più gli occhi di dosso. Dovevo guardarla con l’aria stralunata quando mi indicò un tavolino che nel frattempo si era liberato. Che fosse lei il Youliveyouburn con cui avevo chattato? Non avevo minimamente messo in conto che potesse trattarsi di una ragazza.

Appena seduti uno di fronte all’altra mi sembrò di avvertire una leggera fragranza di vaniglia.

“Questa notte all’una. Ci vediamo davanti alla stazione di Chancery Lane” mi disse con il suo inglese molto rapido e molto stretto.

“Cosa devo portare?”

“Una macchina fotografica, lo smartphone. Quello che ti pare. Nulla in particolare”.

Avrei voluto sapere qualcosa di più.

“Vedrai, sarà divertente” mi disse ancora mentre si alzava. Feci di sì con la testa.

Ci fantasticai un po’, dopo che se ne fu andata, tra i rumori del caffè, le facce dei clienti e le silhouttes di Southampton Row.

Presi l’ultimo autobus da Hampstead, a mezzanotte e mezza. Quaranta minuti dopo ero davanti alla stazione di Chancery Lane, che aveva già chiuso i battenti. Anche il  McDonald si stava arrendendo all’ora notturna.

Un povero diavolo buttato in un angolo sopra un cartone e sotto una coperta era la mia unica compagnia. Ci passavo davanti, mi allontanavo, poi tornavo indietro e ancora davanti, come un soldato di ronda, gli facevo da guardia, per non sentire troppo freddo. E intanto mi davo dello stupido per quei dieci minuti di ritardo.

Improvvisamente mi sentii prendere sotto il braccio. Il suo profumo di vaniglia. No, non si perde mai un appuntamento per dieci banali, stupidi minuti.

Mi voltai.

“Furnival Street” mi disse “ti porto al vecchio Kingsway Telephone Exchange”.

Svoltammo in Furnival Street dopo pochi metri. Dall’altro lato della strada, dietro una palizzata, c’era un edificio di cinque, sei piani con impalcature a casaccio disposte lungo la facciata.

“È questo il posto?” le chiesi bisbigliando nel silenzio della notte.

“Merda!” mi rispose.

“Che c’è?”

Mi indicò un taxi parcheggiato al fondo della strada con la luce di servizio accesa.

“Forse sta aspettando qualcuno”.

“Speriamo se ne vada in fretta”.

Alle due stavamo ancora bighellonando tra le ombre di Furnival Street aspettando che il taxi ripartisse. I respiri si arricciavano sopra i nostri nasi nel freddo della notte e io non sapevo più cosa fare per scaldarmi le mani. Finalmente vedemmo i fanali del cab accendersi. Mentre il taxi ci passava accanto ci appiattimmo contro un portone.

Quando finalmente la strada fu vuota, Youliveyouburn mi prese di nuovo sotto braccio. Camminavamo come una coppietta che cerca un posto dove andare dopo aver bevuto. Ci spostammo sul lato della palizzata, proprio all’altezza di un cartello col divieto NO TRESPASSING. Lei si alzò in punta di piedi per arrivare al mio orecchio e sussurrarmi cosa fare.

Superata la telecamera a circuito chiuso che mi aveva indicato, mi accovacciai, incrociai le mani, Youliveyouburn ci mise un piede sopra e io la spinsi oltre la barriera.

Mi guardai attorno. Mi sentivo un perfetto idiota: ero solo in Furnival Street, erano le due di notte e stavo congelando. Poi vidi sbucare la sua testa da una porticina di emergenza. Le corsi incontro ed entrai anch’io nella zona proibita.

“E ora?”

“Seguimi” disse.

Con una sbarra di ferro che aveva trovato nel cantiere mi fece sollevare il coperchio di un tombino. Scendemmo per una cinquantina di metri lungo una specie di gabbia metallica in quella che evidentemente era una botola di accesso e sbucammo in una serie di gallerie che avevano il rassicurante odore di ciò che è abbandonato.

“Hai paura?” mi chiese Youliveyouburn

“Ha l’aria di essere un posto inquietante” risposi dopo un piccolo momento di riflessione e con un po’ di fatica, per il volto mezzo congelato.

Rise. Era coraggiosa a portarsi appresso uno sconosciuto come me in un posto così.

“Hai notato?” mi chiese tagliando corto su qualcosa che volevo aggiungere.

“Cosa?”

“È illuminato”.

