Ti ho conosciuta attraverso Instagram e vedendoti in varie foto di streetstyle. Vorrei sapere che tipo di relazione hai con questo social e cosa vuoi raccontare attraverso le tue foto? Quali sono le tue foto con più like e cosa, secondo te, spinge gli utenti di Instagram ad avere più reazioni ad una foto rispetto ad altre?

Penso che instagram sia lo strumento più adatto a raccontarsi oggi. Allo stesso tempo ho sempre pensato che non abbia senso puntare tutto su di lui, che in modo naturale farà il suo corso e si evolverà, probabilmente eclissandosi come My Space. Credo che sia importante essere presenti online, nel modo giusto, su più piattaforme ben gestite, e che i social network siano solo un mezzo per veicolare un messaggio, che nel mio caso parte dal blog, che resta lo spazio di approfondimento. Un paio d’anni fa c’era la tendenza di chiudere i propri blog a favore di una carriera basata solo su Instagram, qualcuno ha scelto di monetizzare quasi esclusivamente da questo social non re-investendo sul proprio sito, una scelta che non ho mai approvato. Non ci si può raccontare solo su una piattaforma, si rischia di diventare schiavi di alcune dinamiche che possono sfuggire al controllo, oltre che essere un po’ superficiali nello storytelling. Chi lavora quasi esclusivamente grazie a instagram è costretto ad avere un alto numero di follower e mantenerlo tale e per farlo spesso ricorre a mezzi poco corretti cedendo anche all’acquisto di like seguaci e commenti. Lavorando su progetti a medio e lungo termine, con brand di alto livello, il mio seguito di nicchia (che credo resterà tale anche quando e se avrò 100 mila follower) mi ha permesso di prendere parte a progetti importanti, proprio perché molti brand veterani del mondo digital sono stati e sono sempre più in grado di riconoscere il valore di un’influenza contenuta, ma veritiera, reattiva e realmente interessata. Probabilmente in passato i miei numeri mi hanno penalizzato su alcuni tipi di progetti, con brand votati a dinamiche legate solo al ritorno in termini di visibilità anche “falsata” dai numeri, ma a dire la verità non mi è mai interessato più di tanto, sono andata avanti per la mia strada e le collaborazioni importanti alle quali ho preso e sto prendendo parte, mi danno soddisfazione e mi permettono di guardare avanti con molta serenità.

Sei molto fotografata anche dai fotografi di streetstyle in giro per il mondo, quali pensi siano i tuoi tratti distintivi di stile e come mai piacciono cosi tanto?

Non ne ho idea! Forse quel che funziona, in generale, è restare coerenti. Ho sempre sostenuto brand emergenti accostati a brand di lusso, senza proporre uno stile preciso e ben definito, semplicemente perché mi piace sperimentare, vedermi diversa, assecondare l’emozione o il mood del momento, sentirmi bene in ciò che indosso. Se una cosa mi piace la scelgo e la interpreto, parto sempre da una base molto minimale che mi permette poi di dare risalto a un pezzo in particolare.

Cosa pensi quando ti definiscono influencer? Cosa vuol dire per te e cosa pensi voglia dire per il mondo?

Penso che il termine stia evolvendo verso una definizione diversa da quella che gli abbiamo dato fino a poco tempo fa.

Cosa fa un’influencer? Potrei parlarne per ore, ma volendo essere sintetica: l’“influencer” si racconta, influenzando le scelte di consumo di chi lo segue. Ci sono diversi gradi di influenza, fino a poco tempo fa, ripeto, contavano solo i numeri. Come mi si può definire influencer sulla base dei numeri? Influenzare 35 mila persone contro chi ne influenza decine di milioni? Adesso l’influenza si valorizza guardando all’autorevolezza del contenuto e di chi lo produce, per questo motivo le “nicchie” di influenza, quando sono autorevoli e verificabili, hanno un altissimo valore.

