Storia di un muro. Sguardi al confine tra Israele e Palestina

di Marianna Marzano

Storia di un muro. Sguardi al confine tra Israele e Palestina

di Marianna Marzano

Storia di un muro. Sguardi al confine tra Israele e Palestina

di Marianna Marzano
6 minuti di lettura

E’ sera. La pioggia cade silenziosa e leggera. I rottami e le baracche tutt’intorno contribuiscono a rendere l’atmosfera lugubre e cupa. Il muro si erige massiccio, severo, in tutta la sua imponenza. “The largest prison in the world”, “make hummus, not wall”, “free Palestine” si legge camminando. I graffiti sono tantissimi, e sembrano gridare parole tanto necessarie quanto inascoltate. […]

Betlemme, muro di separazione tra Israele e Territori Palestinesi. Per comprendere la storia di questo muro dobbiamo tornare al 1949, anno in cui si conclude la prima fase del conflitto arabo israeliano. In quell’anno viene firmato un armistizio che stabilisce i confini tra i Paesi e la linea di separazione viene chiamata Green Line, Linea Verde. Nel 1967 la Guerra dei Sei Giorni modifica nuovamente il quadro territoriale: Israele acquisisce nuovi territori, occupa militarmente la Giordania e si riprende Gerusalemme. Tra il 1987 e il 1993 scoppia la prima intifada, rivolta popolare palestinese. Nella primavera del 2002, a seguito della seconda intifada, il governo israeliano decide di costruire un muro lungo la linea di confine per limitare gli attentati suicidi palestinesi. Oggi la barriera segue solo grezzamente la Green Line, dividendo a volte villaggi e comunità palestinesi. Nel 2004, la Corte internazionale di giustizia ha affermato che la barriera viola il diritto internazionale costituendo di fatto l’annessione di territorio palestinese all’interno di Israele, oltre a rappresentare un ostacolo al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. LaLinea Verde, concepita come segno di una ripartizione pacifica dei territori, attualmente è la base del muro, simbolo di un conflitto più che mai vivo e della profonda distanza da qualsiasi idea di pace.

Ad oggi, il quadro territoriale dei Territori Palestinesi è estremamente complicato. Nel 1993 furono firmati gli accordi di Oslo, dichiarazioni di principi sui modi e sui tempi per avviare l’autonomia palestinese. Secondo questi, i Territori Palestinesi avrebbero compreso Cisgiordania e Striscia di Gaza, amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Dal 2006 tuttavia i militanti islamici di Hamas, considerati un’organizzazione terroristica, hanno preso il controllo della Striscia di Gaza.

La Cisgiordania è ancora divisa in tre aree. L’area A (18% del territorio) è sotto totale controllo dell’ANP; l’area B (22% territorio) è sotto amministrazione palestinese ma sotto controllo militare israeliano; l’area C (60% del territorio) è sotto completo controllo israeliano. Nell’area C i palestinesi sono impossibilitati a costruire edifici, le terre sono confiscate dall’esercito israeliano e alcune strade non sono accessibili. Nell’area A e B la possibilità di movimento dei palestinesi è limitata: le vie di comunicazione sono controllate dall’esercito israeliano attraverso numerosi checkpoint. L’accordo di Oslo prevedeva che le zone B e C sarebbero state progressivamente trasferite all’ANP con l’obiettivo di formare un unico Stato; il processo si sarebbe dovuto concludere nel 2000 ma non è mai avvenuto.

Al contrario, la politica di espansione d’Israele sembra inarrestabile.

