Taiwan e Cina
ad alta tensione

Taiwan e Cina ad alta tensione

La Cina, con ripetute violazioni dello spazio aereo taiwanese, ha di nuovo messo a repentaglio gli equilibri della Regione asiatica

di Simone Pasquini

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ad alta tensione

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La Cina, con ripetute violazioni dello spazio aereo taiwanese, ha di nuovo messo a repentaglio gli equilibri della Regione asiatica

di Simone Pasquini
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Taiwan e Cina ad alta tensione.

Nel corso degli ultimi mesi l’area compresa fra il Mar cinese meridionale e l’isola di Taiwan ha attirato l’attenzione degli osservatori di tutto il Mondo. Le tensioni decennali fra la Repubblica Popolare cinese (ovvero la Cina continentale) e la Repubblica di Cina (nome ufficiale del governo di Taiwan) si erano andate acuendo nel corso degli ultimi anni, sebbene lo scoppio della pandemia di Covid-19 avesse momentaneamente sopito la tradizionale ostilità.

Negli ultimi sei mesi, tuttavia, la temperatura nella regione ha ripreso a crescere, toccando l’apice nel corso dei primi giorni di ottobre, quando non meno di 150 caccia cinesi hanno compiuto ripetute violazioni dello spazio aereo taiwanese. Non sono mancate le reazioni (per quanto esclusivamente verbali) dal governo di Taipei, alle quali la Cina ha replicato con la consueta alterigia. Ovviamente il supporto statunitense non si è fatto attendere, con tanto di delegazione del Congresso americano in visita nella capitale taiwanese (altra mossa molto poco gradita da Pechino, che in un comunicato ufficiale due giorni fa ha invitato gli Usa a “porre fine alle collusioni con i secessionisti sull’isola”).

Fonte: Corriere della Sera

L’espressione “secessionisti” introduce il tema del contendere: la difficile situazione fra i due attori asiatici risiede proprio nel fatto che l’isola di Taiwan (un tempo conosciuta come Formosa) costituisce un territorio rivendicato dalla Repubblica Popolare sin dai tempi della fine della guerra civile cinese nel 1949, quando le restanti forze del Partito Nazionalista, avversario dei comunisti di Mao Zedong, ripararono sull’isola sotto la tutela della flotta americana. Nel corso degli anni la posizione taiwanese, benché favorita dalla generale ostilità delle potenze occidentali per la Cina comunista, incominciò a declinare, conducendo ad un sempre maggiore isolamento internazionale dell’isola a favore del più grande vicino continentale.

Se, dunque, con il tempo, le ambizioni della Cina nazionalista di riprendere il controllo di tutto il Paese andarono naufragando, non fu lo stesso per quelle di Pechino, intenzionata più che mai a riacquistare il controllo di un territorio così strategico. Strategico in quanto – al netto della retorica politico-ideologica relativa alla riunificazione dell’intera madrepatria – la posizione dell’isola costituisce un notevole problema per gli strateghi di Pechino.

La sua particolare posizione, posta a meno di 200 km dalle coste cinesi, costituisce una grave costrizione per l’espansione marittima cinese (sia dal punto di vista militare che commerciale, dato che le maggiori rotte marittime dirette verso i porti cinesi si vengono a trovare all’interno del raggio di azione delle forze taiwanesi). Il mastodontico progetto della cosiddetta “Nuova Via della Seta” (nota ufficialmente con l’acronimo “BRI – Belt and Road Initiative”), con la quale Pechino intende rendere la Cina il principale attore commerciale dell’Eurasia, non ha fatto altro che rendere ancora più pressanti le esigenze di sicurezza delle rotte marittime, considerando che saranno esse a sostenerne l’onere maggiore.

Il Presidente cinese Xi Jinping ha posto la riconquista di Taiwan come uno degli obiettivi principali da raggiungere entro il 2050, cosa che però non esclude di per sé un intervento anche in tempi anticipati. Difatti è grazie anche e soprattutto a questa nuova proiezione che le forze navali cinesi hanno goduto di una implementazione degna di una potenza degna di questo nome.

Pensiamo, giusto per fare un esempio, ai programmi di realizzazione delle nuove portaerei: la Marina del Popolo, fino a 4 anni fa, disponeva solo di una datata portaerei, la Liaoning, residuato bellico sovietico; ad oggi, dopo un varo a tempo di record, la marina cinese dispone di 2 portaerei già operative, mentre almeno altre due unità equivalenti sono in fase di impostazione.

Tutto ciò non può che allarmare il governo di Taipei, il quale da sempre conta sul potenziale americano per difendere la sua autonomia ma che conosce perfettamente i rischi che comporterebbe un conflitto con il colossale vicino continentale, le cui forze navali, aeree e terrestri sopravanzano di numerose volte quelle delle forze taiwanesi. La sproporzione è stata cristallizzata in un documento appena pubblicato dalle stesso governo di Taiwan, ovvero il “Report sulla difesa nazionale”, pubblicato su base biennale fin dal 1981 e la cui versione per il 2021 è stato reso pubblico lo scorso 9 novembre.

Dal punto di vista “convenzionale” le forze di Taiwan, nonostante la lunga e costante collaborazione con gli Usa sia dal punto di vista dello sviluppo delle tecnologie militari che dell’addestramento del personale, non sembrano in grado di difendere gli obiettivi prioritari, tant’è che le forze di Pechino (per ammissione dello stesso documento) sarebbero in grado di mettere fuori uso le infrastrutture portuali ed aeroportuali dell’isola con un impiego di risorse minimo.

A questo si aggiunge il grande investimento cinese nel campo della “guerra asimmetrica”, ricomprendente anche un innovativo utilizzo dei più sofisticati sistemi di intelligence (fra cui spionaggio satellitare ed aerei spia), che permetterebbero all’eventuale aggressore di conoscere in anticipo i punti deboli del sistema di difesa, nonché del ricorso alle armi della guerra cibernetica.

A metà fra questi due aspetti si inseriscono le continue incursioni cinesi nello spazio aereo taiwanese, con i quali la Cina spera non solo di testare il grado di reazione del dirimpettaio insulare ma anche (e forse dovremmo soprattutto) creare un clima di tensione fra la popolazione e le istituzioni.

In tutto ciò gli Stati Uniti si trovano in una situazione difficile, avendo rinunciato nel 1979 a riconoscere ufficialmente la legittimità del governo taiwanese, ma allo stesso tempo essendosi impegnati nel garantire la sua difesa da minacce esterne. Qualora le pressioni cinesi dovessero aumentare di intensità, il livello dello scontro, finora consistente in semplici forme di attrito, potrebbe presentare una significativa evoluzione qualitativa.

Verosimilmente, fra non molto la potenza statunitense sarà costretta a decidere se continuare con un atteggiamento di prudente inerzia nella regione o, per converso, rischiare una guerra aperta pur di non concedere all’avversario cinese di ottenere una completa sicurezza delle proprie coste ed il libero accesso all’Oceano Pacifico.

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