THE MONUMENTS MEN: Molto rumore per poco.

di Adriano Vinti

THE MONUMENTS MEN: Molto rumore per poco.

di Adriano Vinti

THE MONUMENTS MEN: Molto rumore per poco.

di Adriano Vinti
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Gli ingredienti c’erano tutti: un cast stellare, una storia vera di quelle che sembrano fatte apposta per diventare fiction, un budget all’altezza delle esigenze filmiche; invece Monuments Men, pur risultando nell’insieme gradevole, non lascia il segno come ci si poteva aspettare.

Seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti scendono in campo per fermare l’ascesa di Hitler. Se la guerra di solito non guarda in faccia la bellezza, Hitler (che pare da giovane dipingesse acquerelli), consapevole dell’enorme valore simbolico di dipinti e sculture, vuole radunare il meglio dell’arte europea nel Führer Museum: in questo modo infatti alla fine della guerra il dittatore avrebbe avuto il controllo anche del passato, attraverso l’arte come suprema depositaria della memoria storica del mondo. E se le cose per i tedeschi si fossero messe male, allora il Führer avrebbe fatto distruggere tutti i tesori artistici accumulati: se palingenesi nazista non poteva essere, che comunque la storia venisse annientata!monum

 Gli Usa, con la coscienza sporca per aver pesantemente danneggiato, in concorso con gli inglesi, l’Abbazia di Montecassino, mettono in campo a fianco di generali, muscoli e cingolati anche un manipolo di esperti d’arte, per salvare i capolavori europei evitando altri danni e restituirli ai proprietari; a impersonare i membri di questo dream team ecco George Clooney (che è anche il regista e co-sceneggiatore insieme a Grant Heslov), Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville, Bob Balaban. In loro aiuto verrà una curatrice parigina interpretata da Cate Blanchett.

 Il film alterna, in maniera disinvolta, momenti di tensione drammatica a simpatici siparietti da commedia (divertentissimo il tormentone che vede uno dei protagonisti essere preso in giro per il suo improbabile francese), enfatizzati da una colonna sonora forse eccessivamente goliardica, con un montaggio lineare, senza particolari fronzoli formali e una didascalicità buona ad accompagnare anche lo spettatore meno reattivo. Clooney, che con Le idi di marzo aveva splendidamente denunciato lo squallore off the records della politica americana, sembra in più di una scena ansioso di dare a vedere che, in fondo, anche lui è convinto della bontà del suo paese.

Peccato, perché il racconto di come cinque milioni di opere d’arte sono state messe in salvo, della capacità di adattamento alla guerra di uomini abituati ai salotti buoni dell’arte, dell’eroismo che nasce dall’amore per la bellezza e la salvaguardia della storia, shakerati a dovere avrebbero prodotto un cocktail da antologia, e invece lasciano in bocca il sapore di un B52 preparato frettolosamente.

di Adriano Vinti

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