Trattativa tra Hamas e Israele scongiura "Pillar of Cloud": quanto durerà?

di Lilith

Trattativa tra Hamas e Israele scongiura "Pillar of Cloud": quanto durerà?

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Trattativa tra Hamas e Israele scongiura "Pillar of Cloud": quanto durerà?

di Lilith
4 minuti di lettura

Per più di una settimana, tra Gaza e Gerusalemme si è profilato ancora una volta lo spettro del genocidio.

Dopo otto giorni di morte, è stato ieri raggiunto, con una rilevante influenza egiziana, un accordo per il cessate il fuoco, poi annunciato al Cairo dal Ministro degli Esteri egiziano Kamel Amr, durante una conferenza stampa congiunta con il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton.

Tre i punti fondamentali del patto:

– l’interruzione di ogni forma di attacco aereo, terrestre o marittimo di Israele contro Gaza;

– la cessazione dei lanci di razzi e delle offensive sulla linea di confine da parte palestinese;

– la questione dei valichi, la cui apertura potrebbe interessare quelli compresi tra la Srtiscia di Gaza e l’Egitto e i punti a ridosso di Israele.

Nonostante la solidità ancora incerta della tregua, l’azione congiunta della Clinton e di Mohammed Morsi, Presidente egiziano, ha posto un freno all’escalation di sangue registrata negli ultimi giorni, soprattutto in territorio palestinese (146 morti palestinesi di cui 30 bambini).

Lo scorso 14 Novembre le Forze Armate Israeliane, a seguito del crescente numero di missili provenienti dai territori della Striscia, danno inizio all’operazione “Colonna di Nuvola”.

Il primo atto è l’omicidio mirato del capo militare di Hamas, Ahamad al-Ja’bari, operato tramite attacco aereo.

Da quel momento Israele, avvalendosi del “diritto di difesa”, bombarda incessantemente la Striscia di Gaza, il posto che più di ogni altro al mondo merita la definizione di prigione a cielo aperto. Una prigione i cui condannati stanno espiando da anni un conflitto fatto di orrore indiscriminato.

Dal 1948 le vite di migliaia di palestinesi (attualmente si contano 1.700.000 abitanti) , sono compresse in un lembo di terra lungo 41 Km, soffocato da un groviglio di edifici e circondato da un mare inquinato di fogne, che percorrono i campi profughi e si riversano senza filtri nel Mediterraneo.

La sovrappopolazione è il male minore per Gaza, tanto quanto la minaccia di attentati lo è per Tel Aviv. Il cancro di questa terra è fatto di esasperazione e rabbia che, da decenni, si sostanziano in un interminato furto di vite e di futuro.

La reciprocità della violenza è un dato innegabile, così come è altrettanto innegabile la disparità di contesto. D’altronde i palestinesi sono sprovvisti di una Marina Militare, di un’Aviazione e di un Esercito.

Un altro dato certo riguarda l’incoerenza della comunità internazionale, ciclicamente schierata ad appoggiare una o l’altra parte, spesso dietro interessi che purtroppo hanno poco a che fare con la tutela dei diritti umani, derivando piuttosto da obiettivi di profitto in termini di influenza politica.

Grazie alla pressione dell’Egitto, la tregua, che inizialmente sembrava l’ultima delle ipotesi (si ricordino a tal proposito le prime dichiarazioni di Eli Yishal, Ministro degli Interni israeliano: “Il nostro obiettivo è riportare Gaza indietro al Medioevo. Solo a quel punto Israele se ne starà tranquilla per quarant’anni.”), è stata per ora siglata. Per quanto sarà mantenuta? E chi possiamo considerare predominante in termini di pressione politica?

Secondo Yossi Bar, giornalista della Radio Pubblica Israeliana, il grande vincitore del “round” sarebbe proprio Hamas, uscita rafforzata in termini di credibilità  istituzionale. E’ stato infatti Morsi, da subito dichiarato sostenitore del “Movimento Islamico di Resistenza”, a farsi garante della negoziazione.

