The Freak incontra la band indie del momento: I Cani

di Adriano Vinti

The Freak incontra la band indie del momento: I Cani

di Adriano Vinti

The Freak incontra la band indie del momento: I Cani

di Adriano Vinti
7 minuti di lettura

Basta leggere su YouTube i commenti al video di uno qualsiasi dei pezzi più conosciuti de I Cani, per rendersi conto di come sia una di quelle band che spaccano il pubblico senza mezze misure tra chi li trova brillanti e innovatori, e chi li insulta definendoli nel migliore dei casi inascoltabili, nel peggiore (!) cancerogeni.

Il sottoscritto, per giocare a carte scoperte, appartiene decisamente alla categoria dei fan: considero la musica di Niccolò Contessa, one man band accompagnato nei concerti da alcuni membri degli Ancien Régime, la cosa più interessante partorita dall’indie italico negli ultimi anni.

Il secondo album, intitolato Glamour, è uscito il 22 ottobre scorso e rappresenta l’ideale completamento del Sorprendente album d’esordio, col quale va a comporre un dittico e del quale rappresenta un’evoluzione felice, in cui si conferma la qualità dei testi e aumenta quella del sound.cani_glamour1

Proprio da Glamour parte la nostra intervista:

THE FREAK: L’intro di questo nuovo album si apre riprendendo il finale di Wes Anderson, mentre Lexotan riprende l’inizio del primo album: c’è una voluta continuità narrativa o è solo uno specchietto per le allodole?

I CANI: Sì, l’impianto strutturale del disco rispecchia quello del primo: un’introduzione, due pezzi strumentali… L’intenzione era in effetti quella di fare due dischi speculari. Per poi fare, in futuro, un lavoro completamente diverso.

TF: In molti hanno sostenuto che il tuo successo derivi soprattutto dalla qualità dei testi, specialmente per il dibattito generazionale che hanno scatenato, relegando la musica in secondo piano. Come ti poni rispetto a questa lettura del tuo lavoro?

IC: In ogni campo ci sono cose che saltano più all’occhio di altre, nel caso dei Cani è l’effetto che fanno i testi, volutamente immediati e di facile lettura rispetto a quelli di chi scrive canzoni più ermetiche. Però mi piace pensare che comunque su un’altra musica i pezzi non avrebbero funzionato allo stesso modo, avrebbero cambiato significato… Prendi la serie TV Breaking Bad… La trama è avvincente ma ciò non toglie che la regia sia ottima, e per la musica dei Cani è la stessa cosa… Non salta all’occhio come l’immediatezza dei testi, ma è altrettanto importante.

TF: Negli ultimi anni sempre più frequentemente cantanti e, in generale, artisti parlano di fisica nei loro lavori e nelle loro interviste. La tua San Lorenzo si mette in scia di questo filone, magari con un intento ironico, o semplicemente i riferimenti alla fisica erano funzionali al testo che volevi scrivere?

IC: Io sono appassionato di fisica, sono laureato in matematica con una tesi in cui c’è molta fisica teorica quindi è una cosa che m’interessa molto… Senza contare che in Italia parlare un po’ di più di scienza non ci farebbe male, abbiamo una grande tradizione letteraria, mistico-religiosa, ma siamo anche la patria di grandi scienziati… Poi forse la canzone pop non è il modo più appropriato di parlarne, ma mi sembrava interessante. In particolare la mia intenzione con San Lorenzo era, visto che ho fatto un disco interamente su di me, fare un pezzo che parli di quanto di più lontano da me.

TF: Un tema presente nel primo come nel secondo album è quello della realizzazione, o del fallimento, del proprio progetto di vita; è una cosa che riflette solo un tuo pensiero ricorrente o la vedi come tratto tipico della nostra generazione di venti-trentenni?

IC: Mi sembra che come Paese siamo arrivati a un livello di benessere diffuso per cui se per le generazioni fino a quella dei nostri genitori ci si poteva sentire realizzati nell’avere una laurea, comprarsi una casa chiedendo un mutuo, avere un lavoro, ora vedo un desiderio di realizzare obiettivi più ambiziosi, avere successo, diventare famosi; lo testimonia la diffusione della musica rap, che è la musica che parla del desiderio di emancipazione e autoaffermazione dell’afroamericano che ambisce a realizzarsi… A livello di status sociale, di soldi.

TF: In Lexotan parli di felicità nonostante tutto; sei diventato un po’ più ottimista?

IC: Sono un po’ più sereno; in realtà la canzone è più un augurio a me stesso e agli altri… Quello di essere felici nonostante tutto, cioè… Ricollegandomi alla domanda precedente, l’augurio di trovare la felicità nelle cose semplici, più durature, meno ambiziose.

