Simone fa surf

di Cara Futura Rigby

Simone fa surf

di Cara Futura Rigby

Simone fa surf

di Cara Futura Rigby
5 minuti di lettura
Simone è bello e bello tanto. E’ uno di quelli la cui bellezza è un danno. Ha i capelli biondi fino alle spalle raccolti in uno chignon stretto: la pettinatura gli conferisce un aspetto femminile all’interno di un corpo virile. E la fusione delle due rende tutto terribilmente magnetico, un’esatta integrazione tra una parvenza femminile, accogliente e morbida, e una struttura maschile, ruvida e vigorosa.
Simone è uno che di peccati ne fa tanti. Li confessa con il candore di un bambino e la verità di chi sente che verrà perdonato: dice di fare pensieri sporchi, di assumere droghe chimiche, di non avere coraggio e di fuggire spesso. Simone ti fa sentire che a tutti gli umani è concesso di essere un po’ illegali, almeno nel pensiero, a volte nei fatti.
E’ nato e cresciuto in un piccolo paese, in uno di quei posti in cui fin quando sei piccolo è confortante essere conosciuti, ma quando cominci a crescere inizi solo a desiderare un asettico anonimato in cui poterti sentire libero: libero dai pregiudizi e libero di essere chi sei. Uno di quei posti in cui ti senti protetto dal conoscere ogni minimo centimetro dei tuoi luoghi, ma in cui soffri terribilmente di essere schiavo di un destino già scritto dai tuoi concittadini: sei e sarai sempre “il figlio di”, “l”ex fidanzato di”, “il compagno di scuola di”. Qualcosa ti precede e tu non sei più tu.
Racconta che l’unica cosa in grado di possedere è una leggera canoa attraccata in un piccolo lago: sono il suo personale rifugio e quasi l’unica speranza di essere dimenticato. Molla gli ormeggi, Simone, per staccarsi dalla riva della sua vita, per far perdere le tracce di sè, per andare a cercare un pensiero felice o per salvarsi dalle malinconie in cui capita di annegare.
E’ ad un concerto che conosco Simone: mi pesta un piede, io gli rispondo male e lui, per farsi perdonare, mi offre da bere. Mi scopro scontrosa, alterata e sospettosa: ma che vuoi da me? Perchè mi offri da bere? Ma Simone mi fa toccare con mano che a voler essere perdonati non c’è dietrologia e non c’è niente di male.
Sono gli anni dell’università: quelli in cui scappi dal tuo passato, vai in una città nuova e grande, speri di trovare te stesso, il tuo futuro e anche un nuovo passato. E invece non trovi niente e, forse, ti ritrovi solo a fuggire.
Simone parte dopo la laurea e se ne va lontano. Ci lascia orfani indifesi e ci lascia in balìa della preoccupazione per lui.
Di tanto in tanto torna a Roma e, quando torna, prima di rientrare al suo paese, nei suoi panni e nei pregiudizi dei suoi compaesani, mi chiama per chiedere un divano su cui dormire. Non ha mai avuto un contratto definitivo, nè una relazione sentimentale duratura, nè una casa.
Simone sembra non voler possedere niente, a parte i suoi peccati e il suo pile di colore nero.
La sua presenza nella mia vita può definirsi come “stabilmente di passaggio”: “Passo a Roma, hai un letto?”, “Capito a Roma e poi riparto, ce l’hai un’ora per un saluto?”
Ho diviso il letto con Simone e mai un amore. Forse perchè Simone non smette mai di viaggiare, anche di notte: la friabilità della sua storia, la fragilità della sua bellezza e l’instabilità delle sue paure  vengono tutte fuori quando il suo animo, di notte, non è frenato da un controllo cosciente. Simone parla nel sonno e mentre biascica tra nomi sconosciuti e verbi senza senso, riesce a mollare la presa e a rivelare le sue inquietudini: che mi svegliano sempre e che decido di non dirgli mai.
Ma io a Simone, purtroppo, voglio bene. Terribilmente. E solo così riesco a perdonargli l’inganno del bellissimo chignon biondo, il sonnambulismo molesto, il fatto di essere sempre di passaggio.
A Simone ho trovato una casa, un lavoro, molti motivi per restare, ma Simone non li vuole, Simone è sordo. E credo che non li voglia perchè l’idea di mettere radici sia per lui un prezzo troppo insostenibile da pagare. Forse per Simone possedere è perdere. E possedere l’avvicina all’idea che le cose possano andarsene. Come suo papà che di tanto in tanto, in mezzo alle droghe chimiche e alla netta somiglianza fisica che custodisce nella sua bellezza, mi nomina senza soffermarcisi troppo. E mi nomina di notte.
Simone fa surf: sul mio divano, con la sua canoa, sul mondo. E, forse, anche sul ricordo del padre.
Per Simone è impossibile rimanere e facile andarsene.
Quando ci salutiamo, mi bacia sempre in fronte: la mia statura permette alla sua bocca di centrare in pieno la mia fronte ed io credo che ogni volta che avvicini le sue labbra alla mia mente, bisbigli in silenzio una preghiera per perdonarlo di tanta assenza feroce. Ci abbracciamo quando parte e affondo la mia guancia sinistra dentro il suo pile nero: sento odore di Valle Giulia e LSD, di bellezza tradita e provincia laziale. Sento l’odore di chi non ce la fa a rimanere suo malgrado e di chi ti chiede di essere accolto per quel che è.
Di quelli come Simone avremmo tutti un po’ bisogno: che ti ricordano quanto sia difficile sostare e che per svelare i propri segreti ci vuole solo il coraggio della notte.
Di sè un giorno disse: “Ho passato metà vita a dover perdonare e l’altra metà a farmi perdonare.”
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