Storia di un matrimonio all’italiana. E delle cose che in fondo non dimentichi

di Cara Futura Rigby

Storia di un matrimonio all’italiana. E delle cose che in fondo non dimentichi

di Cara Futura Rigby

Storia di un matrimonio all’italiana. E delle cose che in fondo non dimentichi

di Cara Futura Rigby
9 minuti di lettura

Mio fratello si sposa sabato e la mia famiglia italiana è chiamata ad andare in Francia. Dopo la notizia, ognuno acquisterà un biglietto per sè in base al giorno in cui potrà arrivare: tra lavori, famiglie e ferie, ognuno ha un volo diverso. O forse no. Afferro le mie quote di autonomia e decido di imbarcare la mia persona giovedì. Soltanto nei mesi successivi scoprirò, invece, che metà dell’aereo è stato invaso dalla mia famiglia. Da Anzio, all’Umbria, sul volo FR9795, ci sono molti miei cugini, quote di zii e dotazioni di nipoti. Nelle ore limbiche dal trenino al check-in decido di darmi appuntamento con Andrea, il mio amico pilota. Ci diamo appuntamento per pranzo, dentro l’aeroporto. Andrea fissa il piatto che ha davanti a sè, ha finito un turno, è stanco e si vede, deve ripartire con un altro volo. “Fammi vedere una foto di Roma”, dice Andrea che fa il pilota, che sopra Roma ci capita spesso, ma che invece dentro Roma ci entra raramente. Dice che è come alcune cose della vita, su cui voli sempre da lontano, ma purtroppo non riesci mai ad avvicinare. Dice che nella vita abbiamo bisogno di qualcosa da cui tornare, ma che oggi non ne vuol parlare. Dice “Fammi vedere una foto di Roma”. Manda giù il suo pasto e rimane in silenzio. Saluto Andrea e riprendo la mia valigia di vestiti inamidati ed eccitazione infantile. È al check-in che riassumo il senso delle cose.

La mia famiglia è radunata in piccoli nuclei.

Di fronte al banco per imbarcare i nostri bagagli, sono schierati Pietro e Caterina. Al centro intravedo Carmelo e Margherita. Barbara, figli e marito sono proprio dietro di me. La coda è chiusa da Lorenzo e Giorgia.

La mia famiglia ha il pregio di essere socievole, ma spesso questo crea problemi di ordine pubblico e scompiglio sociale. Per cui, con un tasso di decibel decisamente sopra la media, Pietro, a voce alta e dal principio della fila, mi chiede se ai francesi “Glielo facciamo vedere come imitiamo Richard Benson, che quelli mica lo sanno chi è Richard Benson”. Il resto dei viaggiatori assiste silenzioso ai dialoghi sguaiati che i miei parenti mettono in scena senza la minima coscienza del fatto che siamo di fronte a dei completi sconosciuti perlopiù non interessati ai nostri racconti parentali. Ma tanto siamo nello stesso banco di quelli che partono per Ibiza. E quest’unione, benchè casuale, sembra quasi  essere perfetta. Tiziano, arrivato come sempre in ritardo, si esercita col francese, molto male e in modo decisamente fallimentare. Ma non vogliamo deluderlo e tutti gli diciamo che sì, va bene, a parte quel vago accento barese che, insomma, non è proprio a favore dell’orgoglio nazionale.

Quando le cose vanno male al check-in parte da davanti una voce che dice “Chicca tu che sei filosofa vieni un po’ a parlà con questa!”. “Chicca” sono io e la “filosofa” sono sempre io: ecco, la mia laurea in Lettere non è mai stata particolarmente digerita da tutto il parentame, come tutte quelle lauree che destano un po’ stima e un po’ sospetto, come tutte quelle facoltà in cui se non riescono a collocarti in un preciso ambito lavorativo, allora sei anche fuori da qualunque forma di stima o meritato orgoglio: “Ma voi precisamente che fate?”, “Ecco mia nipote, la sociologa”, “Ma con la Storia si trova lavoro?”. Quando c’è da sbrogliare qualcosa, comunque, “qualcuno che parli bene” è sempre necessario. “Chicca, tu che sei filosofa vieni a parlà con questa!”, dice mio cugino lì di fronte al rullo. “Questa” è una hostess di terra che ahimè ha incontrato sul suo cammino lavorativo, oggi, l’intera mia stirpe. Sì, ti capisco, pensa che io sono 35 anni che me li ritrovo a tutti i Natali di nostro Signore.

Essere riusciti ad imbarcare le valigie ci è sembrata un’ impresa epica e dai controlli di sicurezza fino alla carlinga, la mia famiglia si muove in modo cosi delicato e discreto che potresti dire di essere dentro ad una scena qualunque collocata a piacimento tra l’aereo di Fantozzi e “Vacanze in America” di Christian De Sica.

Arriviamo al gate e ormai i discorsi sono definitivamente arenati sui gossip del paese o sugli inciuci familiari; e l’inquinamento acustico dovuto alla mia quota di parentela è situato a metà tra la Sagra della Porchetta e un concerto di Vasco Rossi.

Vado in bagno e torno verso l’imbarco.

Li guardo da lontano parlare e sbracciarsi, litigare e ridere e penso ai miei anni di analisi. Penso alle cose che ti hanno addolorato e a quelle a cui invece sei grato, penso a ció da cui vuoi differenziarti e a ciò a cui senti invece di appartenere. Sospiro e mi avvicino per estrarre il documento da mostrare alla hostess. Mio nipote mi guarda, mi prende la mano. Dice: “Zia, posso mettermi vicino a te in aereo?” Nella mano destra la carta di identità per dirti chi sei, nell’ altra mio nipote.E questa, in fondo, mi sembra un gran giusta metafora. E, alla fine di tutto, anche la cosa più bella del mondo.