Era così normale nella sua abnormità che non ci avevo fatto caso: sarebbe stato più naturale se ci fossimo trovati al buio. Mi accorsi anche che, in pieno inverno, c’era una temperatura gradevole in quel bizzarro mondo sotterraneo. Se l’avesse saputo quel povero cristo accampato davanti a Chancery Lane, e tutti quei poveracci là fuori a mendicare un rifugio. Due cose normali in un posto così davano il senso di una lugubre stramberia in un mondo a rovescio.

Come in uno di quei videogames apocalittici, ci trovammo di fronte a tre tunnel. Solo alla fine capimmo che non era realmente importante in quale dei tre ci saremmo infilati: al fondo erano collegati tra loro.

Percorremmo di corsa un tratto di quello centrale, fino a che ci sentimmo ragionevolmente sicuri di essere soli e avere tutta la notte per esplorare quegli spazi. Trovammo un ambiente con delle poltroncine che probabilmente serviva da bar, le cucine, il centralino telefonico, una struttura medica di pronto soccorso, i pannelli di controllo elettrici. Metri e metri di tunnel, impianti di ventilazione, tubi, cavi ad alto voltaggio. Tutto in ordine, tutto come se qualcosa di improvviso fosse accaduto, qualcosa di talmente grave da aver costretto l’evacuazione immediata del personale. Avevo la mia esperienza di film di fantascienza.

“Che storia ha questo posto?” chiesi a Youliveyouburn.

“È stato costruito inizialmente come rifugio anti bombardamento negli anni ’40 ma è diventato subito un centro dell’MI-5”.

“Wow” fu il mio commento parco di parole.

“Negli anni ‘60 è stato trasformato in una centrale telefonica ma il posto è sempre stato mantenuto segreto perché qui era collegata la linea del Cabinet Office e il red telephone”.

“Accidenti”.

“L’hanno chiuso negli anni ‘80”.

“Perché?” chiesi.

Youliveyouburn scosse la testa.

“È cambiato il mondo, i sistemi di comunicazione”.

E a chi mai poteva toccare il maniacale lavoro di cambiare le lampadine in questa sotterranea, dismessa Centrale Telefonica di un tempo? Neanche Youliveyouburn lo sapeva.

Alla fine del giro mi sedetti per terra, stanco. Iniziavo ad avvertire l’esistenza della città anche in profondità, come se fosse una dimensione nuova. Tubi, cavi, tunnel, rotaie che non compaiono su nessuna mappa. Non potevo fare a meno di pensare alle migliaia di persone che tutti i giorni percorrevano le strade sopra di noi, guardandosi attorno, senza minimamente pensare a questa realtà sotterranea.

Guardavo Youliveyouburn armeggiare con una macchina fotografica professionale.

“Cosa fai?” domandai.

“Foto in HDR”.

“Cos’è?”

“Faccio lo stesso scatto a diversi livelli di esposizione. Poi li sovrappongo e ottengo un’immagine spettrale”.

Mi guardai un po’ attorno e poi dissi: “La cosa spettrale di questo posto è di essere in ordine e sembrare perfettamente funzionante”.

“È il genere di impressione che tento di dare alle mie immagini. Abbiamo un sito su cui documentiamo le nostre esplorazioni”.

D’istinto con il mio smartphone le feci una foto mentre lei lavorava ai suoi scatti.

“I patti sono chiari. La foto è solo per te”.

“Un mio personale ricordo”.

Le chiesi: “Perché lo fai?”

Per la prima volta Youliveyouburn mi fissò come se non si fosse aspettata la domanda.

“Intendo, perché ti piace fare questo genere di cose, venire in questi posti?”

“Perché quelli come te ci possano scrivere una tesi”.

Dal modo in cui la fissavo in silenzio intuì che la risposta non mi accontentava. Si sentì in dovere di cercare delle parole più adatte.

“Perché ho amici che lo fanno, è divertente”.

Alzai le sopracciglia un po’ deluso.

 “Non siamo delinquenti. Non tocchiamo e non roviniamo nulla”.

Poi continuò.

“Quando cammino per strada mi accorgo subito se c’è qualcosa di strano, il segno di un ingresso nascosto, una porta che non dovrebbe esserci e che deve condurre da qualche parte. Inizio a chiedermi cos’è quel luogo nascosto. Magari è una vecchia stazione della metro, o un posto come questo o un teatro abbandonato. Entrarci è una questione di libertà”.

Non capivo se voleva convincermi che era un punto di vista sbagliato considerare illegale venire qui sotto.

