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Sebastian “Campidilimoni” Procaccini è un giovane rapper marchigiano che ha da poco rilasciato il suo secondo EP di un progetto che, nel giro di un anno, dovrebbe portare alla creazione di una trilogia.
Se vi fidate sulla parola, vi diciamo che il lavoro è ottimo e potete scorrere a fine pagina: però vi perdereste quest’interessante intervista!

Ciao Sebastian, come hai iniziato il tuo percorso musicale? Cosa ti ha spinto a questa scelta di vita?

Ciao a te, in realtà non so esattamente di quale scelta di vita si stia parlando. Se parli del mio pessimo modo di vestire e del mio avere un insuccesso patologico con qualsiasi tipo di essere femminile ti direi che non è una scelta, ma è certamente la mia vita. Se invece per scelta di vita intendi la musica e/o la scrittura, non c’è mai stata una scelta neanche lì, semplicemente mi è sempre piaciuto parlare e, nel momento in cui ho capito che esisteva un genere che consentisse di farlo seguendo un tempo e dandogli un ritmo, ho trovato la mia dimensione ideale. Chiaro che questo paradiso è durato assai poco, perché poi ho capito che la cosa andasse fatta bene, e io ci tengo a ribadire che non sono mai stato bravissimo, malgrado avessi e abbia delle idee. Lì allora c’è stata un’altra scelta, però non di vita, ma semplicemente stilistica, e cioè di non ricercare più la gloria come rapper (o meglio, come MC, sigla che sta per master of ceremony e che sottolinea l’importanza del celebrare di fronte a un pubblico) ma diventare piuttosto un buon autore di testi rap con una buona gestione di vistosi difetti come alcuni problemi di dizione e un timbro vocale non troppo radiofonico. Il momento di questa scelta, diciamolo subito, coincide tanto con l’ascolto del primo splendido disco di Dargen D’Amico (l’equivalente di un Battisti per la musica leggera, in quanto primo a sdoganare certe cose) quanto con l’incontro personale con i Uochi Toki, che sono persone che non è che abbia viste nude sotto la doccia (secondo me è quello il massimo grado di vicinanza – oltre che a ficcare due dita in bocca a qualcuno per farlo sboccare, spero non ti sia mai capitato!) ma sicuramente mi succede di incontrare con più frequenza rispetto ad altri. Queste due realtà, per quanto assai distanti tra loro (almeno apparentemente), mi hanno fatto capire che se lo facevo io la gente non mi avrebbe preso più in giro di quanto già non facesse. Tuttavia, e qui concludo la prima risposta, se la domanda era “scelta di vita” intesa come consapevolezza di poterne fare un lavoro o viverla come una cosa che potesse creare profitto, ti dico che ancora non sono arrivato a quel punto, anche se mi piacerebbe che arrivasse quel giorno.

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“Tra la vita e la morte avrei scelto la metrica”: più che un titolo, un manifesto programmatico. È un filone di pensiero che ti accompagna ancora?

Sfatiamo un mito: è solo uno sciocco gioco di parole (si tratta di una citazione alterata di Bufalo Bill di De Gregori) che poco c’entra con la realtà dei fatti. Il mio primo ep ha quel titolo proprio perché volevo fare in modo che disco e titolo costituissero un ossimoro. Nel mio primo lavoro di fatto non c’è molta metrica, e il “flow” inteso come alternarsi di toni e modulazione della voce è completamente assente, proprio perché volevo che la persona non dovesse esplodere in roboanti gesti d’approvazione perché faccio rimare “wc net” con “breaking bad” o perché raddoppio la velocità mentre rappo (sarebbero gli extrabeat e solo l’Altissimo sa quanto io li detesti), ma che si soffermasse sul testo e si fermasse a chiedersi: “ma che ca**o sta dicendo questo qui?”. L’idea che sia un manifesto è un fraintendimento che nasce dal titolo: non intendevo inaugurare nessun filone di pensiero e sono certo di non averlo nemmeno fatto, prova ne è il fatto che per ora non si è creata una fanbase vera e propria che segua le mie presunte intuizioni. Non direi che sono ancora della stessa idea, ma questo è perché io cambio idea ogni giorno, figurati che fino a un po’ di tempo fa ero convinto di aver perso molte volte, ora sono solo certo di non aver vinto!

