South Working:
Lavorare dal Sud

South Working: lavorare dal Sud

Intervista ad Elena Militello, ricercatrice dell’Università del Lussemburgo,
ha deciso di tornare a Palermo e svolgere la sua professione a distanza

di Pietro Maria Sabella

South Working:
Lavorare dal Sud

South Working: lavorare dal Sud

Intervista ad Elena Militello, ricercatrice dell’Università del Lussemburgo,
ha deciso di tornare a Palermo e svolgere la sua professione a distanza

di Pietro Maria Sabella

South Working:
Lavorare dal Sud

South Working: lavorare dal Sud

Intervista ad Elena Militello, ricercatrice dell’Università del Lussemburgo,
ha deciso di tornare a Palermo e svolgere la sua professione a distanza

di Pietro Maria Sabella
10 minuti di lettura

Elena Militello, ricercatrice dell’Università del Lussemburgo, ha 27 anni. Palermitana di origine, dopo aver lasciato la sua città per motivi di studio, ha deciso di tornare e rendere la sua Palermo il luogo in cui poter continuare a svolgere la sua professione, seppur a distanza.

L’idea alla base del tuo progetto è sicuramente legata al desiderio di poter conciliare la vita lavorativa con l’esigenza di riportare al centro del dibattito nazionale e non solo la crescita economica dei territori più depressi, delle regioni che in questi anni hanno affrontato con enorme difficoltà il cambiamento radicale del mercato del lavoro, la globalizzazione, il principio di pareggio del bilancio e infine la crisi economica. Qual è il modello di sviluppo economico che promuove il tuo progetto?

Il lavoro agile rappresenta solo un mezzo per contribuire al fine condiviso di riduzione del divario territoriale tra le diverse regioni europee – e delle diseguaglianze tra le aree che presentano contesti più favorevoli e solidi e le aree interne più svantaggiate, nonché quelle interessate da una transizione industriale e quelle rurali,- e di aumento della coesione economica, sociale e territoriale, principio richiamato non solo nella nostra Costituzione all’art. 119, ma anche nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (artt. 174-178). Inoltre, il progetto è scalabile a livello europeo, l’Italia intera, la Spagna, la Grecia sono parte di un contesto più ampio rappresentato dall’area dell’Europa meridionale.

Le politiche su cui tradizionalmente si sono basati i tentativi di colmare il divario territoriale tra le regioni più e meno sviluppate sono state incentrate su una successione teorica tra il miglioramento di servizi e infrastrutture, gli incentivi agli investimenti delle imprese al Sud e poi l’assunzione di lavoratori. Tuttavia, non essendosi realizzati gli auspicati miglioramenti in relazione ai servizi e alle infrastrutture, gli incentivi annunciati per le aziende non sono stati sufficienti ad attrarre investimenti reali e duraturi. L’idea di South Working è di invertire questo tradizionale modo di procedere, spostando immediatamente alcuni lavoratori che lo desiderano al Sud, iniettando liquidità nell’economia, tramite i consumi nel breve termine e anche gli investimenti nel medio termine, stimolando anche l’intero ecosistema all’ideazione di nuove risposte ai problemi storicamente percepiti. 

Hai avuto già modo di portare questa iniziativa all’attenzione di molti e soprattutto dei media. La reazione dei lettori, intesi nella loro pluralità, si è dimostrata scomposta. C’è chi ha intravisto nella tua idea un reale e concreto messaggio di cambiamento, c’è chi invece ha nutrito molte perplessità rispetto alla realizzabilità di un percorso à rebours che possa condurre al rientro di molte menti nei luoghi d’origine. Qual è dunque la parte del sogno e qual è la componente di realtà. Siamo davvero pronti a poter riprendere fra le nostre braccia due generazioni che hanno dovuto emigrare per ragioni lavorative?

Sicuramente l’improvvisa attenzione mediatica di questo ultimo mese è legata alla percezione diffusa di un bisogno di ripensare le dinamiche pre-Covid che si sta diffondendo in molti campi. In realtà, parlando, in questi mesi, con moltissimi soggetti, tra cui anche seconde generazioni di italiani all’estero o di famiglie meridionali nelle regioni settentrionali, percepisco un grande entusiasmo e una volontà di trarre qualcosa di positivo dall’esperienza tragica di questi mesi, anche restituendo qualcosa alle comunità di origine in termini di creazione di valore e innovazione sociale. La componente di necessario sano realismo, a mio parere, risiede nella necessità di puntare a una massa critica di lavoratori che si potrebbero trasferire con contratti di lavoro agile a distanza nei luoghi che preferiscono, valutando caso per caso con i datori di lavoro con quali soggetti possano essere negoziati contratti di South Working, in relazione alle mansioni in concreto svolte, al livello di fiducia da parte dell’azienda e di responsabilità da parte del lavoratore 

E soprattutto, pensi che la politica, più che l’impresa, possa accettare una rivoluzione promossa da giovani che, avendo vissuto fuori, hanno una maggiore lucidità, dunque una più spiccata comprensione di ciò che va e di ciò che non va al sud?