Ogni volta che penso a questo fenomeno, faccio sempre un esempio preciso, mi viene in mente la mia adolescenza e il liceo nei primi anni 2000, i jeans con la scritta RICH sul di dietro e la borsa in tela di PINKO con il logo in strass. Due o tre delle ragazzine più carine della scuola li comprarono per prime, avevano un bel fisico, indossavano i jeans a regola d’arte, e portavano sulla spalla quella borsa con disinvoltura, affascinavano, inconsapevoli di essere delle vere e proprie influencer. Nel giro di poche settimane avevamo tutte o quasi, la borsa di Pinko ed il Jeans di Richmond, i due negozi di Prato che li vendevano furono presi d’assalto e finirono il magazzino in poche settimane. Pensiamo a questo fenomeno, nel 2017 e ricordiamoci che Facebook e instagram sono una piazza, un liceo, un ufficio, una via, un mondo virtuale, che annulla le distanze, ma il meccanismo resta lo stesso.

Cosa vuol dire per il mondo? Che i social hanno un grandissimo potere, e che sono democratici, il rischio è che si dia una voce anche a chi incita all’odio o alla paura.

Con facebook invece che tipo di interazione hai? 

L’ho aperto nel 2008 per restare in contatto con gli amici conosciuti a NY un paio di estati prima, poi l’ho usato per esprimere opinioni, restare aggiornata sugli avvenimenti in tempo reale, conoscere nuove persone, promuovere il mio business. Ho un profilo privato che uso con parsimonia e una pagina che aggiorno quotidianamente e sulla quale mi piace fare dirette facebook che mi avvicinino ancora di più a chi mi segue. La dimensione video e live che sta prendendo piede sui social mi piace molto, mi fa sentire più vicina alle persone, mi permette di essere me stessa a 360 gradi, cosa che una sola foto, spesso, limita.

A proposito dell’essere blogger, Vogue America lo scorso settembre ha scatenato una polemica durante il post fine settimana della moda nei confronti delle blogger e influencer con l’editoriale di Sally Singer, direttore creativo digitale del sito Vogue America. Ha scritto: “blogger che cambiate outfit ogni ora: per favore smettetela. Cercatevi un altro lavoro. State proclamando la morte dello stile”. Altre giornaliste hanno supportato la posizione della Singer, come Alessandra Codihna, che ha esordito con: “cercare ispirazioni di stile tra i loro look presi e pagati nelle prime file e come andare in uno strip club alla ricerca dell’amore. Certo, è lo stesso circo, ma non è lontanamente paragonabile”. Insomma accuse pesanti mosse verso il mondo dei blogger e loro presunto “finto lavoro”.
A tutte queste accuse sono seguite varie twittate da parte di vari bloggers, ma nessuno ha dato davvero spazio in modo concreto alle opinioni del mondo influencers. Noi, da sempre Freaks, vorremmo sapere cosa ne pensi di tutta questa polemica e dare spazio alle voci di tutti i blogger partendo proprio dalla tua. Qual è la tua posizione rispetto a queste accuse? Quanto sono davvero in concorrenza i vostri blog contro gli editoriali delle riviste di settore? Credi sia giustificata questa concorrenza? O è la voce solo di qualche haters che ancora non è riuscito a darvi una collocazione specifica nel panorama moda?

