Si può vivere
senza Facebook?

Si può vivere senza Facebook?

Un blackout di sette ore ha messo in crisi tutti
ma c'è chi sta provando a uscire dal tunnel dei social

di Leonardo Naccarelli

Si può vivere
senza Facebook?

Si può vivere senza Facebook?

Si può vivere senza Facebook?

di Leonardo Naccarelli
Facebook

Si può vivere
senza Facebook?

Si può vivere senza Facebook?

Un blackout di sette ore ha messo in crisi tutti
ma c'è chi sta provando a uscire dal tunnel dei social

di Leonardo Naccarelli
3 minuti di lettura

Hai presente una sala di cinema alla fine del film? Le luci si accendono, ciascuno si incammina verso l’uscita dove, in forme diverse, aspetta la vita vera. Non è importante quanto coinvolgente fosse la trama o quanto sia stato breve l’attore principale, il naturale ritorno alla realtà non ammette rinvii. 

Con le dovute distinzioni, ormai sette mesi fa con i social, e Facebook in particolare, volevo fare lo stesso: ritornare al mondo reale, rigettare la vita artificiale che lì è ritratta, ristabilire un sano equilibrio tra finzione e quotidianità. In parole più semplici: spegnere tutto. Sarebbe bello e scrivere che tutto questo è successo, che il risultato è stato un ritorno di un’arcaica e felice età dell’oro. Purtroppo, però, non è così. Voglio dirlo, infatti, senza pudore: l’esperimento è fallito, ho perso. Due volte, per giunta. 

Ho perso perché è surreale, allo stato dei fatti, pensare che il mondo reale e la realtà dei social siano due universi paralleli e che, quindi, si possa transitare agevolmente tra essi. Siamo ormai talmente condizionati ed immersi in quel diabolico mondo che è divenuto impossibile liberarcene a pieno. Riprendendo una frase del film “Radiofreccia”, la voglia di scappare da Instagram e Facebook è la voglia di scappare da sé stessi. Non è come con i film. Lì, è vero, le vite dei personaggi sono perfette, senza tempi morti e con il gran finale. Eppure, nessuno dubita che sia una semplice finzione artistica, che non sia un modello di riferimento per la vita di tutti i giorni. 

Nei i social invece non è così: tanto siamo influenzati dal malsano mondo della realtà virtuale da adottare ciò che i social ci offrono come parametri per la vita di tutti i giorni. Da un lato, la stragrande maggioranza delle scelte quotidiane (che film vedere, quali abiti indossare, che idee esprimere e quali invece reprimere) sono compiute immaginando quali siano le preferite e le suggerite dalla maggioranza degli abitanti dei social network cercandone, quindi, l’approvazione; dall’altra parte, buona parte dei risultati che conseguiamo (la fine degli studi, il successo sportivo o lavorativo per esempio) o degli avvenimenti che ci riguardano (un paesaggio particolarmente bello, una scena di disagio urbano) sono valutati sulla base dell’apprezzamento che riceverebbero qualora fossero pubblicati e dati in pasto all’Internet: d’altra parte, l’albero più grande del mondo che cade in un’isola deserta non fa rumore.

Tanto quest’ultimo aspetto è divenuto predominante nella nostra società da aver iniziato anche ad intaccare il lessico: su Youtube è pieno di video che insegnano a cucinare instagrammabile, qualunque cosa voglia dire so già che mi provocherà dolore fisico.

Qualcuno potrebbe sostenere che abbia sbagliato termine di paragone: il mondo dei social network dovrebbe essere paragonato, più che al mondo del cinema, a quello delle pubblicità. Sicuramente l’affinità è maggiore ma non è totale. La pubblicità in televisione è uguale per qualunque spettatore ed è agevolmente riconoscibile. Su Internet è esattamente l’opposto: ognuno ricevi avvisi pubblicitari personalizzati e, tranne per i casi dei maggiori influencer, la promozione di qualcosa non è palese, ci si trova in un’area grigia tra lo spottone e l’innocente e romanzato racconto della propria giornata. Inoltre, nei social qual è il nostro ruolo: spettatori passivi o promotori, con le nostre views, della viralità di un prodotto? 

Inoltre, ho perso perché, pur ammettendo che ciò sia possibile, io non sono uscito veramente dal raggio d’influenza dei social network: ho solamente disinstallato le applicazioni sul mio telefono. Non mi preoccupa che gli account di Facebook ed Instagram siano ancora tutti lì quanto piuttosto che nel mio intimo io sappia che, reinstallando le app, non sarei in grado di resistere alla tentazione di cliccarci sopra. Sono come quel vostro amico che, lasciato dal partner del caso, ha smesso di scrivergli o scriverle per il semplice fatto che i suoi amici, prudenzialmente, hanno cancellato il contatto nel telefono. 

Sinceramente, non so dirvi cosa sia peggio: che l’esito fallimentare del mio esodo dai social network sia ricollegabile ad un modo di essere della società attuale o ad una mia umanissima debolezza.

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