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This must be the Place: Il “Rock on the Road” per un percorso alla ricerca di se stessi

 

Primo debutto nel Cinema Americano del regista italiano Paolo Sorrentino (conosciuto per eccezionali ed ispiratissimi lungometraggi quali “Il Divo” – grottesca ma allo stesso tempo elegante rappresentazione dell’eternamente discusso personaggio politico Giulio Andreotti  –  e”Le conseguenze dell’Amore” – altra formidabile interpretazione dell’eclettico e bravissimo Toni Servillo – , entrambi pluripremiati ad accolti calorosamente dalla critica italiana ed internazionale), con il laconico, nostalgico ed a tratti struggente “This must be the Place”, viaggio “on the road” per le assolate strade americane, presentato al Festival di Cannes del 2011. Sotto una emozionante colonna sonora dettata dai ritmi del musicista britannico David Byrne, Cheyenne – alias il fenomenale Premio Oscar Sean Penn -, famigerata dark-rockstar degli anni 80 che con il suo cerone bianco ed un accesissimo velo rosso dipinto sulle labbra ricorda un immagine colorata a metà tra il leader dei The Cure Robert Smith ed il mitico Ozzy Osbourne, intraprende un viaggio di “autocoscienza” che lo porterà  da Dublino negli Stati uniti d’America per andare alla ricerca di un ufficiale nazista che durante la Seconda guerra Mondiale perseguitò tantissimi ebrei, tra i quali il morente e quasi dimenticato padre di Cheyenne Ernie.

Ambientato tra una malinconica Dublino ed una sconfinata America, le cui bellezze sono esaltate dalla magistrale scenografia di Luca Bigazzi, la pellicola celebra il tema dell’assenza, filtro di rapporti umani troppo complicati e superficiali per capirne appieno la natura, e di una vita troppo lenta da risultare a dir poco esasperante. Il protagonista, Cheyenne, è una rockstar cinquantenne in pensione, che disattende completamente il tipico clichè dell’icona rock: per lui tutti i giorni trascorrono allo stesso modo, senza alcun tipo di stimolo, annoiandosi e deprimendosi tra la sua villa dublinese e il centro commerciale, ed intrattenendo rapporti fatui e vuoti con la sua fan Mary (interpretata da una giovanissima Memphis Eve Hewson – la secondogenita e fiore all’occhiello del leggendario Bono Vox , leader della Irish Band degli U2 -), l’amico latin lover Jeffrey e la moglie Jane. Quest’ultima, (abilmente interpretata da Frances McDormand – la musa ispiratrice dei fratelli Coen nonchè moglie del maggiore Joel Coen, e che ha influenzato lo stesso Sorrentino portandolo a dichiarare che se la donna non avesse accettato la parte, avrebbe pensato ad un Cheyenne vedovo o single – ), è un pompiere che riesce a completare la persona astratta e stralunata del marito con il suo essere concreta, realista e sempre sorridente anche di fronte alla depressione del compagno. La vita dell’uomo, ormai giunta ad un punto di impasse perchè non fa altro che rifuggire da quel passato di gloria che però non riesce a rinnegare, viene a dir poco rivoluzionata quando una chiamata dall’America lo avvisa che il padre vuole vederlo: quel genitore con il quale non ha più rapporti, che costituisce solo una tra le sue situazioni irrisolte, ma il cui ricordo non fa che ossessionarlo costantemente, sta morendo, e sta chiedendo un ultimo atto di amore filiale.

Ma Cheyenne è troppo spaventato alla sola idea di prendere un aereo, e raggiungendo l’America in nave, non può che arrivare inevitabilmente troppo tardi. Viaggia accompagnato da un trolley, dal quale non si separa mai, neanche in quelle scene che, in senso molto lato, possono definirsi d’azione. Non a caso ci sarà anche un singolare incontro proprio con l’inventore del trolley Robert Plath ( scenetta frutto dell’inconfondibile genio di Sorrentino). Questo viaggio, che è un vero e proprio percorso alla ricerca dell’equilibrio interiore, ben lontano dal realizzarsi nelle maschere e nel trucco che quotidianamente tengono il protagonista ancorato al suo passato di gloria distogliendolo dal presente, permetterà a Cheyenne di scoprire l’ossessione che ha perseguitato il padre quando era in vita: l’umiliazione subita da ragazzo in un campo di concentramento da un ormai novantenne criminale nazista. Cheyenne decide di posticipare il ritorno a casa per vendicare definitivamente il padre. Il tema dell’Olocausto, esaminato sotto una luce originale ed esclusiva, fa da sfondo e da collante alle vicende che si susseguono nel film. Uno Sean Penn che da il meglio di sè per aver dato vita ad un personaggio che avrebbe potuto sconfinare nella caricatura o addirittura risultare grottesco se lui non l’avesse magistralmente ancorato alla realtà, paragonato addirittura all’Edward Mani di Forbice di Johnny Depp, e un travolgente gruppo di avanguardia-pop quale i Talking Heads, che non solo sono stati gli ispiratori del titolo (tratto dalla loro famosissima canzone intitolata per l’appunto “This must be the Place” ), ma che deliziano gli spettatori con una loro coinvolgente esibizione nel film in cui interpretano se stessi.

La vita è piena di cose belle . Basta solo aprire gli occhi!” . Come dice lo stesso Cheyenne. Sembra quasi un invito al pubblico ad aprire gli occhi per scoprire questo incredibile film, proiettato al cinema dal oggi, 14 Ottobre 2011.

Articolo a cura di Giuseppe Ruggero Sabella & Giulia Zaccardelli

This must be the Place: il “Rock on the Road” per un percorso alla ricerca di se stessi ultima modifica: 2011-10-14T15:47:57+00:00 da Redazione

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