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Carta numero V

“Perché nessuna Verità resta insoluta”

 

La testa le stava scoppiando, letteralmente.

Immagini sfocate, suoni distorti di strumenti musicali irriconoscibili, ritagli di un passato immolato le si conficcavano dentro la memoria come punti per sutura. L’Arlecchino premette con forza le proprie tempie, a respingere dentro, più in fondo, più in basso, quello stridio di impulsi neurali. Serrò la mascella, a contrarre in uno spasmo di ossa e muscoli quel serraglio di informazioni sconnesse.

<Mio Signore…> nicchiò Milton, trattenendosi a stento dallo sfiorarle il braccio. Sapeva che non gli sarebbe stato permesso, eppure, per un singolo istante, fu tutto ciò che avrebbe mai osato desiderare.

Quel richiamarla all’attenzione riuscì a strapparla da quel focolaio di pensieri involontari, lasciando spazio a una sola parola.

“Pertinente”. Tra centinaia, migliaia di vocaboli possibili, di infinite gradazioni di fonemi, sopravvisse quello.

<…Pertinente.>  Non concesse al suo accompagnatore neppure il tempo di controbbattere. Quell’aggettivo se ne stava ingarbugliato tra la matassa scomposta di capelli rossi, scivolava indiscreto lungo la spina dorsale, provocandole un brivido, per poi fermarsi, per poi occultarsi, tra le sue pezze di stoffa. Là dove sarebbe stato accolto tra quei mille interrogativi di stracci.

<Pertinente.> Lo ripetè. Ancora. Lo scandì, come fosse di vitale importanza. Una lacerazione spudorata nel silenzio inquieto di Milton.

<…Significa “Riguardare”…. o…>  E attese. Un gruppo di ragazzini in libera uscita sfilò loro accanto. Tedesco. Francese. Russo. Tutte le lingue si mescolavano nella mente dell’Arlecchino. Le possedeva tutte. Pur non avendole mai studiate in quella che doveva essere stata la sua vita precedente. Loro c’erano. Alfabeto cirillico. Ideogrammi. Non erano altro che estrinsecazioni di un Linguaggio più alto cui la sua conoscenza doveva avere accesso.

Davanti a quei sedicenni in evidente stato alterato da vodka lemon e ormoni si fermò e li osservò, reclinando la testa da un lato. Li studiò, come un biologo farebbe con una nuova proteina. Li scrutò. Con pupille che non erano le sue pupille. Affamata dei loro schiamazzi. Come si potesse nutrire di quelle chiacchiere sguaiate.

<…O “Appartenere”, mio Signore e mia Signora.>  Puntualizzò Milton poco dietro di lei, circondato da ragazzine in lipgloss indaffarate a digitare sulla tastiera tutte le intenzioni che un genitore non dovrebbe mai leggere.

<E’ un concetto che tu conosci bene, John…>sogghignò sarcasticamente. Con quella crudeltà che può starsene solo in mezzo a una fila di denti. Era la sua voce, pur non essendolo affatto. Portava il suo timbro, ma non la sua volontà.

Finché non la sentì.  D’improvviso una musica si fece  largo nell’atmosfera. Il suono di un tamburo viscerale invase l’aria, poco più distante. L’Arlecchino percepì quelle percussioni pulsare dentro la propria gabbia toracica, entrare in risonanza con le proprie costole. E con una smania inattesa si diresse là.

Là, ai  piedi dei gradini di una vecchia chiesa.

Là dove una sagoma scura se ne stava immobile, con una torcia infuocata in mano, davanti al sagrato. Come aspettasse. Un ordine. Un comandamento. Una Musa.

Indossava un paio di pantaloni di tela grezza ed era a petto nudo. Due bende strappate, una blu e una rossa, erano arrotolate sbrigativamente attorno ai polsi sporchi di cenere. Giochi di luci e ombre gli illuminavano parzialmente il viso. Le palpebre erano truccate d’un nero pastoso e gli conferivano l’aspetto di una creatura ancestrale, sopravvissuta a qualche mito caduto in disuso.