Lavoro sul web dal 2010, TheStylePusher è nato come blog nel 2013 e si è trasformato in una piccola realtà editoriale indipendente e collettivo di professionisti nel settembre del 2016, non è stato semplice in questi anni guadagnarsi la “fiducia” non solo dei follower ma anche di figure autorevoli del settore moda, ma ci siamo riusciti e adesso godiamo di un grandissimo rispetto da parte loro, che ci viene dimostrato ogni volta che ci scelgono per promuovere un determinato prodotto o raccontare un determinato brand. Mi sembra un po’ assurdo che ancora, dopo tutti questi anni, sia necessario dover spiegare quale sia il nostro “lavoro”. Partiamo da un presupposto, una delle giornaliste che hai citato dice “trovatevi –un altro- lavoro”, screditandolo, ma riconoscendolo in quanto tale. Anzi, molte testate di moda hanno scelto di mettere in copertina Blogger da milioni di follower, che con sacrificio sono riuscite a far riconoscere la propria influenza a livello mondiale, alimentandone la popolarità e il business. Ognuna di noi ha un percorso personale e un valore che non dovrebbero essere sminuiti da questa polemica. Il web è democratico e permette a chiunque abbia una voce di esprimersi liberamente, alle volte manca la giusta dose di consapevolezza e professionalità, molti si improvvisano, ma questa non è una buona ragione per screditare tutti. Come molte altre mie colleghe ho finito il mio percorso di studi in un periodo storico che mi ha “imposto” di inventarmi un lavoro, e dovrebbe essere riconosciuto l’impegno e il sacrificio che tutti impieghiamo nel raggiungimento dei nostri obiettivi e dei nostri sogni. La moda, prima dell’arrivo di blogger e fashion influencer, è sempre stata una realtà chiusa, elitaria, riserva a una nicchia di eletti. Il web ha permesso ai brand di avvicinarsi ai consumatori. Chi fa il mio mestieri rappresenta un tramite, un filtro, una voce umana, che avvicina due mondi in modo diretto e semplice, perchè questo è ciò di cui il mercato ha bisogno. Parliamo di moda attraverso i nostri occhi, la nostra visione, cercando di ispirare in modo semplice e coerente chi ci segue, tutt’altro rispetto al ruolo di una giornalista di settore. Ognuna di noi sta cercando di evolversi, di andare oltre, siamo dei piccoli (o grandi) imprenditori, che re-investono ogni giorno nel proprio lavoro, che stanno dettando le regole di un business nuovo, che fino a qualche anno fa non esisteva, che stanno semplicemente andando incontro ad un mondo che sta cambiando molto velocemente, cercando di interpretarlo. L’autorevolezza delle giornaliste di settore, l’importanza delle loro recensioni, non cambierà. E poi, esiste un magazine che vive di sola gloria e non si sostiene dando spazio a servizi redazionali di brand che pianificano e investono in pubblicità? Non siamo tutti uguali, e in questo sono d’accordo con le giornaliste di Vogue Usa: esiste chi si improvvisa cercando di seguire l’onda del “fenomeno” solo per la gloria o la resa economica (che si pensa sia immediata) screditando una categoria intera. Al contrario, chi lavora seriamente ricerca valore e crescita non limitandosi a instagram e ai social network, cercando di sviluppare una visione più ampia, un business vero e proprio, che nel mio caso è Thestylepusher, così come te l’ho raccontato in questa intervista, cercando di creare valore, anche grazie ad un team di persone che credono e prendono parte ad una nuova visione.the style pusher

Nella tua precedente risposta hai accennato al fatto che hai finito il percorso di studi in un momento storico che ti ha imposto di inventarti un nuovo lavoro, con tutta la disoccupazione che c’è in questo momento in Italia e i giovani angosciati e scoraggiati dal panorama lavorativo poco favorevole che cosa ti senti di consigliare, non solo ai tuoi follower, ma anche a quella fascia di lavoratori tra i 20 e 30 anni? Cosa pensi possono fare o inventarsi in questa nuova società?

Sicuramente non è semplice trovare il proprio spazio nel mondo, soprattutto di questi tempi. Io ho avuto la fortuna di poter restare in Italia a inseguire i miei sogni, Milano è la città giusta in questo momento, sta tornando ad emergere. Ho scelto di restare e di assumermi non pochi rischi, reinvesto gran parte dei miei ricavi nel mio progetto, nonostante le pressioni e le difficoltà. Molti miei coetanei, con tanta voglia (o necessità) di indipendenza, con tanta voglia di fare e di emergere, sono stati costretti ad andare all’estero. Allo stesso tempo ci sono anche molti giovani che si lamentano della mancanza di lavoro e poi hanno poca voglia di rimboccarsi le maniche. Quello che posso consigliare io è di mettercela tutta e non abbattersi, di accontentarsi quando si inizia, perché la presunzione di saper fare tutto bene e di ottenere subito dei risultati è solo presunzione. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, bisogna partire dal basso, continuare sempre ad aggiornarsi per non rimanere indietro, fare strategia e darsi obiettivi a lungo termine. Oggi si tende, anche nel mondo digital, a voler ottenere tutto e subito, a costo di crearsi un’immagine basata sul -nulla-. Ma cosa resterà, quando il mondo digital si evolverà verso nuovi orizzonti? Dobbiamo creare valore, per noi stessi e per chi lavora con noi. Lasciare un po’ di spazio all’umiltà, darsi da fare, essere affamati di risultati ma allo stesso tempo saperli aspettare.