Tra le conseguenze positive del trasferimento anche solo di una massa critica di soggetti che hanno esperienze di mobilità sicuramente vi è l’auspicio che questi soggetti, una volta stabilitisi nel territorio desiderato, contribuiscano al miglioramento dell’ecosistema dei territori di destinazione, anche avanzando maggiori pretese nei confronti delle amministrazioni pubbliche, sulla base – magari – di quanto sperimentato in città con servizi e infrastrutture già pienamente sviluppate.   

Operativamente, come è possibile organizzare una potenzialmente enorme forza lavoro intellettuale in delle città prive di infrastrutture pubbliche? Immagini che il south – smart- working venga condotto dalle proprie case o in luoghi di aggregazione?

Quanto avvenuto in questi mesi non può essere inquadrato in un vero e proprio lavoro agile che, ai sensi della legislazione vigente (l. 81/2017, art. 18), prevede che il lavoro sia strutturato per obiettivi, cicli e fasi, bensì in un telelavoro emergenziale da casa. Al termine del lockdown e sperando di risolvere al più presto l’emergenza sanitaria, si possono ipotizzare soluzioni diverse da quelle adottate in fase emergenziale. Infatti, stiamo promuovendo la creazione di una rete tra gli spazi di coworking esistenti che i ‘South Worker’ potranno sfruttare  per rispondere a tutte quelle criticità (psicologiche, creative, sociali, ecc…) che causa l’isolamento fisico. 

Quali sono dunque gli obiettivi che vi siete impegnati a raggiungere nei prossimi mesi per dimostrare la realizzabilità di questo progetto?

Nel breve termine stiamo aumentando la consapevolezza delle possibilità che può offrire il South Working per tutti coloro possono lavorare a distanza e dell’esistenza di contratti di lavoro strutturati in questo modo.  Stiamo lavorando su tre assi: un osservatorio con ricerche statistico-sociologiche sui numeri potenzialmente coinvolti, inizialmente tramite un questionario rivolto ai lavoratori che sta già circolando con ampia diffusione (https://forms.gle/yu5re2ws7qJJDttb9), ma anche raccogliendo contributi di potenziali interessati e raccontando storie di migrazioni intellettuali; la collaborazione con le imprese; il rapporto dei South Workers con i territori e le comunità di destinazione, anche tramite la creazione di una rete tra i coworking esistenti per evitare le sensazioni  di isolamento che hanno caratterizzato il telelavoro emergenziale durante il lockdown.

Nel medio termine vogliamo stimolare una collaborazione strutturata tra i vari soggetti interessati e tra i vari livelli di governo per agevolare chi decide di iniziare a lavorare in modalità “south working” (ad esempio, puntando al miglioramento delle infrastrutture digitali necessarie a un lavoro sicuro ed efficiente; partecipando a bandi che promuovano la coesione territoriale, la partecipazione, la collaborazione e la socialità).

Nel lungo periodo, immaginiamo di creare una maggiore flessibilità per una vasta gamma di lavoratrici e lavoratori, anche a livello intraeuropeo, che potranno approfittare delle reti di soggetti già esistenti per una maggiore mobilità, una maggiore qualità della vita, una maggiore vicinanza alle proprie reti sociali (rammentando che il Sud rimane un concetto relativo).

Il Progetto è probabilmente nato sull’onda della crisi pandemica che ci ha condotti coattivamente al distanziamento sociale. Ritieni che potremmo ritenerci effettivamente pronti a un cambio di marcia così radicale anche in assenza di impedimenti esterni? Credi che la tua generazione accetterebbe realmente un modello lavorativo più flessibile o lo stile di vita con il quale è cresciuta la renderebbe ancora vincolata ai paradigmi lavorativi pre-covid?

Con South Working vogliamo ripensare le dinamiche occupazionali, consentendo un ampliamento sostanziale dell’offerta lavorativa nel Mezzogiorno con prospettive non più vincolate allo spostamento fisico, ma integrando modalità di lavoro agile che possano soddisfare le necessità aziendali e alti standard di benessere del dipendente.

