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“Che ti credi, guerra e amore non sono poi cosi diverse”, dice Lorenzo.
A Lorenzo dico che non posso essere sua moglie. Non per una vita intera.
Ma per una sera, forse, sì.
I viaggi sono un po’ questo: un modo umano per accorciare le distanze tra noi e gli altri, per incontrare qualcosa di noi attraverso l’incontro con gli altri, per allenare i nostri occhi su paesaggi umani e non solo naturali.
Sarà che in viaggio si riscoprono le stesse cose, le stesse cose che capitano nella vita normale, ma si riscoprono diverse.
Accade in viaggio che le vite degli altri sfiorino la tua. Che la tua vita si trovi accanto a quella di un altro che fino a due minuti prima è la vita di uno sconosciuto e dopo alcuni minuti diventa la vita di uno sconosciuto-che-poi-hai-conosciuto, a cui hai fatto domande e da cui si è appreso qualcosa.
Accade che un modo per far sopravvivere certi ricordi, per evitare che essi muoiano sotto le macerie di una vita veloce, sia poterli mettere in salvo, sia potergli ridonare il vento della freschezza, sia poterli rendere immortali al cospetto di una caducità verbale.
E allora è febbraio, e allora è freddo e allora a questa estate manca molto.
O forse poco.
Dall’estate scorsa mi dividono all’incirca sei mesi e dalla prossima mi dividono all’incirca sei mesi. E allora sto al centro, esattamente al crinale tra la malinconia passata e il desiderio futuro. E allora, io spero tu stia bene, Lorenzo, spero che questo ricordo riconsegni vita ai miei ricordi e riconsegni respiri profondi a te. A te che sei oltre il mare della Sicilia, a te che ora non so come tu stia. Ma questo è il mio modo per farti tornare. Per farti tornare alla mia mente.
E allora in Sicilia si incontra la gentilezza gratuita di persone che ti offrono ospitalità, garbo e cortesia a costo zero. Senza avere in cambio nulla, senza richiedere nulla a bilanciamento. Sembra che in Sicilia alcune fini maniere siano solo il prezzo dello stare insieme, siano solo l’attenzione benevola che un umano dà a un altro umano.
Capita di incontrare Lorenzo che è un paracadutista, che è tornato nella sua città per i tre mesi estivi, perchè il suo anno si divide in 9 mesi in Libia e 3 a casa. La sua vita è una rotazione perpetua tra guerra e stasi, tra estero e Skype alla famiglia.
Io di guerra e paracadute non se so niente, per me che la guerra è sempre e solo stata raccontata e per me che ho le vertigini anche se salgo sul marciapiede di Piazzale Flaminio.
Lorenzo mi spiega cosa fa e mi chiede se ho mai visto “American Sniper”.
Dico a Lorenzo che no, non l’ho mai visto, che se vuole può raccontarmelo lui.
E invece sì, io “American Sniper” I’ho visto, ma gli dico una bugia.
Mento a Lorenzo e spero che lui perdoni questa menzogna, perchè in fondo e, in certi casi, ho sempre pensato che potesse avere ragione David Lynch quando dice di non amare le telecamere: “Preferisco ricordare le cose come le ricordo io.” E io preferisco ascoltare le cose come le ricorda qualcuno, perchè credo che in ciò che ognuno ricorda ci sia il segreto dei suoi occhi e di quanto ha da dirti.
Lorenzo mi racconta la sua vita e del suo ricordo di “American Sniper” e prova a spiegare a una comune mortale cosa si fa in aria e cosa si fa fuori dai confini nazionali. Quello che Lorenzo ricorda di “American Sniper” non è tanto la vita di un cecchino in guerra, quanto quello che accade una volta tornati a casa, quello che accade durante la notte quando vorrebbe dormire, ma a dormire non ci riesce. Forse a Lorenzo preoccupa più la vita di quando è fermo che quella di quando è in movimento.
