Quei terroristi che non arrivano sui barconi

Siamo certi di avere la reale percezione della minaccia jihadista nel nostro paese?

Abbiamo mai pensato che il background che abbiamo sul fenomeno potrebbe essere inidoneo per una reale consapevolezza della minaccia, ma piuttosto rappresenta il frutto di una programmata opera di disinformazione promossa da alcuni organi di stampa?

Ed ancora, abbiamo soltanto preso in considerazione la possibilità di accogliere anche la verità a noi più scomoda pur di ottenere un’efficace conoscenza di un problema?
Bene, tutto ciò non rappresenta una questione secondaria. Se vogliamo esercitare il diritto alla sicurezza, abbiamo il dovere di formare le nostre idee, da cui scaturiranno consequenziali le nostre azioni, accettando verità anche in contrasto con i nostri pregiudizi.

Quando leggiamo che la minaccia della proliferazione terroristica aumenta con l’arrivo dei barconi pieni di migranti e quindi che vi sia la reale possibilità di infiltrazione di miliziani all’interno dei natanti, accogliamo la notizia in seguito ad una riflessione o essa è valutata attendibile soltanto perché si coniuga perfettamente con quello a cui vogliamo credere?
La risposta sta nella responsabilità della disinformazione, che può diventare un problema di sicurezza nazionale, perché offusca i pensieri.
Ovviamente nessuno può affermare che il problema della minaccia terroristica autoctona non esista, ma proprio per l’attualità della minaccia, si deve pretendere una profonda consapevolezza delle sue cause.
È chiaro che se non conosco bene il nemico e non comprendo la sua provenienza, non potrò non solo sconfiggerlo, ma nemmeno tentare di combatterlo.
Detto ciò, domani potrebbe anche capitare di incontrare un terrorista infiltratosi su di un barcone di migranti, ma ad oggi non è una realtà ed è quindi ingiustificabile l’accettazione sociale di un fenomeno inesistente.

Il Dipartimento di Informazioni per la Sicurezza della Repubblica Italiana ( DIS ), nella propria relazione del 2015 presentata al Parlamento, ha chiaramente evidenziato che, nonostante i “warning”, non sia stata ancora riscontrata nessuna infiltrazione terroristica nei flussi migratori provenienti dal Nord Africa.
E se tale informazione diffusa dai Servizi, già di per sé idonea a chiarire ogni dubbio, non bastasse, riflettiamo brevemente sulle dinamiche dell’organizzazione terroristica.
Un’ organizzazione terroristica islamica (come Daesh, Al Qaeda,Al Shabaab e Boko Haram) investe molto tempo e molti soldi per formare un mujahidin con un unico obiettivo : combattere la jihad per eliminare gli infedeli.
Quindi, considerato che, nonostante tutto, il numero dei miliziani è ancora esiguo, nessuna struttura terroristica rischierebbe mai di far morire annegati i suoi esponenti.
Essi sono sì destinati a morire, ma in piazza con addosso una cintura esplosiva oppure dopo un conflitto a fuoco con in pugno un AK47 ( il famigerato fucile-mitragliatore Kalanshikov).
Ed ancora se i miliziani dovessero essere tra i fortunati superstiti della traversata, come potrebbero conseguire i loro obiettivi (che richiedono assoluta clandestinità), dopo essere stati identificati dalle forze armate lungo le coste?
Sarebbe stupido, pertanto davvero raro.

A questo punto sorge spontanea la domanda se a volte sia preferibile credere a qualcosa, difendendola a tutti i costi, piuttosto che porsi pertinenti interrogativi che, se razionalmente risolti, potrebbero anche condurre a rivedere le proprie posizioni.
In genere, quando vengono diffuse certe notizie fuorvianti, sono in molti a rallegrarsene: i divulgatori, perché creano una “notizia”, ed il numeroso pubblico, perché finalmente potrà fare pace con la propria coscienza ed affermare che il profugo del barcone è in effetti un uomo malvagio, che altro non desidera che fare “ il botto” in piazza.
Queste credenze creano una paralisi all’intero sistema sicurezza, che per essere realmente efficace richiede un’attiva ed intelligente partecipazione di ogni singolo cittadino. Senza esprimere considerazioni di tipo morale sull’inopportunità di considerare a priori il migrante come un vero nemico, c’è bisogno che si diffonda la consapevolezza della necessità di “conoscere per agire”.
Osservando la storia, ed in particolare la genesi delle recenti manifestazioni terroristiche in Europa, dovremmo riconoscere l’opportunità di rivedere le nostre politiche di integrazione, entrando nell’ottica che il nemico non arriva da fuori ma è già dentro e non è nato nemico ma lo è diventato, concentrandosi sul perché esso sia diventato un nemico e decidendo quindi di predisporre gli opportuni interventi preventivi e correttivi in questa direzione.
Chi agisce in mala fede potrebbe contestare che il migrante musulmano che non riesce ad integrarsi potrebbe iniziare con il tempo un processo di radicalizzazione. Non è un percorso automatico e può svilupparsi con altre cause contingenti: in ogni caso, è una argomentazione inconferente rispetto all’assunto per cui tra i migranti vi siano già dei terroristi pronti a farsi saltare.

C’è un meccanismo che, secondo me, esprime perfettamente quello che sta succedendo: diffondere tra la gente la notizia di una relazione causa-effetto tra un fenomeno emotivamente coinvolgente e ai più sconosciuto – il terrorismo di matrice islamica – ed un altro fenomeno dal forte impatto sociale, già radicato e largamente contestato – le migrazioni via mare dal Nord Africa -risulta una grave minaccia per la sicurezza nazionale perché preclude al singolo individuo il diritto a conoscere il volto reale del nemico e all’intera struttura sociale la possibilità di programmare gli interventi più idonei per un efficace contrasto.
Si auspica, quindi, una compartecipazione realmente orientata al problema, senza il perseguimento ufficioso di altri scopi, alla diffusione della cultura della sicurezza. Il cittadino deve convincersi di essere parte attiva in questo processo e non già soltanto destinatario della politica di sicurezza promossa dalle istituzioni. E questo lo riguarda sia nel ruolo di privato sia nella funzione lavorativo-sociale che svolge. Con il suo atteggiamento e con le scelte che intraprenderà potrà incidere direttamente – positivamente o negativamente – sulla diffusione di sicurezza. Non è questa una prerogativa delle forze di polizia e dei servizi di informazione per la repubblica. Questa deresponsabilizzazione potrebbe, nel tempo, rappresentare un rischio. Ci disabituerebbe dalla necessità di comprendere problemi reali ma non manifesti che per non provocare danni necessitano di essere dissuasi con costanti attività di prevenzione.

di Marco Russo, all rights reserved

I TERRORISTI SUL BARCONE DI FALSE CREDENZE ultima modifica: 2016-10-18T14:21:25+00:00 da Redazione

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