Sorry, this is Christmas. Buon Natale da The Freak

di Vittoria Favaron

Sorry, this is Christmas. Buon Natale da The Freak

di Vittoria Favaron

Sorry, this is Christmas. Buon Natale da The Freak

di Vittoria Favaron
8 minuti di lettura

C’era una volta la piccola fiammiferaia.

No, tagliamo.

C’era una volta la notte di Natale, la solita prospettiva malinconica alla Love Actually, lei in attesa del muschio, lui soggiogato dalla paranoia pre festività, di lei che l’ha lasciato, di lui che guarda le coppie con il bimbo straordinariamente bello che passeggiano in tre tra le vetrine accese.

No, tagliamo anche questa.

C’era una volta Charles Dickens versione 2012, l’ansia dei Maya, la crisi spalmata per strada come lo strato di ghiaccio depositatosi su  Roma per i 2° gradi raggiunti la scorsa settimana, i saldi in anticipo, i negozi con la roba contraffatta di viale Libia.

Ok, stiamo migliorando il tiro.

È Natale. Ma va? Come se dicembre non sia storicamente sott’ostaggio da milioni di anni per via di questa ricorrenza. Non si può ambientare un racconto, che sia uno, a Dicembre, che parte l’impasse paesaggistico/atmosferico dettato dal Natale.

Fiumi d’inchiostro caramellato e molto buonista per ricordarci il giorno in cui Gesù è nato, a detta della Bibbia, del Vangelo e dell’Huffington post (stavo fremendo da mesi per poterlo citare almeno una volta, dato che se non leggi l’Huffington post non sei nessuno).

E poiché  è nato Gesù, scatta in automatico il presepe di belle parole e suggestioni narrative. <<Sono nato il giorno di Natale e la mia famiglia è stata dimezzata, ma guardo la stella cometa come unica speranza possibile>>. <<Il giorno di Natale mi riporta indietro nel tempo, a seguitare ricordi, e ho bisogno di trovare una vetrina di un negozio di dolciumi per potermi specchiare… e pensare>>. Parte la musichetta melensa con Frank Sinatra in pausa da moti da Casinò e riconvertito alla società, la neve alla finbestra, ed ecco pronto il film delle 17 di pomeriggio in onda su Canale 5, che ti fa scendere la lacrimuccia mentre ti stai divorando un pezzo di pandoro senza troppa poesia.

Ok, non sono il Grinch, ma non sono neppure Susanna Tamaro.

Il tempo in cui ero alta 1 metro e quaranta cm e recitavo la poesia davanti al banchetto della vigilia è finito da un pezzo. La mia attuale preoccupazione è trovare il coraggio di scendere di casa, recarmi al negozio di candele artigianali che due prodi ragazzi hanno aperto e comunicare loro che per quanto le loro candele siano meravigliose, l’Ikea ne offre 2 al prezzo di 4,50 euro.

È la crisi, bellezza.

Perché da 4 anni il Natale si festeggia all’insegna della crisi, quindi non c’è alcuna novità su quel fronte.

A Natale siamo tutti politicamente corretti, quindi disquisire sulla crisi è umorismo nero e non sta bene. Ma non sta bene neppure narrare la storia di chi lavora nei call center e fa orari disumani anche a Natale, perché è facile usare paradigmi emozionali comodamente seduti in poltrona a casa, e poi i ragazzi dei call center si sono anche rotti le scatole di far vincere i premi letterari agli altri, quando la loro situazione non cambia di una virgola. Bella pe’ loro.

Se dovessi raccontare il Natale della crisi e dei Maya affacciandomi alla finestra di casa mia a Roma, i comuni denominatori sarebbero i seguenti.

Risparmio energetico previsto da decreto legge.

Le luminarie spente la mattina e riaccese nell’ora delle vasche per lo shopping. Niente di più decadente. Se escludiamo la polemica “alta” che si è consumata ieri su facebook per lo show di Benigni alternata alle notifiche degli eventi di Capodanno. Rimedi consigliati: ieri potevate andare al cinema, tanto il canone Rai non lo paga più nessuno, e se Benigni ha preso milioni di euro è colpa vostra che l’avete idolatrato per “La Vita è Bella”. Ora ce lo dobbiamo tenere fino al prossimo Oscar vinto dall’Italia, sempre se ne vinciamo un altro nei prossimi 45 anni. Sugli eventi per Capodanno non mi esprimo. S’ha da campà.

La pasticceria Romoli aperta il lunedì per la ricorrenza natalizia.

Un minuto di silenzio. Per chi non conoscesse Romoli, stiamo parlando di un posto arredato in ottimo stile anni 90, noto per essere aperto fino a tarda notte, la cui fama si tramanda per i maritozzi con la panna e per la naturale antipatia dei gestori, in particolare le tre grazie che giacciono dietro al bancone dei cornetti.