A Lorenzo chiedo se la guerra sia etica e come ci si senta a lavorare in certe condizioni. Dice che in guerra e in terra non c’è giustizia, che non esistono guerre giuste e che ogni tanto pensa che “guerra e amore sembrano a volte la stessa cosa.”
Dice che tra due anni “smette” e che un buono stipendio è il prezzo di una vita e un futuro che spera essere migliori, sebbene il futuro e la vita migliore siano pressochè difficili da immaginare e costruire quando sei per 9 mesi fuori casa, col culo su un oggetto volante e quando torni a casa, desideri spegnere il rumore dei 9 mesi alle spalle e annullare il pensiero della partenza che presto arriverà di nuovo.
Credo che Lorenzo scherzi quando mi dice se lo voglio sposare perchè ha “l’impressione che quelle come me potrebbero resistere a distanza, potrebbero sopravvivere alla lontananza di un marito in Libia per 9 mesi”.
Ma credo che Lorenzo non scherzi quando gli dico di raccontarmi meglio della Libia e mi dice che non ne ha affatto voglia, abbassa gli occhi e cambia discorso.
A Lorenzo ho creduto quando mi ha chiesto di sposarlo, quando ha preso un anello di plastica da una bottiglietta di acqua e me lo ha infilato all’anulare. Gli ho creduto perchè è da quando alle elementari Suor Maria mi ha costretto a interpretare il ruolo di Babbo Natale nonostante io fossi di genere femminile (e poi vaglielo a dì che adesso è in ballo tutta questa storia sulla teoria del gender) che il mio narcisismo non ha smesso di aver bisogno di qualcuno che ogni tanto mi dica che non sono Babbo Natale, ma quantomeno un essere gradevole. E allora io credo a tutti. Anche a Lorenzo, stasera.
A Lorenzo però dico che non posso essere sua moglie perchè soffro di un disturbo d’ansia generalizzato che mi coglie persino quando non riesco a disporre le sedie nel giusto ordine di accostamento al tavolo e allora figuriamoci se avessi per giunta un marito in Libia per 9 mesi e addirittura paracadutista. Dovrei fare l’abbonamento al Pronto Soccorso, corsia preferenziale per mogli di paracadusti in Libia e una dose quotidiana di Lexotan sul pancarrè a colazione.
A Lorenzo devo una proposta di matrimonio, un diamante di plastica e l’aver incrociato la mia vita.
Lo saluto e Lorenzo mi chiede di aspettarlo altri due anni, che tra due anni finisce questa vita.
Se non posso aspettarlo per due anni, dice almeno di aspettarlo per altre 12 ore, di ritardare la partenza che domani ho in programma.
Ma io, caro Lorenzo, domani pomeriggio lavoro e, no, non posso ritardare di 12 ore il mio aereo e la mia vita. Io non sono così audace, credo di essere invece abbastanza codarda in alcune decisioni, la mia vita ha difficoltà a fermarsi e figuriamoci se una con le mie incertezze se la sente di annullare il lavoro. Io non ho il coraggio e l’eroismo omerico di Penelope. Quelle come me, lui non ci ha visto affatto bene, quelle come me non saprebbero reggere un fidanzato in Libia, in aria, quelle come me non hanno la forza delle Penelopi nel mondo. Quelle come me sembrano autonome e indipendenti, ma non sono come lui pensa che io sia. Lorenzo mi chiede a che ora ho il volo e fino all’ultimo guardo dal finestrino dell’aereo per paura che accada qualcosa, che ad esempio si butti da un aereo vicino.
Sì, Lorenzo, io soffro di un disturbo d’ansia generalizzato verso la vita e verso il mio futuro e il tuo anello di plastica è per me un prezioso regalo, è un modo per ricordarmi che il paracadute dovrei metterlo io per affrontare questa esistenza, è un modo per ricordarmi che la mia vita si divide tra un “nascondino” e il coraggio di esistere. Il tuo anello, caro Lorenzo, è per ricordarmi di quando io ho provato a scegliere un amore a distanza, ma non sono riuscita a convincere l’altro “Lorenzo” che si potesse amare qualcuno tanto da preferirne anche la sua mancanza.