Tu, il tuo team e il tuo blog siete un prodotto made in Italy? Pensate in qualche modo di essere rappresentanza di una parte dell’Italia?

Siamo un team di 9 ragazzi sotto i 35 anni, in espansione. Tutti freelance, che collaborano attivamente con il nostro collettivo, tutti molto preparati e dediti al rischio, perché in un progetto come questo bisogna avere voglia di “buttarsi” e crederci fino in fondo. Siamo un prodotto made in italy, che ci tiene a mantenere questa sua origine, volgendo lo sguardo anche all’estero, dato che collaboriamo con molti brand stranieri che ci scelgono per essere raccontati in Italia, affidandoci il compito di interpretare i loro valori così che nel nostro paese siano percepiti nel miglior modo possibile, con coerenza e professionalità.

Che futuro e quali progetti ti aspetti per the style pusher?

TheStylePusher sta prendendo due diverse direzioni, svincolandosi dalla mia immagine di blogger. Da una parte è una realtà in grado di produrre contenuti digital e piccoli eventi, contando su un team di persone che lavorano attivamente con noi. Dall’altra, è una realtà editoriale indipendente, un magazine lifestyle che però mira a dare grande importanza e peso ai propri contributor e al network di “TSP guest” che stiamo costruendo. Una rete di influencer vicini al mondo di thestylepusher ai quali lasceremo uno spazio per potersi raccontare, in forme diverse. Crediamo molto sulla condivisione live di momenti di condivisione, per questo organizziamo già e svilupperemo nei prossimi mesi, dei momenti di incontro con i nostri ospiti e i nostri follower, per avvicinare chi ci segue al nostro operato, rendendoli partecipi e attivi.

Oggi ho letto sul LinkedIn un’intervista ad un recruiter che diceva che giovani dovrebbero imparare a parlare di obiettivi e non di sogni… Cosa ne pensi di questa frase?

Penso che le due cose coincidano, gli obiettivi servono a focalizzare, a incanalare le energie in una sola direzione per far si che non si disperdano.

I sogni sono il motore, l’energia, la motivazione.

di Martina Cotena, all rights reserved

 

 

THE STYLE PUSHER: LAVINIA BIANCALANI E LA RIVINCITA DEGLI INFLUENCER ultima modifica: 2017-03-30T14:29:29+00:00 da Martina Cotena

A proposito dell'autore

Martina a 7 anni voleva fare la pittrice, poi il padre le ha chiesto se voleva morire come Van Gogh: povera e con un orecchio mozzato (sì, esattamente con queste parole…) e così ha deciso che avrebbe optato per la sua seconda passione: Gira la moda... così, adesso fa la stilista. Le piace: Paolo Conti, la punteggiatura e il punto e virgola (che nessuno sa mai come usare), la mozzarella di bufala, Dior e Valentino, cambiare colore ai capelli, Baricco, l’odore della pittura ad olio, il mare d’inverno, il pistacchio di bronte, il violoncello, i classici Disney, i tatuaggi. Non le piace: avere un agenda, i bigotti, il caffè dolce, l’ipocrisia, sudare, la gente spocchiosa, le zanzare, Desigual, i peperoni, le mani non curate, quando le si ricorda che a 28 anni ancora non ha la patente, la puzza della metro, i film horror, chi parla male delle persone tatuate.

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