Cruciale è la questione delle colonie, gli insediamenti israeliani che dal 1967 continuano a diffondersi nei Territori Palestinesi. Ad oggi sono 132 sono quelli riconosciuti ufficialmente, per un totale di circa 400mila coloni. Gli insediamenti sono abitati da fanatici religiosi ma anche da giovani attratti dagli incentivi fiscali. La comunità internazionale considera le colonie illegali. Secondo la Convenzione di Ginevra, è proibito ad uno Stato Occupante trasferire civili nei territori occupati. Per la Corte internazionale di giustizia la Cisgiordania è da considerare un territorio occupato, mentre il governo israeliano la ritiene un territorio conteso, e sostiene che, anche se applicata, la Convenzione vieterebbe solo i trasferimenti coatti di civili e non il movimento volontario delle persone. Il 23 dicembre 2016, nella Risoluzione 2334, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto ad Israele di porre fine alla sua politica di insediamenti “esprimendo grave preoccupazione per il fatto che le continue attività di colonizzazione israeliane stanno mettendo pericolosamente in pericolo la possibilità di una soluzione dei due Stati”.

Il 27 dicembre 2019 il presidente americano Donald Trump ha affermato che le colonie israeliane non sono del tutto illegali.

Tali affermazioni giungono dopo che nel maggio 2018 il presidente USA aveva riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele, spostandovi la sede della propria ambasciata. In risposta l’UE e la comunità internazionale hanno ribadito la loro contrarietà alle attività di insediamento, senza però sanzionare Israele. Il 28 gennaio 2020 Trump ha presentato un piano di pace tra Israele e Palestina, che stabilisce l’annessione da parte di Israele della valle del Giordano e di interi blocchi di insediamenti in Cisgiordania. E’ previsto poi un massiccio versamento di denaro a favore dei palestinesi. La notizia ha scatenato proteste in Cisgiordania e a Gaza. “Gerusalemme non è in vendita, e i nostri diritti non si barattano” ha affermato il presidente palestinese Abu Mazen respingendo il progetto.

Nei sanguinosi e continui scontri tra Israele e Palestina si percepisce l’eco di tensioni antiche, figlie di una terra da sempre tormentata e contesa. Il conflitto arabo israeliano si conferma come uno dei più complessi e drammatici della storia. D’altronde, un dato è certo: non si può pensare ad un progetto di pace senza il rispetto degli accordi. La politica israeliana ha dimostrato, in tal senso, di aver sorpassato dei limiti. Attraverso la pericolosa alleanza tra Israele e USA, c’è il rischio che tale politica sia portata all’estremo, giungendo ad un punto di non ritorno. E’ impossibile pensare ad una soluzione negoziata senza la capacità di guardare l’Altro e di riconoscerne i diritti. Senza la volontà di comunicare davvero e non attraverso un muro.

[…] Il gruppo con cui sono si è fermato ad un negozio di souvenir. Restiamo lì per ripararci, mentre la pioggia comincia a farsi più fitta. Incrocio per un attimo lo sguardo del ragazzo che gestisce il negozio. Difficilmente dimenticherò quegli occhi. Rassegnazione? Paura? Sofferenza? Resistenza? Una richiesta di aiuto? Mi perdo in quella profondità e in tutto quello che due occhi possono gridare. E d’improvviso il buio e la pioggia mi entrano dentro. D’improvviso è tutto buio. I colori dei graffiti si spengono, e questo posto è reale. Ci sono io con la mia macchinetta fotografica, io che tra pochi giorni sarò a casa, mi alzerò la mattina, aprirò la finestra e potrò vedere il cielo. E c’è lui, che domani si alzerà e verrà a lavorare qui. Davanti al muro. Un muro grigio ed inumano, un muro che ti impedisce di vedere ogni cosa. E d’un tratto odio questa calamita che ho appena comprato, questo oggetto così inutile e consumistico che mi rende ciò che sono. Presa dai miei pensieri, mi estraneo. Ma una voce mi risveglia. E’ Kalid, la guida che ci accompagna. “Hai visto?” –afferma indicando il negozio pieno di souvenir– “I Palestinesi riescono a creare qualcosa di bello anche davanti ad un muro”. Lo guardo. Gli sorrido. La pioggia continua a cadere, il buio si è fatto più fitto. Apro l’ombrello e mi metto di nuovo in cammino.

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