I SOUNDECLIPSE IN ECHOES OF TIME

di Paolo Pugliese

I SOUNDECLIPSE IN ECHOES OF TIME

di Paolo Pugliese

I SOUNDECLIPSE IN ECHOES OF TIME

di Paolo Pugliese
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Mettere in scena la musica dei Pink Floyd è probabilmente un’impresa ancor più difficile di suonarla.
Non perché sia una musica tecnicamente impossibile da riprodurre per chiunque non sia un virtuoso – lo stile del chitarrista David Gilmour, ad esempio, è fondato sul concetto di semplicità ricercata – ma perché su ogni riproduzione delle canzoni del gruppo pesa un masso enorme: la fanbase.
Il fan medio dei Pink Floyd è generalmente quanto di più vicino ad un ufficiale delle SS in attività: fedeli alla linea, sempre e comunque, pronti a rifiutare qualunque eterodossia con una veemenza che ironicamente ricorda proprio quella di Pink in preda ai suoi deliri totalitaristici.
In questo gli interpreti materiali, i musicisti, immagino che abbiano un compito difficile, nel proporre qualcosa che è stato già fatto (benissimo) ma proprio per questo motivo assurge a paradigma assoluto, intoccabile.

Iniziamo subito dall’unica cosa che non ci è piaciuta della riproposizione dei soundEclipse di alcuni dei più famosi brani del gruppo: sembrava mancasse un vero fil rouge che legasse i brani l’uno all’altro.
Entrando al Teatro Brancaccio, sabato scorso, ho la sensazione di stare per assistere ad una mera riproduzione di canzoni.
Ammetto felicemente di essermi sbagliato.
L’album con più tracce rappresentate (ma non l’unico ad essere messo in scena, ovviamente) è stato The Wall, un concept album complesso, un’opera rock, come spesso è stato definito. Suonare alcuni dei brani di un simile lavoro, a tratti più un dialogo tra Roger Waters e il suo pubblico che una canzone, può portare a momenti evidentemente anticlimatici. L’ordine della tracklist è particolarmente importante per album del genere e per ovvi motivi non si è potuto rispettare. D’altro canto lo spettacolo ha numerosi e sostanziali pregi: innanzitutto l’intro è quanto di più intrigante ho sentito finora a livello di medley dei pezzi dei Floyd: fondere le intro di pezzi storici come Money, Time, Another brick in the Wall e Breathe è sicuramente un esperimento riuscitissimo, che riesce ad immergere appieno lo spettatore in questa massa fluida che è stata la carriera del gruppo.

Strettamente legato a questo elemento è il giudizio assolutamente positivo degli effetti di luce e laser proiettati durante tutto il corso della serata, davvero ben fatti, immersivi, avvolgenti. Idea geniale quella di posizionare una radio al lato del palco, per rendere più “vero” il passaggio tra Have a cigar e Wish you were here (che, per quanti di voi eretici non ci hanno mai fatto caso, avviene proprio con un fittizio cambio di stazione radiofonica) ma perché tagliare l’ultima parte, che risucchia il brano appena finito e ci catapulta nel nuovo? E’ uno dei più bei passaggi della loro discografia! Mi avete spezzato il cuore ragazzi.

La musica dei Floyd, nonostante quanto poco venga sottolineato, è stata concepita per essere ascoltata insieme, in gruppo: raramente mi era capitato di osservare un pubblico così preso da ciò che succedeva sul palco, come a creare davvero quell’empatia di cui, guarda un po’, i Floyd hanno discusso in lungo e in largo. Proprio loro che abbandonarono il loro leader senza neanche un biglietto o una telefonata, così, semplicemente non passando da casa sua la sera del concerto. Si potrebbe dire che lui si era alienato a sufficienza da non poter essere più sostenibile e non saremmo molto lontani dalla verità, ma a giudicare dalle conseguenze così profonde sul resto della composizione del gruppo direi che è stata una scelta che è rimasta impressa col fuoco. La qualità delle riproposizioni è stata ottima, con una squadra di musicisti davvero capace e motivata, solo complimenti per voi boys.
Ultimo appunto, ma in questo caso la colpa è proprio dell’ideatore: Roger, i bambini che cantano we don’t need no education non si possono guardare, sul serio.

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