The Irishman, tre star per il lungo e lento racconto di Scorsese

di Fabrizio Grasso

The Irishman, tre star per il lungo e lento racconto di Scorsese

di Fabrizio Grasso
The Irishman, tre star per il lungo e lento racconto di Scorsese

The Irishman, tre star per il lungo e lento racconto di Scorsese

di Fabrizio Grasso
5 minuti di lettura

Disponibile su Netflix l’ultimo film del regista italoamericano che ripercorre la storia del sicario Frank Sheeran. De Niro, Al Pacino e Joe Pesci in una storia di inganni, tradimenti e omicidi.

«Tre uomini possono mantenere un segreto soltanto se due sono morti». Non esiste fiducia che non possa essere tradita, amicizia che non possa sfociare in delitto o storia che non finisca nel sangue in The Irishman, il nuovo film Netflix di Martin Scorsese con protagonisti tre giganti di Hollywood e dei gangster movie: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Il progetto è basato sul libro dello scrittore e investigatore americano Charles Brandt, I heard you paint houses, edito nel 2004 e tratto da una storia vera. Si tratta della raccolta di memorie di Frank “The Irishman” Sheeran, sicario della malavita americana e protagonista del libro e del film di Scorsese. Sul letto di morte, avvenuta il 14 dicembre 2003, Sheeran ha svelato parti della sua vita che aveva tenuto nascoste alla polizia, alla sua famiglia, ma soprattutto a se stesso.

Il titolo originale del libro (letteralmente, “ho sentito che dipingi case”) è un’espressione gergale del rango mafioso per indicare gli omicidi: la vernice è metafora del sangue che schizza su muri e pavimenti a seguito di un colpo d’arma da fuoco. Sebbene non sia mai stata storicamente riscontrata una terminologia simile, a parte negli scritti di Brandt, nel film ricorre spesso e accompagna la vita di Frank Sheeran (Robert De Niro) dal primo all’ultimo dei 209 minuti (sì, quasi 3 ore e mezza) del film di Martin Scorsese. L’opera monumentale racconta passo dopo passo, nei minimi – e forse anche troppi – dettagli, l’ascesa del giovane camionista Sheeran nel mondo della mafia dell’America degli anni Cinquanta, sotto l’ala della famiglia criminale Bufalino, capitanata dal boss Russell (un eccezionale Joe Pesci).

Come il romanzo, anche il film è composto seguendo le memorie del protagonista che, ormai ottantenne e malato di cancro, ripercorre la sua vita da una sedia a rotelle posta al centro della stanza spoglia, priva di lusso e sfarzo, di una casa di riposo. Torna alla mente il rapporto con Russell, ma soprattutto l’amicizia con il sindacalista e leader dell’International Brotherhood of Teamsters James Hoffa (Al Pacino, in una delle sue interpretazioni più convincenti di sempre). I più esperti di storia sapranno come tutti i protagonisti siano personaggi realmente esistiti e come la trama segua, quanto più fedelmente possibile per non perdere la frizzantezza cinematografica, le vicende reali. Quella di The Irishman è una storia di convenienza, di rapporti basati su denaro e potere, di doveri e rispetto, ma anche di tradimenti. Non c’è posto per l’amicizia, c’è solo la devozione verso colui che è più potente di sé.

Sebbene ricco di spunti, il film si snoda però con eccessiva lentezza attraverso i ricordi di Sheeran, tanto da far ristagnare la narrazione troppo spesso in scene accorciabili o eliminabili del tutto. I continui flashback, conditi da dialoghi a tratti piatti e poco incisivi (eccezion fatta per un momento in cui Joe Pesci e Robert De Niro provano a parlare in italiano), distraggono lo spettatore. Non è un caso se, accolto positivamente dalla critica di tutto il mondo, The Irishman sia stato definito dall’utente medio di Netflix come «lungo e noioso».

Ottima la fotografia, ricercata la scenografia tra costumi, trucco e ambientazione che trasportano senza troppi problemi lo spettatore indietro di sessant’anni. Scialba invece la trama, priva di accelerazioni brusche e piantata su se stessa. Si ha la sensazione di sfogliare le pagine di un romanzo, con tante descrizioni dettagliate che avrebbero potuto lasciare spazio a un adattamento più armonico e adrenalinico.

Persino i personaggi non presentano un cambiamento psicologico, ma rimangono sempre uguali: nessun coinvolgimento emotivo, nessuna mutazione caratteriale, come se il mondo del crimine congeli le persone nel rango di sicari e mandanti senza scala evolutiva.

Vien da dire che l’unico, ma pur sempre importantissimo, pregio del film risieda nella scelta del cast, che ha dato prova di capacità recitative senza paragone. Perfetto Robert De Niro nel ruolo del protagonista, sempre tormentato con se stesso e con la sua vita. Eccentrico Joe Pesci nei panni del boss della mafia Russell Bufalino, sempre sicuro dei propri mezzi e tranquillo nel suo intoccabile ruolo di “capo dei capi”. Su tutti però si staglia Al Pacino: il suo Jimmy Hoffa è un piacere per gli occhi e le orecchie a ogni scena, mai banale e sempre fuori dalle righe, impavido di fronte al pericolo di osare, anche quando questo lo porta a decisioni fatali.

L’Oscar è alle porte, soprattutto dopo le nomination ottenute ai Golden Globes dai due attori non protagonisti. Difficile pensare a una statuetta per Scorsese, che dovrà vedersela con Quentin Tarantino in C’era una volta a Hollywood e con Todd Philips e il suo Joker.

Resta l’amaro in bocca per un film che si presentava come un capolavoro del cinema moderno, ma che rimane un’ottima produzione fine a se stessa, senza la capacità di attrarre il gusto del pubblico medio.

Il trailer ufficiale del film

di Fabrizio Grasso, all rights reserved

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