Romoli il lunedì è chiuso, e questo la dice lunga sulla mestizia del primo giorno della settimana. Ma se a Natale siamo tutti più buoni e in clima festoso, chi lavora da Romoli mantiene intatto quel piglio sprezzante e quell’indifferenza indisponente che si sublima quando alle 02.55 di notte, tu che hai superato con il rosso ogni semaforo possibile di corso trieste, affamato come pochi, ti precipiti all’uscio per poter richiedere l’ultimo striminzito cornetto della serata, e ti vedi sbarrata la porta.senza possibilità di accedervi. Il barista all’interno che ti guarda severo e accigliato e ti dice: è chiuso. << Ma io vorrei solo un cornetto, è questione di secondi!!>>(povero inconsapevole). Mentre la signorina simpaticissima solleva da sotto il vetro il vassoio con gli ultimi cornetti rimasti e tu la segui con la coda dell’occhio e con la fame che ti sta divorando l’intestino, il barista continua a fissarti imperturbabile, per poi scuotere la testa con aria definitiva e sillabare. <<è CHIUSO>>. Che parafrasato sta per: “nu mme nteressa se stai a morì de fame, io sto a lavorà da stamattina, so stanco, c’ho i calli, c’ho a schiena che sta a scroccà da le 7, e te che te vieni a chiusura, che c’hai fame, che nu fai n’cazzo da mattina a sera, mo voi pure magnà. Ma vattene alle case tue a magnà no?”.

Buon natale anche a te, Romoli.

L’Arion Gadgets e L’Arion Libri vs La Feltrinelli store.

Più che due/tre negozi di libri e affini, una vera e propria guerra di quartiere per la supremazia paraintellettuale. Andiamo con ordine. L’Arion Gadget è un concetto a sé. Decine di utensili inutili nella fattispecie, ma estremamente indispensabili per rimediare regali a gente che ci sta sulle palle, come rintracciare l’oggetto esclusivo per far contenti amici speciali e prede da rimorchio.

All’interno troverete una pila altissima di “cover” per Iphone 4,5, Iphad, Iphod. (Ahi-noi).

Poco più a destra, una pila su cui giacciono i consueti cofanetti Smartbox. Il romanticismo al prezzo di 49,90 euro. Salvo il pacchetto Boscolo Hotel che propone meravigliosi soggiorni lusso, luxury, lounge, fashion, molto smart, poco cheap. Prezzo stimato 850 euro. Ed è subito Ryanair.

Poco distante si apre il corridoio dei gadgets-gadgets, vedi sopra, ed è qui che ti convincerai che un ferma carte è qualcosa di più, un apribottiglie non lo compri solo al Conad ma se lo compri con il pomello fucsia “è mejo”, che il futile è diventato indispensabile, è che l’indispensabile è uscirtene con 4 regali al costo di una 50 euro.

A Natale puoi.

Ritornando alle Librerie-librerie, la guerra tra Feltrinelli e Arion è tuttora in corso. All’interno si possono trovare: 3 superclassici a 18 euro, 3 giallissimi a 15 euro, gli imperdibili, gli immancabili, gli Einaudi che non schiodano dai 12 euro politici, i Feltrinelli-Feltrinelli che giacciono li da decenni e sono sempre gli stessi: Baricco, Pennac, Serrano, De Luca, Yoshimoto, (provate a prendere l’ultimo volume della pila: la carta ingiallita vi aprirà un mondo di tristezza), due giochi della playstation con in regalo una Moleskine, 3 cd jazz con allegata la compilation di natale, due formine per il budino con l’ultimo libro di Veltroni.

Storie di amenità letterarie. Io, nel frattempo, cercavo Carver.

Non mi addentro nella descrizione dei vari negozi di abbigliamento, calzaturifici, surrogati di Tezenis e pseudogioiellerie a buon mercato perché ci vorrebbe un articolo a parte. Sappiate solio che i negozianti ringraziano Alemanno per non aver piazzato uno store H&M nel quartiere. Per i cultori del genere, vi invito ad uno splendido viaggio chiamato centro commerciale la Bufalotta, da trascorrere schiacciato come una sardina essiccata nell’autobus 38 direzione Vigne Nuove.

Sorry this is Christmas. Astenersi bestemmie.

È il Natale dei Maya, dicevo.

Fatta eccezione per le boutade facebookiane sull’argomento, sfottò e tweet come se non ci fosse un 21 dicembre apprezzabile, gli alberi di natale sono belli che pronti, a Napoli si continuano a sfornare pupi del presepe e Yamamay ripropone il consueto intimo hard-core per Capodanno.

Eppure tra pochi giorni il mondo dovrebbe finire, ma del tipo, Stop, The End, fine delle trasmissioni, bye bye, è stato bello, siamo spacciati, tutti sull’arca, tutti sotto il tavolo, tutti per strada, tutti che tireremo le zampe.

Lourdes chiuderà per fallimento attività, non ci saranno lastminute su Alitalia, Starbucks non arriverà mai nel BelPaese e Berlusconi non farà in tempo a scendere in campo, perché il campo se lo saranno risucchiato gli Hobbit e le patate da agricoltura biologica.

L’unico sospetto fondato sulla prossimità della fine del mondo me l’ha regalato il Papa. 1) quando ha affermato che il bue e l’asinello non hanno mai presenziato a Betlemme 2) quando ha deciso di “scendere” su twitter per regalarci la buona novella sul Web. Ah dimenticavo, c’è un terzo motivo. Legittimare Marta Marzotto a esprimere un’ opinione sull’ennesima condanna contro gli omosessuali. Come se non avessimo già Alba Parietti.

In tal caso Gesù avrebbe ottime ragioni per non nascere il 25 dicembre.

In tal caso illudiamoci che quest’anno Natale si festeggerà comunque cerchiamo di viverci la festa nel modo più normale possibile.

Vi lascio con una citazione e auguro a tutti buon natale, buone feste, buon 21 dicembre, buon 25 dicembre. Mi raccomando, non prendetevi molto sul serio, almeno a Natale. Tanto è uguale.

“Tutto è relativo in questo mondo. Chieda un po’ alle oche e ai tacchini la loro opinione sul Natale” (Peter Willforth)

 

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