“Che ti credi, guerra e amore non sono poi cosi diverse”, dice Lorenzo.
L’anello di plastica di Lorenzo, le mie incertezze che hanno il costo di un disturbo d’ansia e le sue certezze che hanno il prezzo di un paracadute in aria, sono i regali dell’estate.
I regali di quando ti ricordi che la vita è una cosa bella, che la vita è un buon posto in cui potersi ritrovare insieme.
Essi sono i regali di quando ti ricordi che molte vite incrociate, vissute all’interno della stessa vita e dello stesso mondo, sono ricchezze senza prezzo che non andrebbero barattate per niente al mondo.
Nemmeno per una vita ordinaria.
Sono ricchezze che rendono pregiate le vite degli altri, rendono pregiati i viaggi come qualcosa di rara unicità umana e rendono pregiato anche un anello nuziale di plastica per un matrimonio durato il tempo di una sera d’estate.
E quella sera, mentre Lorenzo parlava di guerra e casa, di ingiustizie terrene e di una vita in aria vissuta a fasi alterne, un cantante di strada suonava “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan.
“How does it feel, how does it feel? To have you on your own, with no direction home. Like a complete unknown, like a rolling stone.”
Credo che questo nella vita si chiami casualità. Che una canzone suoni certe parole, in un certo preciso momento.
Credo si chiami casualità.
O magari no.
E’ una notte di un comune 10 ottobre.
E’ tardi e le mie dita scorrono veloci su un documento lavorativo, scorrono automatiche con la freddezza di un gesto inumano.
I miei occhi cadono sul desktop e su un numero accanto al segnalatore delle mail.
Il numero mi avverte che qualcuno richiede la mia presenza su una sua qualche comunicazione e il mio animo non può che rimarne scocciato.
Apro la mail con l’intento di dover sbrigare l’ennesima grana, con l’intento di dover rendere conto dell’ennesima bega da dover sbrogliare.
Il tempo è ormai una consecuzione scandita dal suono delle dita sui tasti.
E invece il tempo si congela.
E invece la mail è di Lorenzo.
Cara te,
ieri ascoltavo i Soundgarden e credo di averti pensato un po’ di più.
Qui le cose vanno bene.
Vanno bene e, come dicevi tu, se lo ripeti due volte consecutivamente puoi crederci davvero. Comunque, non al peggio del possibile.
Volevo scriverti, ma è poco che sono qui e mi sembra di non avere granchè da dire.
Qui non si vede molto: si vede polvere e giallo, per molte ore al giorno.
Almeno una volta al dì, aria e vento.
Forse una sola volta a settimana, mare e tosse.
Molti volti nuovi e alcuni soliti, nessun volto familiare.
L’unica cosa che aiuta è l’immaginazione e il ricordo di chi è oltre quel mare. Credo che questo mi aiuti: credo mi aiutino i ricordi da rievocare nella mente.
Ho qualche foto, ma finchè possibile preferisco non guardarle e allenare la memoria: sono immagini ferme nel tempo e aumentano la nostalgia.
Mi è capitato che di giorno non riuscissi a ricordare bene il tuo volto. Di giorno il cuore è scandito da battiti veloci e attese sospese, la mente fatica un po’.
Peró di notte, quando la polvere si posa a terra e i pensieri si quietano, tutto sembra più calmo e riesco a ricordarti.
Ho ricordato l’ultima volta, quando ti ho salutato con un bacio in fronte ed ho sentito che stavi sorridendo.
Ecco, ricordo il rumore del tuo sorriso silenzioso.
E mi fa compagnia.
Spero tu stia bene,
L.
di Cara Futura Rigby, all rights reserved
SPERO TU STIA BENE ultima modifica: 2017-03-02T12:00:05+00:00 da Cara Futura Rigby
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