THE HATEFUL EIGHT – di Quentin Tarantino

di Fabrizio Lucati

THE HATEFUL EIGHT – di Quentin Tarantino

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THE HATEFUL EIGHT – di Quentin Tarantino

di Fabrizio Lucati
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Seconda metà del XIX secolo. Stati Uniti. Due cacciatori di taglie condividono una diligenza con una prigioniera destinata alla forca e lo sceriffo della cittadina di destinazione. Causa il violento inverno del Wyoming, sono costretti a fermarsi in un rifugio, che ospita altri 4 personaggi: un boia, un messicano, un ex generale confederato e un mandriano. I due bodyhunter, però, si rendono subito conto che qualcosa non va.

The Hateful Eight cast

Durante l’anno accademico 1992/93, Umberto Eco fu invitato a tenere le Norton Lectures all’università di Harvad: le sei lezioni furono intitolate Sei passeggiate nei boschi narrativi. Quasi a prender spunto da qui, il Tarantino che torna per l’ottava volta al cinema, per la seconda nel genere Western, torna per fare una passeggiata. Il che, è anche dire che torna con lo spirito di sempre. Cammina, Quentin, passeggia, in uno dei suoi generi preferiti. E si diverte. Lentamente, con le mani dietro la schiena e la serenità di chi fa quello che gli pare con i tempi che vuole. Perché il film è placido, lento e lungo, come una passeggiata d’inverno al mare e altrettanto piacevole, mai noioso o stancante. La lunga carrellata all’indietro su un crocefisso scolpito nel legno fa da sfondo ai titoli di testa, a scandire il tempo del film. Lunghi sono i divertenti dialoghi nelle due parti della pellicola: la prima, intro del film, ha come scena una diligenza; la seconda, a sua volta divisa in due macroscene, ambientata dentro un rifugio.

Il regista italoamericano, da sempre gode nello scrivere un film e far parlare i suoi attori. Questo suo ultimo lavoro, poi, potrebbe tranquillamente essere adattato al teatro, e non solo per dire: gli attori, prima delle riprese, si sono cimentati in una lettura del copione live per beneficenza (beneficenza che, si dà il caso, pare renda tantissimo, per stessa ammissione del cast). Il MacGuffin, ossia il motore narrativo – ciò che innesca e fa procedere la vicenda, così come piaceva chiamarlo ad Hitchcock – è semplice come i precedenti del regista: portare una bandita viva dal boia, con tutto quello che ne concerne. E, dai suoi vecchi lavori, Tarantino cava anche altro. Da autore quale è, negli anni Quentin ha creato il suo linguaggio, un modo di fare cinema tutto suo, fatto di clichè, movimenti di camera, idee originali. Il rifugio tra le montagne del Wyoming è un teatro di posa a quattro pareti, funzionale e ricostruito nei minimi dettagli. Fa da scena per tre quarti delle tre ore di durata del film: ma Tarantino ne tira fuori il meglio, come ci ha dimostrato  in passato, tanto è vero che è proprio nelle scene al chiuso, ambientate in spazi angusti, claustrofobici, che dà il meglio di sé: la capanna del contadino francese o la taverna in Ingloriuos Basterds; l’appartamento di Brett in Pulp fiction; la sala da pranzo, nella fantastica scena della cena a Candyland, con Di Caprio mattatore, di Django Unchained. Adesso, il rifugio di Minnie è un personaggio stesso del film: la sua storia, le sue abitudini saranno causa e motore di tanti avvenimenti. Questa capacità, tutta di Tarantino, di sfruttare e far rendere al massimo un unica stanza (o una diligenza), mette in secondo piano i grandi spazi del Wyoming ripresi in 70mm.

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Grande merito del film va anche al cast. Tarantino utilizza attori che già fanno parte della sua cinematografia. Samuel L. Jackson in primis, attore feticcio del regista, qui per la prima volta usato da protagonista e non in una parte secondaria. Né buono né cattivo, come tutti i personaggi del film cerca di perpetuare uno scopo con i mezzi che ha disposizione.

La sua interpretazione del maggiore, ex schiavo, diventato soldato nordista, rinchiuso e scappato da un campo di prigionia sudista, riadattatosi come cacciatore di taglie negli Stati Uniti post liberazione degli schiavi, sovrasta tutti. Non può fare niente Kurt Russel, anche lui a livelli altissimi, che porta in scena John “the hang” Ruth. Per motivi di spoiler non posso citare due bellissime interpretazioni, ma vedendo il film capirete. Menzione d’onore per Walton Goggins, attore per lo più televisivo, da Django Unchained entrato alla corte di Re Quentin, che raggiunge i livelli di Jackson nell’interpretare il suo opposto: il soldato sudista, bianco, rinnegato e colpevole di crimini di guerra diventato sceriffo. Qui si potrebbe aprire un lungo dibattito sul senso di questi due personaggi, su come rappresentino gli U.S. di Ferguson, della polizia bianca che impone la sua violenza e supremazia sulla razza nera ma, come ha detto lo stesso Tarantino, il film non ha obbiettivi politici,è semplicemente una storia, i cui personaggi, raccontandola, affrontano automaticamente certi temi. Godiamoci il lavoro di uno dei migliori cantastorie cinematografici degli ultimi anni, per una volta, e lasciamo la politica altrove.

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Non è mai facile parlare di Tarantino, e il fatto che ogni grande regista crei un proprio modo di fare cinema, per Tarantino vale forse ancora di più. Forse troppo splatter, nella seconda parte della macro-scena del rifugio, la situazione degenera e da una situazione pseudo-Agatha Christie, ci si ritrova tra abbondanti fiotti di sangue vomitato. Va detto che la scena è ammorbidita dai bellissimi fagotti di Morricone, eccezionale come sempre nel comporre musiche per un film. Però, ogni volta che arriva al cinema è un gran giorno. Perché Tarantino prima di essere un regista è un appassionato, porta sullo schermo ciò che ama. Ti fa tornare indietro. Ti fa entrare in sala sapendo che ti stupirà, anche se conosci il suo cinema. La pellicola 70mm risulta inutile per la storia in sé, però questa operazione ha un altro scopo, che è quello della nostalgia. Iinsieme a tre grandi registi, ovvero Abrams, Nolan e Scorse, sta portando avanti una vera campagna pro pellicola.

Ho avuto modo di assistere alla proiezione speciale al teatro 5 di Cinecittà,  ed è stato incredibile. Il rumore del motore del proiettore, lo schermo enorme, i cambi di bobine tolgono ogni dubbio sulla domanda più grande del cinema moderno: ha ancora senso vedere il film in sala? In quel tempio del cinema, negli studios di Cinecittà, mi sono venute in mente le parole di Gianni Canova, un giornalista di cinema vero, che sull’argomento disse: “Vedere un film sul proprio tablet, sarebbe come illudersi di aver goduto di tutte le emozioni che può sprigionare una visita alla Cappella Sistina, solo perché se ne è vista la riproduzione su di un francobollo. È soltanto quando l’immagine ci sovrasta che si è con lei in quel rapporto mitico.”

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