Like
Like Love Haha Wow Sad Angry
1

“Con tutta quest’acqua che viene giù, anche gli ubriachi ormai se ne staranno al coperto” sbuffa Rasheed mentre guarda senza speranza dai vetri del caffè, interrompendo per un attimo il racconto della sua mattinata storta.

 “Lo sai cosa ha fatto quello stronzo? Ha preso un pezzo di carta, l’ha strofinato sul cofano e poi me l’ha messo sotto il naso e mi ha fatto una seconda multa perché il taxi era sporco!”

Anch’io mi convinco che con questa pioggia il resto del turno è andato perso. Con le corse del mattino non ho guadagnato un solo centesimo per me. Facendo i conti non sono nemmeno arrivato a pagare la metà del noleggio del taxi. Quaranta dollari in tasca e otto ore di tempo perso.

“Io esco a mangiare” dico a Rasheed.

“Dove andiamo?”

Scegliamo il locale punjabi nell’East Side. Saliamo sui nostri taxi e dopo una manciata di minuti siamo già seduti a un tavolo a darci da fare con roti e carne.

Durante il pranzo Rasheed rinfocola i sentimenti che lo animano contro il dipartimento di polizia. Finito di mangiare mettiamo mano simultaneamente al portafoglio. Ogni volta c’è una specie di lotta su chi deve pagare. Un cameriere androgino con i capelli lunghi e ricci legati in una coda ci batte lo scontrino. Mentre guardo Rasheed che tira fuori i soldi, chiedo senza pensare: “Di chi è quel denaro, tuo o del tuo capo?”

Rasheed non fa una piega, arriva alla cassa per primo e mette sul banco un paio di biglietti da dieci. “Questi” dice indicando i soldi vicino alla cassa “erano nostri. Il resto è ancora suo”.

Risaliamo in macchina, con la speranza che smetta di piovere prima della fine del turno. Rasheed, che è dietro di me, mi dà un colpo di clacson e lo vedo svoltare su Lexington Avenue. Finalmente ha trovato qualcuno da scarrozzare. Io tiro dritto verso la Trentottesima.

La pioggia cessa all’improvviso.

New York d’inverno è spesso così: asfalto bagnato, sole che esce non appena le nuvole si squagliano in cielo, alberi tristemente spogli e un freddo che taglia.

Di colpo anche la mia radio si mette a gracchiare. C’è qualcuno che ha deciso di muoversi tra Battery Park e il Queensboro Bridge.

Arrivo a Brooklyn Heights davanti a una delle tante casette in mattoni con la rampa di scalini e le ringhiere in ferro battuto che in primavera diventano una cascata di fiori.

Suono il clacson. Aspetto qualche minuto. Suono ancora. Sono tentato di andarmene. Potrei recuperare con le ultime corse i soldi della benzina adesso che ha smesso di piovere e la gente ha ripreso a muoversi. Poi, non so cosa mi ha preso. Parcheggio, spengo il motore e vado. Salgo i gradini e busso alla porta.

“Solo un minuto”. Sento una voce lontana, fragile, una voce da vecchia. Sento anche il rumore di un corpo pensante trascinato per terra.

Aspetto. Dopo un momento che mi sembra un’infinità, la porta si apre e mi trovo davanti una donna minuta, ottant’anni o giù di lì, con un cappottino scuro, un cappellino con una veletta appuntata come in un vecchio film in bianco e nero. Appoggiato per terra, un borsone di tela.

All’interno la casa sembra disabitata. I mobili sono coperti da lenzuola e non mi sorprenderebbe vedere appeso al muro un uccello impagliato. In un angolo c’è una scatola di cartone aperta che sembra riempita con foto e cianfrusaglie di vetro.

“Mi può aiutare con la valigia?” è la stessa fragile voce che avevo sentito a chiedermelo. Allora prendo il borsone, lo poso nel bagagliaio e torno per aiutarla a scendere i gradini e salire sul taxi. Lei si aggrappa al mio braccio con grande fiducia e cammina lentamente verso l’auto. Mi ringrazia.