TF: Senti gira voce che sei fan di Ligabue…

IC: No, assolutamente no [ride, N.d.R.].

TF: Scherzavo, dai, volevo vedere come reagivi.

IC: No no, poi lui è una di quelle figure che è pure troppo facile prendere in giro, cioè uno di quelli che non mi fa proprio nessun effetto, né in positivo né in negativo.

TF: In passato, anche perché lo hai citato in Velleità, ti è stato chiesto un parere su Vasco Brondi; a me però sembra che un confronto abbia più senso con i Baustelle, visto che, pur con uno stile musicalmente diverso, credo condividiate la voglia di rilanciare il pop d’autore italiano…

IC: In una delle mie prime interviste avevo dichiarato che non mi dicevano molto, e mi sembravano un po’ falsi. Poi ho ascoltato Fantasma che mi è piaciuto tantissimo, da lì sono tornato a riascoltare tutto, e mi sono reso conto che forse nel mio giudizio c’era anche un po’ di complesso d’inferiorità: vedevo loro fare una cosa che voglio fare io, cioè scrivere belle canzoni pop, e quindi la mia prima reazione era stata probabilmente di autodifesa. Sicuramente la nostra forma mentis è la stessa: cerchiamo di fare canzoni pop intelligenti, piene di riferimenti; poi questo non vuol dire che io farò mai un disco con l’orchestra, però ho grandissima, grandissima ammirazione per Francesco Bianconi.

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TF: In generale, in questi anni è cambiata un po’ la tua visione della scena indie italica, vista da dentro?

IC: Principalmente mi sono imbattuto in cose che altrimenti non avrei conosciuto, come tutta la scena punk ed emo-punk che fa riferimento ai Fine Before You Came, ai Gazebo Penguins, che ho apprezzato molto.

TF: Molti artisti sono stati coinvolti da Manuel Agnelli nel progetto Hai paura del buio; credi in queste forme di promozione culturale? In generale, nel ruolo dell’artista impegnato a livello politico-sociale?

IC: In generale credo che chi arriva ad avere una certa visibilità sia giusto la viva con più responsabilità. Poi l’operazione Hai paura del buio non l’ho capita molto bene: non vedo in che modo debba essere considerato diverso da altri festival che si fanno in Italia, come il MI AMI organizzato da Rockit; dove sta, insomma, questo elemento di rottura, di rivoluzione? Però in generale credo sia giusto provare a veicolare delle idee; anche io nel mio piccolo spero di portare dei contenuti, di non dare l’impressione di fare cose per piacere e basta.

TF: Mi aspettavo una risposta più disincantata…

IC: Eh, più postmoderna, tipo “alla fine è tutto uguale”. Guarda a me piace anche la musica senza alcuna pretesa di messaggio, come quella dei Daft Punk, va benissimo anche quella; sicuramente ormai se uno prova a veicolare dei messaggi politici in senso stretto ti ridono dietro, nel senso che l’ascoltatore sente di saperla già troppo lunga.cani

TF: Quanto ti è successo in questi anni ha cambiato un po’ il tuo carattere?

IC: Sì, modifichi la scala delle priorità, acquisisci un po’ di distacco. Ti rendi conto che fare un disco di cui parla un sacco di gente non ti cambia la vita, capisci che è una cosa come un’altra. Cioè, se non avessi pubblicato il disco, se avessi fatto altro, sarebbe andata bene lo stesso. Certo, se questo secondo disco avesse fatto schifo a tutti ci sarei rimasto male, ma perché è una cosa su cui ho lavorato, però del discorso musica-successo-ecc. me ne frega molto meno di tre anni fa, proprio perché lo tocchi con mano e vedi che non ti cambia la vita.

TF: Un tema a cui sei molto legato è quello dell’adolescenza… Poniamo che tu potessi convincere un ragazzo di 17-18 anni di qualcosa; cosa gli diresti?

IC: Gli direi che qualsiasi problema abbia, qualunque cosa gli sembri irrisolvibile alla fine passa. Che qualsiasi cosa consideri la fine del mondo non lo è. E di non usare le droghe pesanti [con tono lievemente paternalistico, N.d.R.].

[risate, N.d.R.]

TF: Questo distrugge la tua immagine un po’ maledetta.

IC: Che poi io ho parlato male della cocaina nel primo disco e appena è uscito questo nuovo tutti a dire “ah, la banda dei pariolini v’ha fatto male, eh?”… No, vabbè, a parte questo, davvero gli direi di non preoccuparsi, che qualsiasi cosa sembri irrisolvibile a quell’età… Alla fine si supera.

Intervista a cura di Adriano Vinti

Da Glamour, video di Lexotan:

Da Glamour, video di Corso Trieste (feat. Gazebo Penguins):

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