Con una certa fatica, ci sembra quasi un miracolo aver concluso quasi degnamente i primi due giorni francesi. Scopro che in francese “municipio” si dice “la mairie”, che è femminile ed è una parola simile a “mare”, che in francese si dice “la mer” ed è femminile anch’ esso. Incontro mio cognato per la prima volta in vita mia: è bello, coetaneo, parla italiano male male male e con la R moscia, è alto, bello l’ho già detto ma è uguale, fa il fotografo, è riccio, biondo, mi sorride, mi dice che ormai siamo parenti con una dolcezza e tenerezza che io vorrei chiedere l’espatrio subito. Ed è anche bello, non volevo rischiare di dimenticarlo. Si chiama Alan, che in francese si pronuncia proprio Alan, nudo e crudo così come è scritto. Ma io lo chiamerò per tutto il tempo Alain, come Alain Dèlon, trasformando quella A in E. Lo chiamerò in modo inesatto e lui, per tutto il tempo della mia permanenza, non avrà il minimo coraggio di dirmi che sto sbagliando. Lo scoprirò soltanto tornata in Italia, quando inveendo contro mio fratello per avermi celato di avere un cognato così bello, mi ammonirà di aver pronunciato il suo nome in modo scorretto. Ho un cognato bello, alto, fotografo, biondo, garbato, riccio, mi sorride, mi evita una figura di merda a rivelarmi che lo sto chiamando in modo errato e che adesso potrà dire di avere una cognata scema. E io lo ribattezzo Alain, come Alain Dèlon. Perchè è bello. Ed è anche mio cognato, adesso.

La mia famiglia, invece, ha ribattezzato la località Aubagne come “Settebagni” e mio padre ha passato la prima cena a spiegare i proverbi italiani mimandoli. È passato poi a illustrare cosa è il bollo, cosa è l’Aci e chi era Zeman. Anche se lui il francese non lo sa. E non sono nemmeno certa che a qualcuno fregasse qualcosa. Ogni volta che viaggi, capisci subito che si ha sempre la stessa identica tendenza: quella cioè ad assimilare le cose del luogo a quelle del proprio paese di origine. Mi sono sempre soffermata su questo fenomeno transitorio volto a rendere familiari le cose straniere, a poterle sentire, cosi, forse meno distanti.

Mio padre va comunque fortissimo su una frase che ha imparato e che è “On y va” che deve aver capito essere qualcosa come “Andiamo, forza”. Dice che fa gruppo e che è una sorta di incitamento. E per questo la usa ovunque, nostro malgrado.

Mia madre piange a cena ricordando che durante la Seconda Guerra Mondiale, mio nonno fu fatto prigioniero proprio a Marsiglia e portato, subito dopo, con una nave in Africa. Dice che si salvó inventando ai carcerieri che sapeva cucinare, “Che al cibo nessuno rinuncia e che se dichiari di saper fare almeno il pane, hai una speranza in più che ti tengano in vita”, diceva mio nonno. A scappare dalla prigionia africana fu aiutato dagli africani stessi, e anche da un turco e da un greco. Se la fece a piedi fino in Italia e quando incontró l’aeroporto Marizsa, a Rodi, capì che era salvo. La primogenita, che poi è la sorella di mia madre, la chiamó proprio Marisa, in suo onore, perchè dice che le cose che ti salvano te le devi sempre ricordare. Fu poi circa 20 anni dopo che mio nonno decise di aprire un ristorante. Chissà se fu un caso.

Daniele è il compagno di banco delle superiori di mio fratello, ed io e lui, entrambi testimoni, ieri abbiamo fatto le prove in Chiesa. Io rimango a parlare con il sacerdote di lingua italiana. È un francescano nato in Croazia. Dopo un po’ mi chiede come mai intuisce un mio impaccio su alcune domande. Gli dico che il motivo è perchè sono agnostica e che, con le cautele del caso, sono abbastanza certa che non esista un Dio e che dopo la morte non ci sia nulla. Parliamo del testamento biologico e del fine vita, della procreazione assistita e della tolleranza, cosa è la carità e il senso di uno Stato laico. A parte due mie battute sui gesuiti e su Padre Pio e le sue insofferenze per la mia fede acquosa e insapore, ci portiamo a casa un dialogo civile, seppur da due punti di vista che più lontani non possano dirsi.

E alla fine, quando ci salutiamo, io e il francescano, siamo davanti alla Chiesa, è pomeriggio e fa freddo, dobbiamo tornare a casa che ormai è tardi. Ci diciamo a fare un pezzo di cammino comune così, almeno, potremo più facilmente ritrovare insieme la strada del ritorno.

Ed è li, con vicino un sacerdote, che penso che alla fine forse il mondo non si divide tra chi crede e chi no, tra chi parla il francese e chi no.

Il mondo, invece, mi sa che si divide tra chi sceglie di ricordare da chi è stato salvato e chi preferisce dimenticare pur di non salvare un ricordo.

Ma soprattutto, mi sa che il mondo si divide tra chi sceglie di far morire in mare un essere umano e chi invece no.

Con i miei, qui in Francia, abbiamo preso una casa.Nella notte prima della cerimonia, io e mio fratello, dopo circa 19 anni, dormiamo nuovamente nella stessa camera. Lui apre le finestre perchè sente caldo, io dissento contrariata perchè mi costringe a dormire con il piumone e un carico di felpe.

Per il mio letto ha chiesto due cuscini.

Dice che si ricordava che dormo così.

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