Ascoltando i tuoi pezzi si nota la volontà di distinguersi dalla scena rap attuale, che è sempre meno improntata al testo, alla metrica. Come mai questa scelta?

Non sono sicuro che la mia volontà sia quella, sai? Più che altro perché alla fine non facciamo cose così differenti, anzi! Tuttavia non mi definirei un rapper dalle metriche notevoli (sono più che altro impreciso, anche se ne ho fatto abbastanza un tratto distintivo quasi positivo), anche perché dal punto di vista metrico le cose che può fare un Danno dei Colle Der Fomento o anche un Ensi o un Salmo, credo siano molto più interessanti delle mie. E non è che non sappiano scrivere, direi che sono quasi tutti ottimi autori di testi ed eccellenti interpreti. Quello che faccio io è scrivere senza preoccuparmi troppo che sia chiaro il contesto di ciò che viene trattato e affidarmi spesso al ruolo evocativo delle parole, senza fare uso di valori facilmente condivisibili come ad esempio l’antirazzismo o gli abusi della polizia, ma alla fine l’interesse che ho è il medesimo: creare una canzone. Esistono rapper sotterranei e “alternativi” (sì il termine fa davvero schifo, ma non me ne viene in mente un altro) che fanno davvero altro e non ricercano la costruzione di canzoni: quelli sì che si distaccano dalla scena attuale, ma io credo di fare semplicemente la stessa cosa con strumenti diversi. La scelta non c’è stata, mi è venuto spontaneo farlo dopo aver capito che percorrere la strada di altri nel mio caso mi rendeva poco credibile.

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Parliamo del nuovo lavoro, ” 1933″. Quali sono state le fasi più importanti della sua creazione? Cosa è cambiato rispetto al precedente?

Questo disco, rispetto al precedente, è più improntato a descrivere situazioni fortemente autobiografiche e pur non dicendo esplicitamente cosa è successo negli ultimi tempi lo tratta da più punti di vista. Le fasi più importanti direi che sono state innanzitutto l’evento scatenante che ha portato a voler fare 3 ep in un anno (e di cui non parlo esplicitamente nemmeno qui) e in secondo luogo la conoscenza di gimonti, un incontro nato in maniera casuale attraverso una comune conoscenza. Gian Marco, ossia gimonti, è assolutamente stato fondamentale in questo lavoro, non avrei trovato il modo di dire quelle cose in quel modo senza di lui, e il suo apporto è stato di gran lunga superiore rispetto a quello di Grillo (il mio producer di elettronica preferito in Italia) per il mio ep. Sono cambiato sostanzialmente io, ho preso coscienza di voler creare innanzitutto canzoni e ho trovato il coraggio di approfondire dei temi che avevo sempre deputato ad altre sedi e altri momenti.

Come si approccia un rapper come te alla dimensione live? Cosa aggiunge ai tuoi pezzi? Hai intenzione di fare dei live prossimamente?

Allora, nei live precedenti ho suonato con Riccardo Sabbatini degli Artisti del Colore Sociale (una realtà di Senigallia che mai smetterò di promuovere ogni volta che posso e che dunque consiglio a tutti di ascoltare), che si occupava di suonare chitarra, effetti e synth, ma in questo caso non mi affiancherà. Ci saranno varie soluzioni a seconda del budget e della logistica, mi piacerebbe portare in giro il live in compagnia di gimonti e, quando possibile, affiancare al mio live quello di Zona Mc, forse il solo vero genio italiano dell’improvvisazione, malgrado non siano in tanti a conoscerlo. Con lui sarebbe interessante offrire diverse interpolazioni di improvvisazione, è una cosa che abbiamo fatto in passato ed è sempre stato molto divertente. Sarà un live diverso da come suona il disco, e tendenzialmente minimale, dove proporrò tutti i brani editi fino a oggi, cercando anche di far emergere un approccio molto live alla creazione dei beat, di cui si occuperà appunto gimonti.

di Paolo Pugliese, all rights reserved

THE FREAK INTERVISTA CAMPIDILIMONI ultima modifica: 2016-03-26T12:38:54+00:00 da Paolo Pugliese

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