E fu come se lui potesse in qualche modo vedere l’Arlecchino. Accorgersi di lei. Perché, tutto d’un tratto, fece schioccare la lingua contro il palato.  Poi si chinò a terra per raccogliere qualcosa dal pavimento e levò un’invocazione incomprensibile al cielo.

La torcia dovette venire a contatto col primo tizzone. E, allora, s’accese.

Un sentiero di fiamma s’accese ai suoi piedi. Un labirinto intriso di petrolio bianco e stupore. Perché là dove c’era marmo bianco una spirale di fuoco si ribellò alla notte.

Decine di persone s’avvicinarono alla base della gradinata, come ipnotizzate. Studenti oziosi, padri di famiglia accorsi in piazza per invocare un’ora di libertà, scrittori in cerca di una storia da presentare ad una casa editrice, tutti divennero neofiti in una cerimonia improvvisata.

Un prete tarchiato e sudaticcio, con tanto di libro dei canti in mano, uscì goffamente dal portone, inciampando sul proprio abito talare. I paramenti sacri sembravano ostacolarlo, rendendo caricaturale tutto quel dimenarsi disarmonico.

Dovette farfugliare qualcosa di incomprensibilmente risentito, mentre agitava le braccia paffute verso un firmamento che doveva avergli voltato le spalle troppi giorni addietro. Le guance gli si arrossarono di un colorito paonazzo, ma sarebbe stato impossibile dire se fosse per via del risentimento trattenuto o per il calore di quell’incendio controllato. E sembrò voler muovere un passo per fermare quell’esibizione, ma la paura di bruciarsi lo fece rifugiare vigliaccamente dentro la navata principale.

Il fire dancer afferrò da terra due devil stick, in direzione del fuoco. Era un Onorare.  Era la limpida  preghiera di un Giocoliere.

E danzò. Danzò col Rischio e con l’Armonia. Danzò con il Terrore e con il Magnifico. Danzò per l’Umano e per il Divino. Danzò quella lotta che Bene e Male eternamente combattono.

Allora.

Allora. Come evocata dal Fuoco stesso, l’Arlecchino decise . Con anima, corpo e follia decise che chiunque potesse vederla.

Somigliò ad un uscire da una zona d’ombra, ad un liberarsi di un fardello fatto di indifferenza.

E cominciò a salire maestosamente quei gradini levigati, a piedi nudi. I campanelli stretti attorno alle proprie caviglie scandirono quella marcia solenne. Passo dopo passo. Scalza nel fuoco. In quell’arazzo bruciante.

I colori sgargianti del proprio abito sembrarono impazzire, intrappolare la fiamma per poi restituirla indietro in quel capolavoro di stoffa. Il suo strascico irregolare pareva trascinarsi dietro le scintille, come stelle domate.

La maggior parte degli astanti pensò a un gioco di prestigio e prese ad applaudire, ipotizzando un trucco da cabaret. Altri finsero che non fosse accaduto nulla di strano, preferendo l’ignoranza ad una illogica verità. Solo il fire dancer comprese, interrompendo quei movimenti esatti. E sorrise, come sollevato da un giogo insostenibile. Sorrise. Con quella felicità che solo il ritrovare qualcuno che si era creduto perso per sempre può far sperimentare.

Mille campanellini iniziarono a tintinnare tutt’intorno, artigliando ogni altro suono.

E, se pure il prete si sgolò, schiamazzando qualcosa che suonava più o meno come un “…chiamo le forze dell’ordine!” , una, due, tre, dieci, cento risate invisibili annientarono ogni sua protesta.

Se solo qualcuno avesse potuto prendere in prestito gli occhi del danzatore, probabilmente si sarebbe accasciato in un pianto isterico. Dentro lo sguardo di lei, il mondo, per come l’artista lo conosceva, stava bruciando.

Con una smorfia compiaciuta, l’Arlecchino gli si avvicinò all’orecchio. E delicatamente  bisbigliò   <Spero di non averti fatto attendere troppo…>

 

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(Un ringraziamento speciale a Lucignolo  per la meravigliosa foto e per le sue oniriche esibizioni di fire dance)

Tarots – The Hierophant ultima modifica: 2012-06-20T18:30:21+00:00 da Eve Delirio

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