Torno a casa a piedi. Esclusiva intervista a Cristina Donà

di Stefy Blood

Torno a casa a piedi. Esclusiva intervista a Cristina Donà

di Stefy Blood

Torno a casa a piedi. Esclusiva intervista a Cristina Donà

di Stefy Blood
5 minuti di lettura

Una delle cantautrici e musiciste italiane più creative ci racconta un po’ di sé. Una voce particolare, uno stile unico ed una presenza scenica che coinvolge. Questa è Cristina Donà.

Intervista per The Freak a cura di Stefy Blood

Possiamo dire che l’incontro con Manuel Agnelli degli Afterhours è stato il tuo trampolino di lancio. Era il 1997 e grazie a questa collaborazione usciva “TREGUA”, il tuo primo album.. Come sei cambiata tu e/o la tua musica in questi 13 anni?

Certo che si può dire. Manuel è stato fondamentale nell’ accompagnarmi dentro al mondo della musica. È stato capace di confezionare un prodotto che ha suscitato l’ interesse di tanti e di seguirmi con pazienza aiutandomi in quegli anni a trovare il giusto modo per esprimere le miei idee in musica. È una persona a cui voglio molto, molto bene e un grande artista. Un punto di riferimento importantissimo, non solo per me.

Il mio cambiamento è stato lento ma costante. Ho cercato di allontanarmi il prima possibile dall’ immagine di dark lady che si era creata con Tregua. Il mio desiderio di sempre è quello di mettere in musica ciò che ritengo interessante, ciò che sento più vicino al mio vivere del momento. Ho dato sempre più valore alla parte musicale, sia per quello che riguarda gli arrangiamenti che per le melodie. Ultimamente sto cercando anche nuovi modi di raccontare attraverso i testi. Mi piace pensare che ogni album abbia una sua caratteristica e che chi compra i miei dischi possa stupirsi sempre, magari anche in negativo.

Oggi sei in tour con Torno a casa a piedi. Quanto è importante confrontarsi con i propri fan per un artista?

È una delle componenti di questo mestiere. Il live è un’ esperienza che mi nutre di emozioni indescrivibili. Non potrei farne a meno.

Dicci qualche curiosità  riguardo ai tuoi live. Qual è stato, per esempio, il tour che ti ha entusiasmata di più?

Non è proprio possibile scegliere. Tutti. Ogni tour ha avuto i suoi alti e bassi, ma l’ entusiasmo non è mai mancato e ringrazio i musicisti che hanno lavorato con me sino ad ora per aver dato sempre il massimo. Come ringrazio Alto Music, l’agenzia che segue i miei live da qualche anno, per aver confezionato uno spettacolo meraviglioso per la primavera scorsa, con tanto di scenografia, proiezioni video e un impianto luci notevole. C’erano ben 18 tecnici al lavoro. Negli anni ho sperimentato diverse formazioni, dal solo chitarra voce ad un gruppo numeroso di musicisti, e con tutte mi sono trovata a mio agio. L’unica cosa a cui devo stare attenta è quella di non soffocare la voce dietro ad un muro di suono.

Sempre tanto amore nelle tue canzoni. È il rock che ha bisogno d’amore o viceversa?

L’amore è un sentimento universale così come il dolore, inutile dirlo. E’ qualcosa che conosciamo bene e se abbiamo la fortuna di poterlo vivere appieno ci accorgiamo di quanta energia è in grado di trasmetterci. È di questo che si parla nelle canzoni, dell’ amore come un sentimento straordinario, che prescinde dalle logiche ed anche dei suoi chiaro-scuri. È  l’essere umano che si racconta e lo fa attraverso le emozioni che lo pervadono, con la musica, la pittura, la poesia, il cinema, etc. Non finirà  mai di essere fonte d’ispirazione. Anche se il rock ha sicuramente il potere di amplificare le frequenze di un sentimento come l’amore direi che è  il rock ad aver bisogno di lui : l’ amore esiste da sempre il rock no.

In Italia c’è tanta gente che fa della buona musica, ma pochi riescono a raggiungere il meritato successo. Dipende dai gusti degli ascoltatori o dal sistema che ci pilota nelle scelte?

Le variabili sono molte soprattutto oggi che è possibile conoscere la musica anche attraverso la rete. Il rispetto verso la musica come forma d’arte, di cultura, va insegnata dalla scuola materna. A noi manca questo. Far suonare il flauto ogni tanto non basta. Non è detto che possa cambiare radicalmente lo stato delle cose ma qualcosa muterebbe, ne sono certa. Si dovrebbe scommettere di più anche sull’ esercizio all’ ascolto, operazione difficilissima nell’ epoca della distrazione (e mi ci metto dentro anch’io). Partire dagli artisti che amano i ragazzi ai quali ci si rivolge per poi andare indietro, portarli a scoprire da dove arriva quella musica, cosa c’ era prima. Il pubblico va educato, se lo si educa male.

Sei diventata mamma da poco, quanto questo evento ha modificato il tuo modo di fare musica ? 

Con l’ arrivo di un figlio si aprono nuove finestre, questo è indubbio, sia per le madri che per i padri. Per certi versi si diventa più vulnerabili: ti accorgi di osservare con un occhio diverso la realtà . Ci si ritrova anche più concreti. Sposti il tuo punto di osservazione oltre ad aggiungere un senso ai 5 che già conoscevi. Uno stravolgimento insomma.

È difficile conciliare la carriera con la maternità ?

Un’ acrobazia sia fisica che psicologica. Fare la mamma che lavora in Italia sconfina nella fantascienza per le difficoltà  che si incontrano, anche se il mio caso è un po’ anomalo. E’ una delle questioni che i nostri politici dovrebbero mettere a fuoco se si desidera far crescere questo paese e non sia solo uno stivale di pensionati.

Tramite la nostra piattaforma on line “The Freak”, cerchiamo di portare in giro un po’ di cultura.  Viviamo in un Paese dove spesso L’ARTE viene sottovaluta e basta accendere la tv per farsi un’idea. Tu sei appassionata di musica, di cinema, letteratura ecc. Cosa si può fare per colmare un po’ di lacune in quest’ ambito?

Difficile dare consigli in questo senso. Farei comunque riferimento a quello che ho detto a proposito dell’ educazione. Credo risieda là almeno il 70% del segreto per acquisire la capacità  di riconoscere il valore delle cose che ci circondano. Il senso critico è importante, ma ce lo devono insegnare. Sono in pochi ad averlo come dono. Ogni tanto penso che dovremmo tornare a concentrarci su poche cose per poterle approfondire meglio, ma poi mi rispondo che è impossibile. Gli input sono troppi. Forse tra tre o quattro generazioni l’ uomo saprà come destreggiarsi con intelligenza in questa abbondanza di stimoli.

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