Certo, la ricostruzione delle macerie di questi due popoli parte dalla politica, ma, a nostro parere, in una fase ancora delicata e incerta, è obbligo primario tenere alta l’attenzione sulla questione dei diritti umani.

Lo facciamo attraverso Vittorio Arrigoni, reporter, scrittore e attivista, morto a Gaza il 15 Aprile 2011, le cui parole esprimono, con un’atroce metafora, il significato della dannazione di un conflitto perenne:

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”

A cura di Lilith Fiorillo, con la collaborazione di Andrea Lisi

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Una risposta

  1. DI SIMCHA LEVENTHAL
    Il Manifesto
    Ho servito come artigliere nella divisione M109 dell’esercito israeliano dal 2000 al 2003 e sono stato addestrato a utilizzare le armi che Israele sta usando a Gaza. So per certo che le morti di civili palestinesi non sono una sfortunata disgrazia ma una conseguenza calcolata. Le bombe che l’esercito israeliano ha usato a Gaza uccidono chiunque si trovi in un raggio di 50 metri dall’esplosione e feriscono con ogni probabilità chiunque si trovi a 200 metri. Consapevoli dell’impatto di queste armi, le gerarchie militari impediscono il loro uso, anche in combattimento, a meno di 350 metri di distanza dai propri soldati (250 metri, se questi soldati si trovano in veicoli corazzati).
    Testimonianze e fotografie da Gaza non lasciano spazio a dubbi: l’esercito israeliano ha usato in questa operazione bombe al fosforo bianco, che facevano parte dell’arsenale quando anche io servivo nell’esercito. Il diritto internazionale proibisce il loro uso in aree urbane densamente popolate a causa delle violente bruciature che provocano: la bomba esplode alcune decine di metri prima di toccare il suolo, in modo da aumentarne gli effetti, e manda 116 schegge infiammate di fosforo in un’area di più di 250 metri. Durante il nostro addestramento, i comandanti ci hanno detto di non chiamare queste armi «fosforo bianco», ma «fumo esplosivo» perché il diritto internazionale ne vietava l’uso.
    Dall’inizio dell’incursione, ho guardato le notizie con rabbia e sgomento. Sono sconvolto dal fatto che soldati del mio paese sparino artiglieria pesante su una città densamente popolata, e che usino munizioni al fosforo bianco. Forse i nostri grandi scrittori non sanno come funzionano queste armi, ma sicuramente lo sanno le nostre gerarchie militari. 1300 palestinesi sono morti dall’inizio dell’attacco e più di 5000 sono rimasti feriti. Secondo le stime più ottimiste, più della metà dei palestinesi uccisi erano civili presi tra il fuoco incrociato, e centinaia di loro erano bambini. I nostri dirigenti, consapevoli delle conseguenze della strategia di guerra da loro adottata, sostengono cinicamente che ognuna di quelle morti è stata un disgraziato incidente.
    Voglio essere chiaro: non c’è stato alcun incidente. Coloro che decidono di usare artiglieria pesante e fosforo bianco in una delle aree urbane più densamente popolate del mondo sanno perfettamente, come anche io sapevo, che molte persone innocenti sono destinate a morire. Poiché conoscevano in anticipo i prevedibili risultati della loro strategia di guerra, le morti civili a Gaza di questo mese non possono essere definite onestamente un disgraziato incidente.
    Questo mese, ho assistito all’ulteriore erosione della statura morale del mio esercito e della mia società. Una condotta morale richiede che non solo si annunci la propria volontà di non colpire i civili, ma che si adotti una strategia di combattimento conseguente. Usare artiglieria pesante e fosforo bianco in un’area urbana densamente popolata e sostenere poi che i civili sono stati uccisi per errore è oltraggioso e immorale.
    Simcha Leventhal *
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it/
    Link:http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/01/articolo/285/?
    tx_ttnews[backPid]=16&cHash=27f6759410
    22.01.2009
    * L’autore è un veterano dei corpi di artiglieria dell’esercito israeliano e membro fondatore di Breaking the Silence

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