“Ma di niente” le rispondo con la mia voce squillante. “Tratto tutte le signore come se fossero mia madre”.

Appena sistemata sul sedile mi dà un indirizzo e mi chiede: “Può passare da Lower Manhattan?”

“Non è la via più veloce” le dico stupito.

“Non importa. Non ho fretta”.

Non dico più nulla. Guardo nello specchietto retrovisore. I suoi occhi brillano.

“Non ho più nessuno” continua con la sua voce dolce “il posto dove vado è una casa di riposo”.

Allungo la mano e spengo il tassametro.

“Quale strada vuole che faccia?”

Per due ore guido attraverso la città, da Brooklyn all’East Side e poi l’Upper East. Mi mostra l’edificio dove un tempo lavorava come portinaia. Attraversiamo il quartiere dove lei e suo marito avevano vissuto per anni. Mi fa fermare di fronte a un magazzino di mobili che era stato una sala da ballo ai tempi in cui era ragazza. Mi racconta, l’ascolto e ci facciamo delle belle risate, come fossimo amici anche se non abbiamo ricordi in comune. “Il tempo vola” non fa che dirmi e io annuisco.

A volte mi chiede di rallentare e quando passiamo davanti a un palazzo o un angolo che per lei è significato qualcosa, la vedo guardare oltre il finestrino senza dire nulla, con malinconia.

Al primo accenno di tramonto, improvvisamente mi dice: “Sono stanca. Possiamo andare adesso”.

Allora guido in silenzio verso l’indirizzo che mi ha dato. Ma vorrei portarla via. Anche se non la conosco vorrei rompere le leggi del tempo che ci incatenano a questo presente e regalarle le sue nostalgie.

Arriviamo a un edificio basso che ha l’aspetto di una asettica e pulita clinica di convalescenza. C’è un vialetto che passa sotto un portico.

Non appena mi fermo, due inservienti sono già pronti con una sedia a rotelle. Si fanno avanti con sollecitudine, mostrano attenzione, probabilmente la stavano aspettando da ore. Tiro fuori dal bagagliaio il suo borsone e quando glielo consegno lei è già seduta, presa in custodia da questi sorveglianti dall’aria marziale.

“Quanto le devo?” mi chiede con la sua voce fragile e gentile iniziando a frugare nella borsetta.

“Niente” le rispondo.

“Ma deve guadagnarsi la giornata”.

“È una città grande. Ci sono altri clienti”.

Poi le sfioro la mano, gliela stringo come per farle coraggio e lei si aggrappa ancora una volta al mio braccio.

“Mi ha fatto felice. Mi ha regalato un po’ di gioia”.

Quando la portano via sento ancora dire “Grazie”.

La guardo mentre si allontana. Scende anche l’ultima luce del giorno. Il buio arriva in fretta. Il colpo secco della portiera del mio taxi mi sembra il suono di una vita che si chiude. Un pensiero che finisce, un punto al fondo di una frase in mezzo a mille parole sgrammaticate.

Mentre torno verso la Trentottesima, verso il garage del mio capo, non cerco clienti, non carico nessuno.  Non mi va di parlare, né di ascoltare. Guido, ho tanti pensieri che non trovano un filo.

Penso a cosa sarebbe successo se avesse incontrato qualcuno che voleva finire il suo turno o caricare altri clienti. Cosa sarebbe successo se me ne fossi andato via. E non riesco a immaginare più nulla.

In Lexington Avenue una fila di prostitute è alla ricerca, come tassisti, di inesistenti clienti.

Vorrei di convincermi di aver fatto una cosa importante, che è stato un grande momento, una grande occasione travestita da piccola cosa.

Una pioggia sottile ricomincia a picchiettare il parabrezza.

Socchiudo gli occhi contro le luci abbaglianti riflesse dall’asfalto bagnato.

di Rabolasall rights reserved

 

Taxi Blues ultima modifica: 2017-09-08T07:19:10+00:00 da Rabolas
Like
Like Love Haha Wow Sad Angry
1

Utilizziamo cookie analitici e di profilazione di terze parti per migliorare la tua esperienza di utilizzo. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi