SHAKESPEARE 400 – COME VI PIACE AL TEATRO ARCOBALENO

di Valerio Tripoli

SHAKESPEARE 400 – COME VI PIACE AL TEATRO ARCOBALENO

di Valerio Tripoli

SHAKESPEARE 400 – COME VI PIACE AL TEATRO ARCOBALENO

di Valerio Tripoli
4 minuti di lettura

Dalla foresta ai labirinti di un cabaret tedesco anni ‘30

È in scena da ieri al Teatro Arcobaleno – e vi resterà sino a domenica 29 Maggio – Come vi piace, titolo shakespeariano risalente agli anni 1598-1601, scelto per celebrare i quattrocento anni dalla morte del grande drammaturgo inglese.

Pur additato da parte della critica come fra i meno ispirati lavori di Shakespeare, Come vi piace pure è commedia stabilmente rappresentata sulle scene: insieme a Molto rumore per nulla, La dodicesima notte e Le allegre comari di Windsor compone quella che viene considerata la tetralogia delle ‘commedie romantiche’. I toni e le ambientazioni anticipano, infatti, quanto si ritroverà ne La Tempesta, ultimo capolavoro del bardo: la natura più intatta, in contrasto con le passioni e le bassezze della corte, è lo scenario in cui gli istinti ferini degli uomini, come rigenerati, si volgono alla lealtà e al bene. E, in Come vi piace, la foresta delle Ardenne, connotata miticamente, ospita tutti i personaggi in fuga dallo spietato duca Federigo (che nega al fratello maggiore e legittimo erede quando gli spetta): è qui che si ritrovano tutti ad inscenare travestimenti, scambi di persona, conflitti e relazioni di sapore pastorale, sì da aver fatto parlare, di Come vi piace, come della più musicale – mozartiana, addirittura, forse tenendo a mente Le Nozze di Figaro – tra le commedie di Shakespeare. index3

Si dica subito che quanto rappresentato al Teatro Arcobaleno è adattamento teatrale di Glenda Ray su idea e per la regìa di Ilaria Testoni. Ed è chiaro che, per quanto un adattamento possa più o meno pesantemente impattare qualsiasi ‘partitura’ shakespeariana, essa porrà sempre pubblico, attori e maestranze varie al riparo da ogni banalità. È proprio in Come vi piace che si ritrova lo splendido soliloquio «Tutto il mondo è un palcoscenico», nonché travestimenti e intrecci che, senza rischiare confusi intrecci o banali cliché, filano lisci e gustosi sino alla fine, un epilogo di effetto liberatorio e distensivo.

L’adattamento trasforma la foresta in teatro, meglio, in cabaret. Bellissima intuizione calata, però, nel clima tedesco degli anni ’30, da sempre fortunato adattamento e, ormai, di scontato effetto. Eppure, scontato non lo è fino in fondo, perché vedere riplasmare una commedia evocativa di spazi infiniti e pastorali, di fuga voluta e di evasione pianificata dalla città al bosco, in una ambientazione quasi claustrofobica, quale è l’intreccio di gallerie, scene, palcoscenici e camerini di quale che sia teatro, fa il suo effetto: si finisce, premeditatamente, per non essere ‘presi per incantamento’, ma come schiacciati da un clima polveroso e pesante, scandito da discorsi di Hitler che, imperterriti, promanano da una radio.

L’effetto è ben congeniato, eppure risulta stretto tra un prologo e un epilogo (riscritti da capo per collocare l’ambientazione agli anni ’30 e piegare il senso di liberazione e incanto finale in sperato riacquisto della libertà e della pace dalla dittatura), che potevano essere entrambi meglio e scritti: frasi da sonetti ormai eccessivamente trite non mettono al riparo da ricadute quasi moralistiche, che nulla aggiungono di nuovo al giudizio che, mercé la storia, l’uomo del duemila ha del nazionalsocialismo. L’idea è che un’eccellente opera di adattamento si indebolisce per il prologo e l’epilogo, imprimendo un andamento altalenante a un testo e a situazioni sceniche che rimangono, tuttavia, limpide nella loro iniziale articolazione shakespeariana. index2

Tra il cast di attori eccelle Mauro Mandolini, nella parte di Orlando (un Duca, nell’originale), dal timbro caldo, profondo, affranto e gentile, già di per sé idoneo alla caratterizzazione di un personaggio non proprio complesso ma che, pure, non è così semplice da divenire tipo (come tipizzare il protagonista di un dramma del bardo?). Goliardico, nel costume bizzarro ideato per lui da Cinzia Ungaro, costumista; innamorato, nel disperdere goffamente per tutta la scena poesiole d’amore per Rosalinda, interpretata da una Laura Garofoli che riesce particolarmente nel travestimento in mago incantatore ‘tetesco’. Con la candida e spontanea Michela Giamboni nella parte originale di Fede – nell’adattamento divenuta costumista – Mandolini è il migliore in scena. Segue il resto del cast, tutto di buon livello, con Ilaria Amaldi, Camillo Marcello Ciorciaro, Barbara Lo Gaglio, Roberto di Marco e Paolo Benvenuto Vezzoso.

Ottimi i movimenti scenici, per la coreografia di Ilaria Amaldi, con gli attori che utilizzano l’espediente di una improvvisa uscita, per spostarsi dal fondo della scena al proscenio, come a passare dai camerini al palcoscenico e che, numerosi per come sono, mai offrono vuoti o accumuli, segno di un’ottima visione degli spazi. index4

Il colore caldo della scenografia, che si spegne nel grigio e nel nero per ritingersi di un opaco giallo da lampada funebre, rende perfettamente l’ambientazione in interni anni ’30. Con le musiche ben fatte di Ferdinando Nicci, la resa complessiva è soddisfacente.

Peccato per gli scivolamenti della sceneggiatura aggiunta, che disarticolano, come si è detto, il limpido dettato originario, pur figli di un’idea di adattamento efficace, sebbene non troppo innovativa.

Il lavoro ottimo svolto da tutte le maestranze offre, comunque, un bello spettacolo con cui celebrare i quattrocento anni esatti dalla morte di colui che, dal giorno in cui ha messo in scena per la prima volta un suo lavoro, mai è più andato via dai teatri. D’Europa, del mondo.

Foto di Manuela Giusto

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