Summer Leto: un romantico bisogno di libertà

di Gianluca D’Alessandro

Summer Leto: un romantico bisogno di libertà

di Gianluca D’Alessandro

Summer Leto: un romantico bisogno di libertà

di Gianluca D’Alessandro
3 minuti di lettura

Iniziamo a dirvi che questo cinema non vuole raccontare molti eventi, non ci prova neanche a creare un intreccio complesso e variegato che possa farvi odiare un personaggio anziché un altro, invece sceglie di narrare la quotidianità degli anni ’80 in Russia, dove alcuni musicisti s’incontrano, discutono, suonano, fumano e bevono, non contemporaneamente ma quasi. Potreste rimanere abbastanza intimiditi da tutto ciò, noioso e troppo di nicchia potreste pensare, (forse) tuttavia l’opera di Kirill Serebrennikov riesce a creare e raccontare tantissimo attraverso azioni semplici, costruendo un ricordo malinconico di ciò che sarebbe potuto ma che invece non è mai successo.
Basato sull’inizio musicale del cantante russo Viktor Coj, Summer (in originale Leto) si concentrerà su tre personaggi: Viktor Coj, Mike Naumenko e sua moglie Natasha. In un bianco e nero che ricorda la nouvelle vague, il menage a trois composto da questi tre personaggi non vive di scontri ma di musica, tutto scorre con essa; dal portare un caffè a una riconciliazione, per arrivare a un tradimento. I personaggi sembrano vivere di canzoni e di tutto ciò che ne consegue: riflessioni sull’ideologia di un lontano Paese, vite piene di eccessi e testi senza significato pregni di chissà cosa. Culture distanti come America e Russia possono avere anche qualcosa in comune nella musica, non tutti però sono d’accordo, i brani sono portatoti di un’ideologia ed essa potrebbe essere in contrasto col popolo russo che vede gli Stati Uniti come avversario storico e viceversa.

“Cantate le canzoni del nemico”

Se un tipo di repressione c’era e potevamo immaginarlo, è molto interessante vedere come i musicisti sovietici debbano avere un ruolo sociale ben attivo; perciò le canzoni prive di critica e messaggi politici accettati sono inutili, non parlano di nulla secondo alcuni character. Per Victor Coj non è così. Lui, attraverso le canzoni presenti nel film, esprime tantissime sensazioni diverse che vive o semplicemente ascolta, istanti di vita che entrano nell’immaginario di un musicista molto peculiare, affiancato da Mike e da sua moglie Natasha. Se Mike disperde consigli su come produrre e suonare, Natasha spinge Victor a trovarsi una fidanzata, pur avendo lei stessa un’infatuazione per il bizzarro chitarrista. Il bisogno di libertà è messo in scena dal regista con un romanticismo disarmante, egli guarda al passato e riconosce alcuni limiti del periodo, caratterizzato dal voler avvicinarsi a cosa si vuole, non importa se sia una moglie sposata o uno stile musicale lontano anni luce.

Se a un primo sguardo può sembrare una versione molto più adulta di Sing Street per come si vive la musica giorno per giorno, in realtà i “mai successo” nel film sono molti, lasciando un gusto amaro a fine visione. Difficilmente non sarete affascinati dalle immagini che si susseguiranno durante Summer, che, anche senza dialoghi, riescono a far riflettere sulle relazioni interpersonali e su come la musica nel bene o nel male possa rivelare i sentimenti di una persona. Anch’esso inserito nel revival anni ’80 che incomincia a svanire, il film narra un periodo molto controverso, in cui durante una performance rock non ci si scatena ma si ascolta in silenzio, facendo anche dell’ironia su alcune situazioni non comuni e davvero buffe. Usciti dalla sala, potreste aver voglia di ascoltare album e discuterne con altri, solo perché Summer vi ha trasmesso la propria costante filmica: la musica.

di Gianluca D’Alessandro, all rights reserved

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