“Questo puoi scriverlo. Non è il gusto di infrangere divieti, ma è la libertà di camminare ovunque, di conoscere per davvero la città, di essere curiosi e poter scegliere di andare anche dove non c’è una strada segnalata”.

Mentre la ascoltavo non potevo fare a meno di pensare che trovare una via verso ciò che è nascosto era come trovare una strada verso un’idea. E io non sapevo ancora come usare questo materiale senza avere grane.

 “Mi hai già etichettata in qualche definizione sociologica?” mi chiese.

Percorremmo fino in fondo uno dei tunnel che proseguiva in una galleria più piccola, una specie di corridoio che terminava dentro un vano dove c’era un elevatore. Probabilmente serviva a trasportare merci.

“Secondo te funziona quest’affare?” chiesi.

L’elevatore funzionava. Sbucammo attraverso una porticina in un ambiente molto più illuminato che aveva l’aspetto di una stazione della metropolitana.

“Siamo dentro Chancery Lane” mi sussurrò Youliveyouburn puntando il dito alla mia sinistra dov’era scritto il nome della stazione.

“E adesso?” le chiesi anch’io con un filo di voce.

“Usciamo” mormorò pianissimo e calmissima, come se fosse una cosa da niente.

“E da dove?” continuai a bisbigliare come se fossi un fantasma.

“Dall’uscita di emergenza” disse senza più sussurrare indicandomi l’omino verde che inseguiva una freccia bianca.

Non ebbi il tempo di fiatare che la vidi scattare, aprire la porta e poi sparire nel nulla. Le corsi dietro e la trovai distesa per terra su quel povero diavolo che dormiva lì fuori. Riuscii a evitare per un pelo di finire anch’io lungo e disteso. Aiutai Youlive a rialzarsi e corremmo via lasciando imprecare quel povero cristo per l’uragano che gli aveva squassato i sogni. Ci fermammo solo dopo aver girato su Gray’s Inn Road.

“Se ci hanno visto penseranno che abbiamo messo una bomba nella metro” rideva tirando il fiato.

Anche se era ancora buio, le strade iniziavano a riempirsi: i camioncini per la raccolta dei rifiuti, i furgoni che scaricavano davanti ai negozi.

 “Allora ciao” mi disse Youliveyouburn guardandomi dritta negli occhi e allontanandosi da me mentre un autobus accostava alla fermata.

“Come ti chiami?” mi venne da chiederle come se fossimo al primo appuntamento.

“Mir…” è l’unica sillaba che riuscii a percepire mentre il resto del nome sfrecciava nel rombo di una moticicletta che in quell’istante fulminava Gray’s Inn Road e lei saltava sul bus come un acrobata del circo.

Guardai il diciassette allontanarsi con un po’ di nostalgia, prima di tornare indietro verso Holborn, verso la metropolitana. Mi ero tirato in testa il cappuccio della giacca e avevo allungato il passo davanti alle vetrine della University Arts, sperando che la notte mi lasciasse in fretta alle sue spalle.

La stazione di Holborn era tranquilla – nessun allarme aveva bloccato i treni del mattino. Come sempre sono sceso a King Cross per cambiare con la Northern Line, direzione Hampstead.

Iniziavo a sentire la stanchezza della notte passata in bianco quando ho dato un’occhiata all’orologio. Solo allora ho realizzato che avevamo camminato, corso e scattato fotografie per quasi quattro ore in quel posto pazzesco.

I tavolini deserti dello Starbucks mi sono sembrati una buona idea per qualcosa di caldo e per fare un bilancio. Davanti a un cartone riempito di capuccino ho guardato le foto, con occhi pesanti; mi sono segnato l’appunto di cercare la storia del Kingsway Telephone Exchange mentre mi bevevo la schiuma e ho cercato di indovinare, nel fondo del cappuccino rimasto, il nome vero di Youliveyouburn: Miranda? Mirella?

Quando ho alzato lo sguardo ho avuto come l’impressione di vedere nascere, qui sottoterra, il nuovo giorno: la gente andare al lavoro, per lo più operai, con la faccia assonnata e una copia di giornale in mano, qualcuno in giacca e cravatta, pochi gli irregolari come me che non sapresti dire che fanno. Ho sempre amato l’intreccio di incontri che si avvista qui sotto a 30 metri dal livello stradale.

Mentre salto sulla metro sono l’unica anima a bordo della carrozza, forse di tutto il treno.

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