Per coloro in cerca di occupazione, si riscontra la necessità di nuovi stimoli e nuove esigenze che, abbinate a competenze digitali solide, possano tradursi in lavoro agile. Crediamo che questa possa essere una modalità capace di contribuire alla mitigazione degli effetti indesiderati derivanti dai flussi di ‘emigrazione forzata’ dal Sud al Nord, rilanciando, quindi, sia le prospettive di lavoro dal Sud Italia, quanto il tessuto economico locale.

Per i giovani lavoratori “emigrati” che si sono allontanati da casa per necessità o per trovare una soluzione lavorativa che potesse garantire migliori condizioni di vita, ma anche più semplicemente per i lavoratori che vogliano spostarsi altrove per vivere, vogliamo concretizzare la possibilità di ristabilire un ”work-life balance” sostenibile. 

Sia dalle aziende quanto dai lavoratori stiamo ricevendo un’ottima risposta in termini di partecipazione. Non dimentichiamo che stiamo cercando di mappare le necessità, i bisogni, le criticità che tale mezzo, quello del “south working”, comporta. È importante che si continui su questa strada. Grazie al questionario esplorativo che abbiamo lanciato e alle riunioni che singoli e aziende ci chiedono di organizzare stiamo comprendendo insieme le particolarità dei singoli soggetti. Maggiore sarà la partecipazione, migliori saranno i risultati che otterremo. Comunque, in generale, c’è un’ottima predisposizione al dialogo e all’ascolto. 

I risvolti del progetto non sono solamente economici e sociali ma anche ambientali. Tonnellate di C02 potrebbero essere risparmiate grazie a questa impresa. Avete in mente di proporre un modello che possa adattarsi solo ai sud o anche ai nord del mondo?

L’aspetto ambientale è uno dei fattori da considerare nella diffusione a livello globale di forme flessibili di lavoro. La riduzione della congestione da traffico dei pendolari è un aspetto che potrebbe giovare anche ai territori delle metropoli situate nel Nord Italia e nel resto del mondo. A dispetto del nome, che focalizza a un primo sguardo l’attenzione sul Meridione che si sta spopolando a un ritmo sostenuto, South Working si basa su una modalità di lavoro potenzialmente applicabile a diversi contesti e situazioni. South Working vuole ripensare il rapporto tra impresa e dipendente, tra territorio e comunità, tra il Nord e il Sud d’Italia, d’Europa e globale, per promuovere una crescita sostenibile e una maggiore coesione territoriale e sociale, superando le tradizionali divisioni geografiche. Infatti,in questi mesi ripeto spesso che “il Sud è un concetto relativo e siamo tutti il Sud di qualcun altro”.

Se South working dovesse diventare una realtà, come immagini la tua città, Palermo, nei prossimi anni?

Abbiamo scelto Palermo come progetto pilota perché le uniche infrastrutture necessarie per lo spostamento immediato dei lavoratori con modalità di lavoro agile svolto in via principale a distanza sono una buona connessione a Internet (e Palermo è oggi la seconda città più cablata d’Italia dopo Milano) e un aeroporto vicino (e quello di Palermo è raggiungibile in 30 minuti). Ovviamente queste sono condizioni minime, controbilanciate da molte difficoltà, dalla recessione già pre-Covid ad altissimi tassi di disoccupazione, gravi carenze nei servizi pubblici e, in taluni casi, problemi nella gestione della cosa pubblica, tutti problemi su cui in un’ottica di visione e di sogno si dovrebbe intervenire. Palermo, come gli altri territori di destinazione del progetto, dovrebbe permettere ai lavoratori di trovare nuovi equilibri tra vita personale e professionale, stimolare forme di collaborazione intergenerazionale e la strutturazione di reti sociali e imprenditoriali, nella consapevolezza della possibilità di attrarre talenti e capitale umano perduto nei decenni passati e di puntare sullo sviluppo del settore del terziario avanzato e non solo sul turismo.  

Qual è il cambiamento culturale e etico che ti aspetteresti dai tuoi coetanei? 

I  lavoratori che vorrebbero stipulare contratti di lavoro a distanza in via principale (non necessariamente miei coetanei ma anche più grandi) dovrebbero essere a conoscenza delle criticità esistenti nei territori di destinazione, nel momento in cui avanzano una richiesta di spostarsi o tornare a vivere in tali territori, e potrebbero voler contribuire al miglioramento delle diseguaglianze esistenti, mettendo al servizio della collettività anche il loro tempo e le loro competenze, acquisite anche tramite le esperienze di mobilità.

1. CANALI SOCIAL:
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https://www.instagram.com/south_working/.
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2. COMMUNITY:
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3. SURVEY: 
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